Sulle professioni serve un confronto serio

Ancora sugli ordini professionali

di Gaetano Basso e Michele Pellizzari , pubblicato il 21 luglio 2011
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Con quest’articolo intendiamo rispondere al contributo pubblicato su questo sito dal dott. Enrico Zanetti, in cui viene chiamato in causa il nostro studio intitolato “Legami familiari e accesso alle professioni in Italia”, svolto per conto della Fondazione Debenedetti e presentato il 4 luglio presso l'Università Bocconi. Speriamo che i lettori tutti lo leggano prima di formulare le loro critiche. Soprattutto in questo momento è fondamentale che ci sia un confronto serio su come migliorare la regolamentazione delle professioni in modo tale da garantire la qualità dei servizi offerti.

Atteggiamenti di preclusione a priori ad ogni tentativo di riforma non possono non dare all'opinione pubblica l'immagine di una “casta” dedita esclusivamente alla protezione dei propri interessi. Ultimo di tali atteggiamenti la sconcertante presa di posizione dei 44 deputati-avvocati e 22 senatori-avvocati del PDL che erano disposti a votare contro la manovra gettando il paese in una catastrofica crisi finanziaria se non fossero state eliminate dalla manovra stessa le norme relative alla liberalizzazione delle professioni.

Nello specifico, nel nostro lavoro non suggeriamo l'abolizione degli ordini professionali, come asserisce invece il dott. Zanetti. Esistono serie motivazioni economiche che giustificano ampiamente l’esistenza degli Ordini, dei codici deontologici di condotta e delle barriere all’ingresso al fine di garantire la qualità dei servizi offerti. Necessariamente però tali regolamentazioni generano limitazioni della concorrenza. Chi nega il ruolo degli ordini nel garantire la qualità o il loro effetto distorsivo della concorrenza lo fa sulla base di pregiudizi.

Solo riconoscendo che queste regolamentazioni hanno sia un aspetto positivo (garanzia di qualità) che uno negativo (limitazione della concorrenza) si può procedere ad un dibattito corretto. Alla politica spetta la scelta di dove posizionarsi in questo trade-off tra qualità e concorrenza. Fin tanto che ci si confronterà tra chi sostiene che il mercato dei servizi professionali è perfettamente concorrenziale e chi sostiene che gli ordini non hanno alcuna capacità di garantire il consumatore, il dibattito pubblico non avanzerà.

Non suggeriamo nemmeno di abolire gli esami di stato per l'abilitazione professionale. Dalle evidenze empiriche che produciamo emerge però chiaramente che non sempre le procedure di accesso alle professioni selezionano necessariamente gli operatori migliori.

Da qui le nostre proposte di riforma: andrebbero eliminati, ad esempio, potenziali conflitti d’interesse nell’esame di abilitazione, evitando che sia preparato e/o corretto dagli iscritti all’Albo, che saranno successivamente concorrenti diretti dei neo-iscritti. Questo gioverebbe senz’altro anche alla reputazione degli Ordini stessi. Inoltre, sarebbe auspicabile separare il ruolo di auto-regolamentazione degli Ordini da quello di rappresentanza degli interessi di categoria.

Sulla questione del familismo evidenziamo che i legami familiari all'interno di una professione possono avere aspetti sia positivi sia negativi. Il nostro lavoro documenta che in alcune professioni la famiglia svolge un importante ruolo di trasmissione di capitale umano, mentre in altre prevalgono pratiche nepotistiche che non migliorano la qualità dei servizi offerti.

Speriamo con questo di aver chiarito ancora una volta ai lettori e al dott. Zanetti la corretta interpretazione dei nostri risultati. Per quanto riguarda l’accusa di aver adottato un metodo poco scientifico e di essere giunti a risultati “presunti”, i nostri dati sono a disposizione e nel nostro studio, liberamente disponibile sul sito della Fondazione Debenedetti, si trova la descrizione dettagliata di come sono stati elaborati per produrre suddetti risultati.

