Usa e Italia, due crisi a confronto

La politica metta da parte la tattica

di Gian Carlo Bruno , pubblicato il 18 luglio 2011
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Chiunque legga i giornali in Italia sa della fragilità dei conti pubblici del Paese. L'approvazione della manovra è una delle chiavi per rinforzare il circolo virtuoso di fiducia dei mercati nel sistema Italia che ha permesso al Paese di beneficiare dei tassi di interesse favorevoli ottenuti grazie all’euro. Per un Paese con un debito pubblico pesante come l’Italia, la capacità di rifinanziarsi a tassi bassi è di capitale importanza per mantenere il deficit sotto controllo.

In questa delicata condizione finanziaria l’Italia è in buona compagnia, non solo di altri Paesi europei. Il dibattito politico negli Stati Uniti, infatti, è focalizzato sulle negoziazioni, non facili, tra democratici e repubblicani al Congresso sull’aumento del tetto massimo per il debito pubblico. Le agende politiche – la rielezione del Presidente per i democratici, e la lotta all’ultimo sangue contro la Casa Bianca per i repubblicani- dominano la scena. La situazione è seria, perché se non si giunge a un accordo, il governo americano potrebbe andare in default tecnico, si profilerebbe allora uno scenario in cui gli stipendi pubblici e le pensioni non verrebbero pagati. Le conseguenze sarebbero gravissime, sia dal punto di vista economico che politico.

Sembra incredibile pensare che questo Paese, che si è diviso il controllo del mondo con l’URSS per quarant’anni dal dopoguerra, ed è stato il solo egemone dell’ultimo ventennio, si trovi oggi a fronteggiare un simile rischio. Reazioni di panico, però, sono fuori luogo: gli Stati Uniti hanno immense risorse, in termini di capitale fisico, finanziario e umano, e le istituzioni, a cominciare dalla Fed, la Banca Centrale, hanno dimostrato un acuto senso di responsabilità nel gestire la crisi.

La politica però, si sa, è sempre locale, in Italia come negli Stati Uniti. In molti indirizzano critiche pesanti ai repubblicani che, nella loro fissazione di boicottare il Presidente Obama, non sembrano voler accettare la proposta (pure interessantissima per i loro elettori tradizionalmente conservatori e "anti tasse") di impegnare il governo su un programma di riduzione del deficit per 4mila miliardi di dollari in dieci anni, di cui più dell’80% dovrebbe essere ottenuto con tagli alla spesa e solo meno del 20% con aumenti delle tasse.

Se l’accordo, per cui sono rimasti solo pochi giorni, dovesse saltare, i repubblicani ne sarebbero largamente responsabili, ma la leadership della Casa Bianca ne subirebbe un colpo tale che le chances di rielezione di Obama sarebbero virtualmente annullate.

In questo senso sembra delinearsi un parallelo con l’Italia, in cui la strada per gestire la fragilità finanziaria del paese in questo momento sembra indicare la necessità, forse come mai nel passato recente, di un allineamento tra maggioranza e opposizione, nell’interesse della nazione.

A parere di chi scrive e di molti economisti e analisti qui in America, l’Italia ha le risorse per affrontare questa fase delicata. Contrariamente alle boutades irresponsabili e francamente superficiali di quanti, come Ken Rogoff di Harvard, danno l’Italia e forse anche tutta l’Europa come condannata al default e al declino, l’opinione prevalente è che il nostro paese può evitare una pericolosa crisi. Deve però muoversi con rapidità per evitare che la sfiducia dei mercati si traduca in aumenti dei tassi sul debito italiano. Il rischio è che la situazione si avviti in una previsione autoavverante, in cui la sfiducia fa salire i tassi che a loro volta rendono il debito ingestibile, ciò che fa ulteriormente alzare i tassi. Questo meccanismo perverso è lo stesso per tutti i paesi, USA come Italia – una volta che la sfiducia dei mercati si stabilisce, diventa pesantissimo invertire la rotta e risalire la china.

In entrambi i paesi ciò che deve prevalere è il senso di responsabilità dei politici, che devono trascurare i guadagni tattici in favore di obiettivi strategici molto più importanti per il bene comune. In Italia questa potrebbe essere l’occasione per affrontare quelle riforme strutturali, per combattere la rigidità del sistema e favorire la crescita, che sono possibili solo in situazioni disperate. La nostra non è ancora una situazione disperata, ma potrebbe diventarlo molto presto, se le decisioni della politica non saranno quelle giuste.


