Le infrastrutture nel Paese di Bengodi
Va seriamente rivista tutta la programmazione
di
Ennio Cascetta ,
pubblicato il 19 luglio 2011
Le notizie di questi giorni sul fronte delle infrastrutture del nostro Paese sono a dir poco allarmanti. Scontri durissimi sulla TAV Torino–Lione, cortei di politici ed imprenditori a favore del cosiddetto terzo valico fra Genova e Milano, manovra che, mentre stanzia nuove risorse per il fondo infrastrutture, definanzia tutte le opere già finanziate e non ancora appaltate. Tutto questo mentre i costruttori denunciano una riduzione della spesa per i lavori pubblici di oltre il 30% e Confindustria ci ricorda quasi quotidianamente il pesante deficit di infrastrutture e le ricadute sui costi e la competitività del nostro sistema produttivo. Purtroppo stanno venendo al pettine tutti i nodi della politica delle infrastrutture in Italia dell'ultimo decennio, diremmo ai tempi della Legge Obiettivo.
Una politica che sembra quella del Paese di Bengodi. Per le tante infrastrutture di cui abbiamo bisogno si è di fatto promesso tutto e non si è scelto (quasi) nulla. Lunghissimi elenchi di opere, oltre 300 nella sola Legge Obiettivo, con progetti “pesanti” e costosissimi, che hanno raccolto acriticamente le richieste di regioni, enti locali, politici, aziende di trasporto, organismi internazionali. Insomma ancora oggi non è assolutamente chiaro se, come sostengono alcuni, la Torino–Lione è un asse fondamentale, prioritario rispetto, ad esempio, alla Milano–Venezia e senza il quale lo sviluppo economico del Paese rischia di rallentare per via dei ritardi e costi per gli scambi di persone e cose con altri Paesi europei oppure, come sostengono altri, un’opera che non rappresenta una effettiva priorità, rinviabile nel tempo e parzialmente sostituita dal collegamento via Svizzera del nuovo traforo del Loetchberg ormai quasi completato, e comunque spropositatamente costosa.
Non sono quesiti da poco e domande simili potremmo porcele per il terzo valico di Genova, per il traforo del Brennero, per la linea Venezia Trieste, per la linea Alta Capacità Napoli- Bari, per il ponte sullo stretto do Messina e via elencando. Tanti progetti fatti o in corso di redazione, in alcuni casi cantieri avviati senza la copertura finanziaria per proseguire, concessioni affidate, revocate e riaffidate, tante firme di protocolli, presentazioni ufficiali, tagli del nastro, ma anche legittime aspettative e speranze, proteste ed opposizioni. Siamo chiamati a mobilitarci pro o contro qualcosa come se fosse una partita di calcio e non questioni serissime che andrebbero affrontate con gli strumenti che la tecnica ci mette da anni a disposizione. Tutto questo mentre la politica economica messa in campo per rispondere alla crisi mondiale finiva di ridurre le risorse pubbliche disponibili e, soprattutto, le rendeva assolutamente incerte e non programmabili. Ogni anno una vera e propria “lotteria della Finanziaria” e, ormai, dei decreti come quello appena varato su proposta del Ministro Tremonti.
Una enorme commedia degli equivoci, messa in scena per avere il consenso più ampio possibile ma che non ci porterà da nessuna parte. E' arrivato il momento di una svolta coraggiosa, di uno scatto di serietà e di realismo, anche affrontando qualche dose di impopolarità. Bisogna realisticamente rivedere la programmazione delle infrastrutture in Italia, scegliendo quelle che servono veramente, con i costi giusti ed i tempi giusti e trovare le risorse, pubbliche e private, per il prossimo decennio.
Non è una impresa da poco, soprattutto dopo la sbornia di questi ultimi anni. Ma bisogna farlo mettendo in discussione i progetti nel cassetto, spesso vecchi di data e di cultura e afflitti dalla sindrome DAD (“decidi, annuncia e difendi”). Progetti che hanno creato anticorpi e reazioni forti con conseguenti aumenti di tempi e costi. Vanno cercate dove possibile soluzioni più tecnologiche, più economiche, più modulabili, confrontando i tempi di realizzazione con quelli di effettivo bisogno, dando la priorità ai nodi, urbani e logistici, rispetto agli assi; creando le condizioni per favorire l'impiego del capitale privato; rivedendo criteri di progettazioni e standard vecchi di decenni; definendo le procedure e le modalità per far partecipare le parti e le popolazioni alle decisioni; rivedendo le procedure di gara per ridurre i contenziosi e selezionare le imprese migliori. Tutto questo cercando di non rallentare quel poco che si sta veramente costruendo. Insomma si tratta di fare il tagliando alla programmazione delle infrastrutture in Italia senza spegnere il motore.
Dovremmo avere il coraggio di non rispondere oggi alle domande su questa o quella opera, di non cedere alla tentazione di promesse facili da fare e difficili da mantenere. L' unico impegno da prendere oggi è quello di cambiare registro, puntando a scelte serie e condivise, ad una politica economica che traguardi il futuro e dia conto dei risultati ottenuti, abbandonando una volta per tutte Bengodi.
Professore ordinario di Pianificazione dei sistemi di trasporto presso l'Università Federico II di Napoli e docente presso il Massachussets Institute of Technology (MIT) di Cambridge (USA). Autore di testi accademici in italiano e in inglese, di numerosi volumi e di oltre 150 lavori pubblicati a livello internazionale. Dal 2000 al 2010 è stato assessore ai Trasporti della Regione Campania e, dal 2005 al 2010, è stato Coordinatore della Commissione Infrastrutture, Mobilità e Governo del Territorio della Conferenza delle Regioni e delle Province Autonome.