Lo studio della Fondazione Rodolfo Debenedetti “Legami familiari e accesso alle professioni in Italia”, presentato lo scorso 4 luglio presso l’Università Bocconi, è a cura di Michele Pellizzari, Gaetano Basso, Andrea Catania, Giovanna Labartino, Davide Malacrino e Paola Monti.


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#19 da RAFFAELLA LICCIONE, inviato il 28/7/2011
egregi ricercatori, sono un dottore commercialista, un giovane dottore commercialista. ho letto con interesse il vostro studio. mi chiedo e vi chiedo quali siano gli indicatori di significatività della correlazione fra familismo e qualità dei servizi. dove per significatività intendo la capacità della correlazione di rappresentare la realtà. avete messo in relazione alcune variabili della realtà nel modello statistico da voi adottato: quanto questa relazione ritrae la realtà? come è stata effettuata la scelta delle variabili per la qualità dei servizi? e fra le altre considerate quali erano gli indicatori di "bontà" della correlazione? grazie e buon lavoro raffaella liccione

#18 da NICOLA TELLA, inviato il 26/7/2011
Se ben comprendo la tesi dei dottori Basso e Pellizzari, esplicitata nella approfondita ricerca effettuata per la fondazione Debenedetti sarebbe la seguente: le professioni per il cui accesso è previsto un controllo all'ingresso attraverso un esame di stato ed un costante controllo da parte dell'ordine di appartenenza, di fatto, devono considerarsi “professioni protette”, in cui l'accesso non è pienamente libero con inevitabile distorsione della concorrenza (cito testualmente: “Necessariamente però tali regolamentazioni generano limitazioni della concorrenza. Chi nega il ruolo degli ordini nel garantire la qualità o il loro effetto distorsivo della concorrenza lo fa sulla base di pregiudizi”). Orbene, se tale tesi fosse corretta si dovrebbe riscontrare nel mercato una ridotta presenza di professionisti appartenenti ad ordini “protetti”, con drastica riduzione della concorrenza ed alti prezzi, a fronte di una vasta diffusione delle professioni “non protette” e soggette solo al libero mercato, con piena concorrenza e riduzione dei prezzi. Non disponendo delle necessarie competenze scientifiche e tecniche per svolgere una ricerca altrettanto approfondita di quella svolta da Basso e Pellizzari, mi sono affidato ad un metodo empirico e poco scientifico, ma sicuramente verificabile da tutti i lettori: ho inserito nel motore di ricerca delle Pagine Gialle online diverse categorie di professionisti, sia tra quelli appartenenti ad ordini “protetti” (medici, avvocati, commercialisti, architetti, ingegneri, consulenti del lavoro), sia tra quelli appartenenti a professioni non protette e soggette solo alle regole di mercato (elettricisti, idraulici, imbianchini, serramentisti, piastrellisti), limitando il campo di ricerca alla regione Veneto, a cui appartengo (ma il metodo è replicabile per ogni regione d'Italia). Bene i risultati di tale verifica empirica sono stati i seguenti: professioni “protette”: medici 9.055 riscontri; avvocati 6.552 risconti; commercialisti 3.992 riscontri; architetti 3.694 riscontri; ingegneri 2.625 riscontri; consulenti del lavoro 1.297 riscontri; professioni non protette: panettieri 1.908 riscontri; idraulici 1.804 riscontri; imbianchini 1.263 riscontri; elettricisti 827 risconti; serramentisti 754 riscontri; piastrellisti 112 riscontri. Pertanto l'esito di tale verifica empirica è che sul mercato vi sono molti più appartenenti alle professioni “protette” che appartenenti alle professioni “non protette”, con la conseguenza che l'offerta e, quindi, la concorrenza, è molto più sviluppata tra le prime, piuttosto che tra le seconde (sui prezzi nulla dico, ma vi auguro di non aver mai bisogno di un idraulico o di un elettricista). Dunque, la tesi dei dottori Basso e Pellizzari secondo cui l'esistenza di ordini con accesso regolamentato e controllo dell'attività distorcerebbe inevitabilmente la concorrenza parrebbe in contrasto con una verifica empirica della realtà, risultando più frutto di “pregiudizi” che di effettivi riscontri concreti. In conclusione, vorrei fosse chiaro che la mia non intende essere una difesa di “casta” degli ordini professionali, che sicuramente hanno numerosi difetti e devono essere soggetti a profonde riforme, ma semplicemente un punto di vista che aiuti ad evitare che tali necessarie riforme partano da presupposti preconcetti e non verificati, rischiando di provocare più danni di quelli che vorrebbero risolvere. RingraziandoVi per la pazienza Vi saluto cordialmente. avv. Nicola Tella

