Quando l’economia fa male alla salute

I ticket sanitari e le diseguaglianze crescenti

di Walter Ricciardi , pubblicato il 25 luglio 2011
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Quello dei ticket è l’ultimo intervento del Ministero dell’Economia in ambito sanitario introdotto senza prendere in alcuna considerazione le implicazioni sulla salute dei cittadini, in particolare di quelli che, avendo redditi limitati, opteranno per beni primari quali alimentazione e casa, prima di ricorrere a servizi di prevenzione, diagnosi e cura che potrebbero salvargli la vita e che dovrebbero essere già finanziati dalle tasse e gestiti da manager competenti in grado di conciliare la qualità dei servizi con le sempre più scarse risorse disponibili.

La letteratura scientifica che dimostra una immediata e negativa correlazione tra ticket e condizioni di salute delle persone appartenenti ai ceti sociali più svantaggiati è monumentale e concorde nel sottolineare che è solo facendo funzionare adeguatamente le strutture sanitarie che si garantisce la tutela della salute dei cittadini, indipendentemente da ogni condizione di reddito o di residenza. Quando si introduce una compartecipazione finanziaria del cittadino alla spesa sanitaria, questa determina sempre una barriera di ingresso che danneggia la salute dei più poveri.

Prima di fare test laboratoristici o strumentali che potrebbero portare a diagnosi precoci di patologie gravi o prima di fare interventi specialistici che potrebbero migliorare la prognosi, i cittadini che dovranno pagare un ticket di 10 euro per le prestazioni specialistiche, sommato all’eliminazione della franchigia di 36,15 euro, ci penseranno due volte e questo porterà inevitabilmente ad una riduzione dell’aspettativa di vita e della qualità della vita residua, soprattutto dei più poveri.

Ciò consolida il trend che vede nel nostro Paese la crescita di un’enorme diseguaglianza tra cittadini, ora raddoppiata dall’introduzione dei ticket. Se infatti la prima discriminazione è legata al reddito, la seconda è correlata alla residenza regionale.

Alcune regioni, non a caso quelle in cui i servizi sanitari sono più efficaci ed efficienti, hanno infatti deciso di non introdurre i ticket o di introdurli in modo attenuato. Questi esprimeranno quindi tutto il loro potenziale negativo nelle regioni più in difficoltà e quasi sempre peggio gestite, i cui cittadini saranno penalizzati due volte, una per il reddito, l’altra per la ventura di nascere o vivere in regioni in cui la sanità, pur arrivando ad assorbire l’80% del bilancio regionale, è gestita senza sistemi adeguati di programmazione e controllo ed affidata a direttori generali spesso pagati meno dei propri dipendenti e, come tali, totalmente proni alle indicazioni del potere politico che li ha nominati.

Gli effetti sono già tragicamente manifesti. Gli italiani del Sud, Lazio incluso, hanno già visto la propria aspettativa di vita smettere di crescere, in particolare le donne, ed ormai la differenza tra un campano (quello che vive di meno) ed un trentino o un marchigiano (quelli che vivono di più) è di quattro anni. Il che significa che i cittadini meridionali hanno visto annullato, negli ultimi dieci anni, tutto il vantaggio in termini di aspettativa di vita che avevano maturato dal dopoguerra in poi, quando le politiche economiche e sociali del Paese erano effettivamente votate alla crescita ed all’equità nel Paese.

In Italia si sta verificando oggi in modo eclatante ciò che Hart aveva descritto negli anni Sessanta come “legge dell’assistenza inversa” e cioè il contemporaneo aumento dei bisogni e della domanda di servizi cui fa da contraltare la crescente scarsità di risorse disponibili. In questo contesto, per avere successo, un sistema sanitario pubblico come il nostro deve avere almeno due requisiti, politici onesti e con visione strategica e tecnici particolarmente competenti.

In alcune regioni la legge dell’assistenza inversa si manifesta anche con un’altra evidenza: proprio in quelle in cui la gestione è più difficile e le risorse più scarse (ad esempio quelle in piano di rientro), sia i politici che i manager da loro scelti (e non si fa fatica a capire il perché) sono scadenti e questo determina più che uno stallo, una totale degenerazione del concetto di bene pubblico con, di fatto, la contemporanea emergenza di situazioni disastrose sia dal punto di vista finanziario che di salute dei cittadini.

