Con quest’articolo intendiamo rispondere al
contributo pubblicato su questo sito dal dott. Enrico
Zanetti, in cui viene chiamato in causa il nostro
studio intitolato “Legami familiari e accesso alle professioni in Italia”, svolto per conto della Fondazione Debenedetti e presentato il 4 luglio presso l'Università Bocconi. Speriamo che i lettori tutti lo leggano prima di formulare le loro critiche. Soprattutto in questo momento è
fondamentale che ci sia un confronto serio su come migliorare la regolamentazione delle professioni in modo tale da garantire la qualità dei servizi offerti.
Atteggiamenti di preclusione a priori ad ogni tentativo di riforma non possono non dare all'opinione pubblica l'immagine di una “casta” dedita esclusivamente alla protezione dei propri interessi. Ultimo di tali atteggiamenti la sconcertante presa di posizione dei 44 deputati-avvocati e 22 senatori-avvocati del PDL che erano disposti a votare contro la manovra gettando il paese in una catastrofica crisi finanziaria se non fossero state eliminate dalla manovra stessa le norme relative alla liberalizzazione delle professioni.
Nello specifico, nel nostro lavoro non suggeriamo l'abolizione degli ordini professionali, come asserisce invece il dott. Zanetti. Esistono serie motivazioni economiche che giustificano ampiamente l’esistenza degli Ordini, dei codici deontologici di condotta e delle barriere all’ingresso al fine di garantire la qualità dei servizi offerti. Necessariamente però tali regolamentazioni generano limitazioni della concorrenza.
Chi nega il ruolo degli ordini nel garantire la qualità o il loro effetto distorsivo della concorrenza lo fa sulla base di pregiudizi.
Solo riconoscendo che queste regolamentazioni hanno sia un aspetto positivo (garanzia di qualità) che uno negativo (limitazione della concorrenza) si può procedere ad un dibattito corretto. Alla politica spetta la scelta di dove posizionarsi in questo trade-off tra qualità e concorrenza.
Fin tanto che ci si confronterà tra chi sostiene che il mercato dei servizi professionali è perfettamente concorrenziale e chi sostiene che gli ordini non hanno alcuna capacità di garantire il consumatore, il dibattito pubblico non avanzerà.
Non suggeriamo nemmeno di abolire gli esami di stato per l'abilitazione professionale. Dalle evidenze empiriche che produciamo emerge però chiaramente che
non sempre le procedure di accesso alle professioni selezionano necessariamente gli operatori migliori.
Da qui le nostre proposte di riforma:
andrebbero eliminati, ad esempio,
potenziali conflitti d’interesse nell’esame di abilitazione, evitando che sia preparato e/o corretto dagli iscritti all’Albo, che saranno successivamente concorrenti diretti dei neo-iscritti. Questo gioverebbe senz’altro anche alla reputazione degli Ordini stessi. Inoltre, sarebbe
auspicabile separare il ruolo di auto-regolamentazione degli Ordini da quello di rappresentanza degli interessi di categoria.
Sulla questione del familismo evidenziamo che i legami familiari all'interno di una professione possono avere aspetti sia positivi sia negativi. Il nostro lavoro documenta che
in alcune professioni la famiglia svolge un importante ruolo di trasmissione di capitale umano, mentre in altre prevalgono pratiche nepotistiche che non migliorano la qualità dei servizi offerti.
Speriamo con questo di aver chiarito ancora una volta ai lettori e al dott. Zanetti la corretta interpretazione dei nostri risultati. Per quanto riguarda l’accusa di aver adottato un metodo poco scientifico e di essere giunti a risultati “presunti”, i nostri dati sono a disposizione e nel nostro
studio, liberamente disponibile sul sito della Fondazione Debenedetti, si trova la descrizione dettagliata di come sono stati elaborati per produrre suddetti risultati.