#17 da Michelangelo Liuni, inviato il 25/7/2011
Non voglio attaccare lo studio fatto per la Fondazione Debenedetti, ma voglio indurre ad una riflessione di carattere generale. Sono figlio d'arte e la mia, come si dice nello studio, è una dinastia nella professione del Commercialista. Mi chiedo solamente se il fattore "dinastico" è un punto di forza o di debolezza. Io ritengo che qualsiasi cosa che garantisca una stabilità e coerenza nel tempo sia un punto di forza. In particolare la nostra professione non la vedo assolutamente dinastica, soprattutto per quanto sta succedendo ai nostri danni nell'ultimo decennio, nè tantomeno distorta nella competizione, considerando l'alto numero di colleghi abilitati. Il valore sociale di una professione non si misura dalle statistiche, ma da ciò che la Società percepisce. E sincermanete credo che la Società ci giudica molto benevolmente, considerato che ormai quella che era una professione altamente qualificata si è oggi fatta carico anche delle disfunzioni e croniche mancanze della Pubblica Amministrazione.

#16 da Francesco ROMANO, inviato il 25/7/2011
Sono dottore commercialista e, molto indegnamente, Presidente di Ordine locale e solo per questa mia esperienza segnalo anche per i Colleghi Consiglieri e Presidenti che in queste cariche, seppur di umile e gratuito servizio,il contributo che viene elargito alla Collettività in ordine di controllo, indiretto per lo più,e garanzia delle caratteristiche professionali degli Iscritti è elevatissimo, tant'è che, per chi non lo sapesse, Agenzie delle Entrate, Tribunali, Localizzazioni Inps-Inail e fino alle Prefetture si interfacciano con gli Ordini dei Commercialisti ed EC , per i quali soli ho capacità di parlare, per i più disparati motivi di partecipazione alla cosa pubblica A PARTIRE dalla espressione della professionalità degli Iscritti. Un esempio su tutti: in caso di abolizione delle "caste" professionali, mi auguro che l'autore venga assistito per il suo mal di denti da un già geometra ( senza nulla togliere ai geometri, ovviamente) Francesco ROMANO

#15 da Fabio Tullini, inviato il 25/7/2011
Sono un dottore commercialista non "dinastico" (nessun omonimo nell'Albo professionale) e ritengo la "spiegazione" fornita da Italiafutura più eloquente della ricerca stessa, rispetto al pensiero sottostante. Vi si afferma infatti che le "regolamentazioni hanno sia un aspetto positivo (garanzia di qualità) che uno negativo (limitazione della concorrenza)". Vorrei capire in quale modo la richiesta di qualità certificata (esame di stato, formazione continua, ecc.) costituisca una "barriera all'entrata" della professione in danno dei consumatori, in un mercato che già altro collega ha definito, giustamente, "parcellizzato" e, pertanto, quanto di più vicino alla teoria di una concorrenza perfetta. Non si può dimenticare che il dibattito in atto da anni ha lo scopo, attraverso le mentite spoglie della deregulation, di creare le condizioni per una graduale traslazione dal capitale umano a quello strettamente economico. Non escludiamo a priori di valutare questa ipotesi, ma si dovrebbe spiegare al mercato che le "barriere" basate sulla conoscenza (ricordiamo che gli esami di stato non sono concorsi a numero chiuso e pertanto possono accedere alla professione tutti coloro abbastanza preparati da superarlo) sarebbero sostituite con quelle basate sulle dimensioni delle aziende di consulenza e quindi sugli investimenti necessari per accedere a tale mercato. L'evoluzione del processo è di facile previsione: difficoltà di accesso alla professione per i giovani professionisti (salvi proprio quegli interventi familiari additati nella ricerca come causa dei mali delle professioni) e mercato ridotto ad un numero ben più limitato di operatori di grandi dimensioni, in grado nel tempo di influenzare i prezzi della consulenza in un modo oggi sconosciuto nel settore delle libere professioni. Del resto, chiunque abbia conoscenza delle strutture professionali di grandi dimensioni già oggi esistenti sia in Italia che, soprattutto all'estero, sa perfettamente che queste non sono nè concepite, nè strutturate per garantire i prezzi più bassi, contrariamente alle premesse dalle quali parte la ricerca (p.8)