Quali nuovi modelli potrebbero garantire la soluzione a questi problemi? Più che di modelli organizzativi si tratta di modelli culturali che, come è noto, sono difficili e lenti da cambiare, ma potrebbe aiutare un meccanismo di valutazione centrale rigoroso e trasparente, con dati sui risultati sanitari pubblicati con continuità e diffusi adeguatamente dai media.

In tutti i Paesi in cui la cosiddetta “public disclosure” è stata effettuata, vi è stata un’accelerazione bruciante nel senso di responsabilità dei politici a nominare manager bravi ed onesti e dei professionisti, sia sanitari che amministrativi, a svolgere il proprio ruolo con competenza. Sappiamo che il Ministro della Salute è profondamente convinto di ciò e sta lavorando in modo intenso per far sì che essa diventi una realtà anche nel nostro Paese e dovrebbe essere un impegno di tutti quello di supportarlo in questo sforzo.

Si tratta di introdurre anche in Italia il concetto di “accountability” che, come diceva Montanelli, “è parola chiave della democrazia anglosassone…ma in Italia non è stata ancora tradotta”.

Direttore dell'Istituto di Igiene dell'Università Cattolica di Roma e dell'Osservatorio Nazionale per la Salute nelle Regioni Italiane. E' il primo Editor non inglese dell'Oxford Handbook of Public Health e componente non americano del National Board of Medical Examiners degli Stati Uniti d'America.


tag:  ticket   sanità   valutazione   trasparenza   uguaglianza  


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#4 da Mariano Musicò, inviato il 14/5/2012
Bellissimo articolo.
La sanità prima voce di spesa dello Stato italiano, prima fonte di corruzione, prima fonte di sprechi.
Sprechi e corruzione = denaro pubblico che esce dalle casse dello Stato e diventa DENARO NERO.
Solo in Campania 6 MILIARDI di euro di debito a causa della sanità e, a riguardo, qui a Napoli c'è un detto:"se ti senti male è meglio che muori a casa tua...."
Perchè nessuno, nè Parlamento nè Magistratura, ha mai avviato una seria indagine complessiva in merito?
Perchè non vengono rese pubblcihe spese e fornitori?
Spesa pubblica incontrollata e incontrollabile è un'altra arma per destabilizzare democrazia ed Europa. La spesa pubblica incontrollata, infatti, provoca debito pubblico. Il debito pubblico destabilizza la moneta e destabilizzando la moneta si addita l'Europa come la causa della crisi. La causa della crisi è il denaro nero e chi ha instaurato in molti paesi europei l'economia del denaro nero al preciso fine destabilizzare democrazia ed Unione Europea.