#14 da EMANUELE PARISINI, inviato il 25/7/2011
Io credo che le affermazioni del Vostro studio “Legami familiari e accesso alle professioni in Italia” sia lo specchio della levatura morale ed intellettuale su cui si fonda il Vostro movimento: assolutamente ridicolo! Al contrario di altri professionisti avremmo dovuto e potuto chiedere tutta una serie di esclusive, come accede in altri Paesi (ad esempio in Francia la contabilità è di competenza esclusiva degli Esperti Contabili) ed in altre professioni... ma non lo abbiamo fatto, anzi ci siamo imposti limiti ed obblighi prima ancora che divenissero legge. La nostra è una professione al servizio del Cittadino, spesso la Pubblica Amministrazione abusa delle nostre competenze per tagliare i propri costi scaricandoli su di noi e quindi sui contribuenti. Appare chiaro a tutti noi Professionisti che l'interesse dei "Capitalisti" è quello di entrare con ingenti risorse da riversare sul libero mercato delle professioni, attraverso lo strumento di società di consulenza che possano agire a 360°, impiegando giovani alla ricerca di un lavoro "sicuro", che si ritroveranno schiacciati in un meccanismo del tipo catena di montaggio come spesso accade nelle Aziende di chi finanzia questa Fondazione e questi Studi... Un Libero Professionista che non ha ereditato la Professione dalle generazioni precedenti.

#13 da Gianfranco Barbieri, inviato il 23/7/2011
Una Professione, un Presidente ed un Consiglio Nazionale che hanno promosso ed avviato la campagna di comunicazione ideata dal genio Lorenzo Marini “COMMERCIALISTI: UTILI AL PAESE”, che hanno onorato l’avvocato Giorgio Ambrosoli al Congresso di Napoli, che non hanno avuto non hanno né chiedono esclusive, che si sono imposti la formazione professionale continua prima che fosse obbligatoria, che non hanno minimi tariffari ne divieto alla pubblicità, che sono oltre 110.000, non si offendono se leggono certe stupidaggini, perchè sono I COMMERCIALISTI UTILI AL PAESE.

#12 da Andrea, inviato il 23/7/2011
Ma venite da marte? Se la vostra ricetta è quella di affidare l'esame di Stato ai soli professori è chiaro che siete a millenni luce dalla realtà! La distanza tra gli studi universitari ed la professione è abissale. Se questa è la proposta tanto vale abolirlo l'esame di stato e anche l'ordine... forse nessuno ve lo ha detto, ma per aprire una partita iva e fare dichiarazioni dei redditti, bilanci o consulenza aziendale ci vuole un giorno e l'unica barriera all'ingresso è saper mettere la propria firma sul modello da presentare all'Agenzia delle entrate.
Andrea, un commercialista non dinastico

#11 da Luigi carunchio, inviato il 22/7/2011
Non sono un commercialista figlio d'arte (anche nella classe sociale). Ritengo che la dinastia nella professione non gira come nell'impresa dove si eredita un capitale o meglio un patrimonio che arriva all'erede a prescindere dalla sua preparazione. Nella professione il lavoro e la fortuna del professionista si poggia sulla fiducia che prescinde dal cognome. Penso che la ricerca poggi su basi sbagliate e la risposta fatta a Zanetti dimostra che sanno benissimo quali sono le falle ma l'obiettivo a quanto sembra sia quello di avere una visibilità mediatica della ricerca utile a questo punto solo per condurre una guerra agli ordini professionali. Va bene la guerra ma occorre essere onesti intellettualmente e dire di avere un interesse per il business dei professionisti che si fonda sulla fiducia dei propri clienti e non affermare che l'obiettivo e' la sana concorrenza ma un desiderio di oligopolio di chi ha il capitale che desidera entrare in un mercato parcellizzato e quindi con concorrenza perfetta

#10 da Fabio Zambelli, inviato il 22/7/2011
Sono offeso e sconcertato! Non riesco a comprendere chi seriamente potrebbe basare le proprie argomentazioni sulla base di una simile ricerca. Perchè allora non fare un'analisi del trade off sulla qualità delle ricerche (come quella che stiamo commentando)e il clamore demagogico che le stesse possono suscitare? Infine alcune considerazioni: nella professione di dottore commercialista non è sufficiente abilitarsi per accrescere e mantenere la propria clientela come neppure si può pensare che il "familismo" garantisca l'affezione del cliente; chi assume il contrario denota una scarsa conoscenza della professione e ,dunque, dovrebbe avere il pudore di astenersi dal fare dichiarazioni sommarie. Per quanto attiene la presunta correlazione tra evasione e "familismo", mi pare di capire che si tratti di una presunzione totalmente arbitraria che si fonda su ulteriori presunzioni arbitrarie: si presume che il "familismo" agevoli l'abilitazione e si presume che questo incida sulla qualità morale (???) del professionista e del tessuto sociale in cui lo stesso opera. Complimenti

#9 da ARTURO DENZA, inviato il 22/7/2011
Sono arturo denza, abilitato dal 1996 e svolgo la mia professione in un piccolo paese della provincia di salerno. Il mio studio è di quelli medio piccoli 5 persone. Preciso che non sono figlio d'arte, mio padre era un operaio, muratore.
Credo che le nostre esclusive (cose che possiamo fare solo noi) sono davvero poche ...
L'evasione è un fenomeno conosciuto ormai ... se ci sono colleghi che si industriano in queste cose, vanno perseguiti... vorrei soffermarmi sul momento
difficile che viviamo ...
Nlla nostra provincia sale il numero dei colleghi che non riesce a proseguire l'attività e chiude lo studio, cancellandosi dall'ordine. Venite qua a fare le vostre indagini ...
un saluto

#8 da studio r, inviato il 22/7/2011
valutazione sommaria per valutazione sommaria, come professionista gradirei occuparmi di consulenza alle imprese, mentre sono costretto a lavorare per l'Erario ed elemosinare dai clienti, mentre i CAF (che sono tutt'uno con i patronati, sindacati, associazioni di categoria) lavorano per lo stato, istituiti con legge dello stato, sono pagati dallo stato, e chiedono ulteriori oboli ai contribuenti, non sono vigilati da nessuno, non hanno bilanci certificati, non hanno studio di settore,....(anche questo non è mercato);
preferisco uno stato che liquidi le imposte per conto del contribuente e accerti le eventuali evasioni; non ho costruito una professionalità per essere sfruttato dall'Erario per poi essere addidato come complice o peggio protagonista di evasione.