#3 da Marino Massotti, inviato il 9/8/2011
Non so se sono ancora in tempo, ma vorrei intervenire sull’argomento Concordo con il prof Ricciardi sulla necessità di creare in Italia una nuova cultura della salute, coinvolgendo politici onesti con visione strategica, coadiuvati da tecnici competenti e, la mia esperienza mi suggerisce di aggiungere, indipendenti. La lettura del suo articolo mi ha fatto venire in mente che la razionalizzazione del Prontuario Farmaceutico Nazionale fatta nel 1994 determinò in Italia una nuova cultura del farmaco. Un medico di medicina generale mi disse, con soddisfazione, che i provvedimenti emanati lo avevano costretto a rivedere in positivo il modo di esercitare la professione. L’analisi del prof Ricciardi sull’impatto dei provvedimenti governativi è condivisibile. Mi permetto di porre all’attenzione una serie di riflessioni –alcune delle quali sono ovvie per gli esperti del settore- che potrebbero arricchire la discussione sull’impatto dei ticket e, più in generale, delle misure di controllo della spesa sanitaria. In primo luogo, occorre considerare che Il mantenimento della salute nei Paesi avanzati prevede interventi sul consumatore/paziente, decisi dal medico e pagati da una parte terza, rappresentata in Italia dall’Amministrazione pubblica. Ne consegue che l’efficacia delle politiche sanitarie è determinata dalla capacità dei provvedimenti di coinvolgere contemporaneamente tutte le parti. Nei momenti di crisi, le misure di razionalizzazione/contenimento della spesa sanitaria debbono prevedere la loro compartecipazione, non potendo identificarne una come la “responsabile finanziaria”. La richiesta di un ticket sulle prestazioni sanitarie ai pazienti ne influenza le richieste, indirizzandoli sulle prestazioni ritenute realmente necessarie. Tuttavia, mi risulta, ma posso sbagliare, che tale misura perde efficacia nel tempo, anche perché la domanda proviene soprattutto da fasce di popolazione esenti per reddito, quali, disoccupati, malati cronici o con malattie rare, invalidi, donne in gravidanza, etc. Una maggiore aderenza del medico alle indicazioni della “medicina basata sull’evidenza”, indirizza le prescrizioni alle prestazioni ritenute più efficaci in base alle conoscenze scientifiche. A questo fine, il personale sanitario dovrebbe dedicare maggiore impegno alla formazione e a seguire programmi di aggiornamento, soprattutto quelli da fonti indipendenti. Occorre poi considerare la tendenza dei medici di eccedere negli accertamenti diagnostici e specialistici, per evitare conseguenze negative di natura medico legale. Infine, il Servizio Sanitario Nazionale dovrebbe implementare i programmi di formazione continua degli operatori sanitari (incentivandone la partecipazione) e quelli di controllo sulle prescrizioni diagnostiche e assistenziali, eliminando dal rimborso quelle ritenute di dubbia o non provata utilità. Inoltre, si dovrebbero identificare prestazioni per le quali è possibile una rinegoziazione del costo. Infine, si dovrebbe intervenire per ottenere l’effettiva partecipazione dei cittadini ai programmi piuttosto che limitarsi a diffondere informazioni sulla loro presenza. Un’ultima considerazione. A mio parere, è difficile spiegare come in alcune Regioni, dove è stato tollerato l’abuso dei di prescrizioni (farmaceutica, diagnostica, specialistica) e di ricoveri ospedalieri negli ultimi decenni, l’aspettativa di vita e la qualità della vita residua siano sfavorevoli rispetto a quelle Regione da sempre attente ad un razionale impiego delle risorse. Se ne deduce che l’aumento indiscriminato degli interventi sanitari e quindi del controllo sanitario della popolazione, non comporta automaticamente un vantaggio (anzi produce uno svantaggio) per la salute del consumatore/paziente, almeno in quelle Regioni dove ciò è stato fatto.

#2 da Giulio Portolan, inviato il 25/7/2011
Oggi Ernesto Galli della Loggia sostiene sul Corriere della Sera tesi che vado dicendo da mesi su Italia Futura, e cioè che la collocazione naturale della DC era il centro-destra, e che essa si presentava con Moro come partito di sinistra solo per il peso della corrente interna a un partito naturalmente di destra. Ma il politologo trascura di analizzare alcune questioni. Quale partito oggi può incarnare la nuova DC a destra dello schieramento politico ? Il Terzo Polo, il Popolo della Libertà o entrambi ? E’ disposta Italia Futura a essere partito di destra ? E l’Api di Rutelli ? Inoltre la mia tesi riguardava il passato, non il futuro. Ho sostenuto che il Terzo Polo potrebbe compensare il dissolvimento del partito berlusconiano, ma questo in un’ottica conservatrice del sistema bipolare, proprio il sistema che Casini e i suoi alleati contestano. Si tratta di passare da un sistema in cui il centro è l’ago della bilancia di un sistema bipolare con due grandi partiti opposti, a un sistema in cui il centro è il solo grande partito, e l’ago della bilancia siano uno dei due partiti opposti. In questo senso la nuova DC rimarrebbe partito centrista. Ciò che della Loggia e Panebianco lasciano sottointeso come le loro tesi (quest’ultimo con la critica dei movimenti dell’antipolitica) è che la politica sia un sistema conservatore, che ha lo scopo di non produrre cambiamenti reali. Infatti il sistema bipolare da essi difeso serve a proiettare a livello parlamentare il conflitto sociale senza risolverne le cause profonde, che sono le ingiustizie sociali. Il centrismo, come sostenuto da Montezemolo, invece, affronta problemi che sono “né di destra né di sinistra”, perché ha lo scopo di risolvere concretamente i problemi della società. Italia Futura appartiene all’antipolitica ? Sì certamente, se per antipolitica si intende il rifiuto di una politica inconcludente, quale è quella offerta dal sistema bipolare della seconda repubblica.

#1 da Giulio Portolan, inviato il 25/7/2011
Si potrebbe riprogettare la tessera sanitaria o il tesserino con il codice fiscale, con il collegamento all'Agenzia delle Entrate che aggiorna i dati. Il dato è il reddito della persona, su cui commisurare il valore del ticket.



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