#7 da Andrea Foschi, inviato il 22/7/2011
io continuo a vedere, anche nella replica, dei commenti che hanno scarso senso della realtà, vediamo: "non sempre le procedure di accesso alle professioni selezionano necessariamente gli operatori migliori" Questo commento è come l'uovo di Colombo... non abbiamo mai detto di essere perfetti, ma crediamo che, con commissioni composte da professionisti, universitari e Giudici, selezionati dal Ministero, proviamo ad essere corretti e coerenti... se ribaltiamo il messaggio per ogni esame universitario e per ogni giudizio di Tribunale credo che caschiamo nell'assurdo. Si cercano di mettere in atto le migliori condizioni per ottenere un risultato adeguato, si fa quello che si può... "Da qui le nostre proposte di riforma: andrebbero eliminati, ad esempio, potenziali conflitti d’interesse nell’esame di abilitazione, evitando che sia preparato e/o corretto dagli iscritti all’Albo, che saranno successivamente concorrenti diretti dei neo-iscritti" Questo è incredibile !! ma avete valutato quanti sono i "concorrenti" del commercialista ?? ricordo che la nostra professione, non ha mai avuto esclusive, sfido chiunque a trovare una attività che possa essere fatta solo ed esclusivamente dal "Commercialista", quindi che senso ha parlare di "paura" per la presenza di un nuovo giovane commercialista ?? Paura per altro smentita dai fatti.... visto le percentuali di crescita esponenziali... La realtà incredibile, per alcuni/molti, è che la vera paura di molti di noi è non istruire adeguatamente ragazzi che dedicano circa 7 anni della propria vita a prepararsi ad una attività con una moltitudine di rischi e di adempimenti, che i "concorrenti" veri non hanno..... Probabilmente è colpa nostra, continuiamo a non essere capaci di spiegare la nostra professione, ma forse a chi la capisse veramente avrei difficoltà a rispondere alla domanda..... ma chi te lo fa fare ?? scusate...

#6 da GIORGIO TOMA, inviato il 22/7/2011
siamo in prima linea tra lo Stato ed i contribuenti

#5 da GIORGIO TOMA, inviato il 22/7/2011
bisogna far capire che siamo in prima linea con i cittadini al loro servizio ma anche al servizio dello Stato

#4 da christian graziani, inviato il 22/7/2011
Concordo pienamente con la posizione del collega Enrico Zanetti, la nostra è una categoria di 112.000 commercialisti senza barriere all'ingresso, senza minimi tariffari inderogabili, senza limitazioni alla pubblicità e soprattutto senza esclusive/riserve professionali. Ancora oggi il commercialista viene purtroppo avvertito sbrigativamente come un semplice consulente del contribuente per l’ottimizzazione del suo carico fiscale nel rispetto della normativa vigente. Il tumultuoso evolversi dell’economia nelle società avanzate però spinge sempre più la nostra professione oltre il tradizionale ruolo tecnico. Infatti, grazie a un serio percorso nell’abilitazione alla professione, alla formazione continua obbligatoria, all’applicazione concreta di un buon codice deontologico, il commercialista viene chiamato sempre più spesso a svolgere importanti funzioni pubbliche (per l'Amministrazione Giudiziaria, nel controllo di legalità nei collegi sindacali, nell’attività di garanzia in materia di antiriciclaggio, privacy e segreto professionale); ma dirò di più il commercialista svolge una vera e propria “funzione sociale” ancora non riconosciuta esplicitamente dall’opinione pubblica.
Questo bisognerebbe scrivere e dire della ns. professione e della ns. categoria (che chiaramente ha anche le sue - poche - mele marce che vanno denuciate e isolate).
E' indubbio altresì che le professioni vanno riformate, modernizzate e adeguate ai tempi (a proposito interessante e condivisibile è l'articolo "Basta attacchi alle professioni" di Eleonora Di Vona, della giunta UNGDCEC, pubblicato sui Italia Oggi dello scorso 20 luglio).
Christian Graziani (dottore commercialista non figlio d'arte)

#3 da Alessandro Lini, inviato il 22/7/2011
Atteggiamenti di preclusione a priori ? Ma davvero la classe dirigente ritiene che abolendo Ordini professionale ed Esami di Stato si risolvano d'un colpo i problemi del paese. Poi non si capisce come da una parte le "dinastie imprenditoriali" debbano essere auspicate, tanto da richiedere l'emanazione di apposite disposizione volte a favorire il "passaggio generazionale" e invece i professionisti debbono essere combattuti "ad ogni costo". La ricerca mi fa tornare alla mente gli studi di fine 800 di Cesare Lombroso sulla fisiognomica, in base ai quali a seconda del taglio degli occhi o della sporgenza del mento potevi essere un delinquente o no... Poi fortunatamente i metodi di indagine si sono evoluti...

#2 da Giulio Portolan, inviato il 21/7/2011
Chiarisco il mio pensiero. La società è una piramide. Al vertice sta la classe dirigente, chi ha studiato di più e ha ottenuto i migliori risultati di studio e di lavoro. Alla base stanno i mestieri umili. In mezzo stanno i ceto medio e le categorie professionali. L’università non deve più essere chiusa, per preparare solo la classe dirigente. L’università deve essere aperta e resa obbligatoria. In questo modo tutti i cittadini sono istruiti. L’università diventa un percorso di 10-20 anni fatto di istruzione, formazione, selezione, contingentamento. La gerarchia che si instaura tra gli studenti diventa l’immagine della gerarchia che si instaura tra i lavoratori. Il mondo del lavoro diventa interfacciato al mondo dello studio. Con un continuo professo di opportunità e selezione che dura per tutta la vita. In questo modo la piramide sociale lavorativa viene strutturata in modo muro mediante la perfetta meritocrazia. Il risultato è un cittadino dell’elevata istruzione, dal sapere multiforme, e che lavora secondo un lavoro risultato dalla gerarchia del posizionamento del cittadino nella graduatoria di merito del suo percorso di studio. Questo è o dovrebbe essere il futuro.

#1 da Giulio Portolan, inviato il 21/7/2011
La fascia sociale che interessa gli ordini professionali è quella media-alta. Sopra stanno gli azionisti delle grandi società e gli imprenditori. Sotto sta il ceto medio. Le università servono per sfornare professionisti. Le barriere all’ingresso delle università servono per limitare il contingente che va ad occupare la parte medio-alta della piramide sociale. Questa limitazione di accesso alle professioni ha un enorme costo sociale, perché l’istruzione universitaria non è solo uno strumento sociale al servizio del mondo lavorativo, è anche un diritto all’istruzione elevata, per la crescita intellettuale della persona e per la sua integrazione politica come cittadino. L’istruzione universitaria potrebbe potenzialmente impartire insegnamenti qualificanti qualunque tipo di mestiere, anche quelli umili. La selezione per l’accesso al mondo delle professioni qualificanti avverrebbe a posteriori. Il futuro della società sta nella sostituzione dello studio al lavoro, nell’incremento dei saperi artistici e manovali-artigianali, qualificati da istruzione elevata. Per intenderci, in futuro ci si nutrirà di cultura. Condizione di base per vivere nella società della conoscenza e dell’istruzione. Il numero chiuso alle università è un anacronismo. Il numero chiuso va inserito “dentro” l’università, in relazioni a livelli crescenti di istruzione, formazione, qualificazione e lavoro. L’Italia e la Spagna hanno una forte disoccupazione giovanile perché sentono il gap tra formazione e inserimento lavorativo nel mondo della conoscenza. Mi spiego: tutti i giovani scelgono l’università. Oggi essa immette nella fascia medio-alta della società lavorativa, che è satura [quella degli Ordini]. Di qui la disoccupazione. Gli stranieri occupano i lavori umili. I giovani indigeni, con elevata istruzione, vengono tagliati fuori del mercato. In base al nuovo modello sociale che è quello futuro, invece, tutti i giovani entrano all’università, la quale prepara anche per i mestieri umili. La selezione avviene non come barriera ci accesso all’università, ma dentro di essa. Così nessuno rimane disoccupato, tutti hanno elevata istruzione e cultura, e la fascia degli Ordini professionali rimane protetta. Quindi: nelle università abbattimento delle barriere e introduzione degli insegnamenti ai mestieri umili.



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