Direttore del settore istituzioni finanziarie del World Economic Forum a New York, ha lavorato in banche internazionali a Ginevra, Londra, Lussemburgo, e alle Nazioni Unite. Ha una laurea in Economia dell'Università Bocconi, un Master in International Management della Wirtschaftsuniversitaet di Vienna e il Global Master of Arts della Fletcher School of Law and Diplomacy di Boston. E’ stato Senior Fellow presso la Harvard Kennedy School.


tag:  obama   boehner   tagli debito   crisi   italia   usa  


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#5 da Stefano Costantino, inviato il 21/7/2011
Il punto chiave in Italia come negli Stati Uniti, credo sia quello del cambiamento. Decidere come cambiare per non subire un cambiamento forzatamente imposto dagli eventi. Gli Stati Uniti hanno risorse tecniche e finanziarie infinitamente superiori a quelle dell'Italia, e forse una mentalità diversa, più reattiva e più cementata dal senso di un comune destino. Visto dall'Italia, Obama voleva assomigliare a un Roosvelt del new deal, o almeno ad un Clinton dei brillanti anni '90. Nella realtà, nonostante i buoni propositi, probabilmente la sua presidenza può avvicinarsi più all'esperienza di lindon Johnson, con il tentativo di riforme sul piano dell'assistenza sociale, ma con un elevato coinvolgimento militare nel mondo, peraltro ereditato, che ha pesato sicuramente sulla finanza pubblica. Il punto di forza è che la politica lì dovrebbe avere una credibilità che qui, invece, non ha e continua ad essere frantumata ogni giorno che passa. La coscienza del pericolo che corriamo oggi c'è. Non si può far finta di nulla. Ciò che, a mio avviso, si dovrebbe fare, è fornire un idea organica per cambiare il paese, abituando gli italiani a pensare che un cambiamento positivo è possibile, anche se avrà inevitabilmente un prezzo da pagare. Tenere in piedi il paese penso sia possibile, anche dal punto di vista finanziario. I margini di manovra su come lo stato gestisce le sue risorse ci sono, ma non è pensabile che la credibilità dell'Italia possa essere mantenuta con delle misure come questa finanziaria, che è una collezione di cerotti. Una nuova proposta più profonda e radicale deve venire, possibilmente da una classe dirigente che non sia compromessa con la politica delle due passate repubbliche, ormai poco credibile tanto a destra quanto a sinistra. Yes we can, ma dobbiamo pensarci seriamente e sapere che comunque non sarà un gioco da ragazzi.

#4 da Alvaro Schieppati, inviato il 19/7/2011
Questo articolo, come quello precdente di Irene Tinagli ed altri comparsi recentemente, sono pienamente condivisibili e fotografano la realtà Italiana. La vera questione per Italia Futura è che il nostro paese è ormai allo sbando, senza guida, senza progetti, evanescente compresa la borghesia produttiiva. Quale è il compito dell'Associazione se non quello di dare carburante al motore di questo paese. Non vedo, almeno in apparenza, iniziative concrete in questa direzione.

#3 da Fulvio Aversa, inviato il 18/7/2011
Al di là dell’Atlantico la radicalizzazione dello scontro politico voluta dai repubblicani sta mettendo seriamente a repentaglio il merito creditizio degli Stati Uniti con conseguenze imprevedibili in caso di default o declassamento del rating; basti pensare che il maggior acquirente di titoli di Stato americani è la Cina e non è un caso che Pechino, fra l’altro, stia brigando per rendere il renminbi (la moneta cinese) un polo valutario che si affianchi a quelli già esistenti nell’ambito di una strategia di sempre minore dipendenza dalle economie occidentali. Dalle nostre parti sembra invece essersi verificato quell’ “allineamento nell’interesse della nazione” auspicato nell’articolo; peccato che ciò sia avvenuto a sostegno di una manovra economica che punta sul tirare a campare a breve-medio termine non soltanto per il differimento al 2013 dei provvedimenti più onerosi ma anche per il suo fondarsi sull’indebitamento a interessi sempre maggiori e sul prelievo fiscale senza nessuno sprone allo sviluppo e senza sacrifici da parte della “casta” che ha attratto su di sé un’acrimonia livida ma confinata su Internet, almeno per il momento. Si può concedere che non ci fosse tempo, che i mercati esigevano una risposta immediata, che bisognava dare un segnale forte di stabilità; ma se il massimo risultato possibile è stato questo allora viene seriamente da mettere in discussione l’abilità dei nostri governanti. A cominciare dal Presidente del Consiglio. Sfogliare il “Financial Times” negli ultimi giorni è stato come avere in mano una copia del “Fatto Quotidiano” tanti sono stati gli attacchi a Silvio Berlusconi da tutte le direzioni e con motivazioni decisamente fondate. Bollato col gustoso epiteto di “costly liability” Berlusconi è considerato una delle principali cause della mancanza di credibilità del nostro Paese e la sua uscita di scena è un passaggio non prescindibile secondo l’opinione del prestigioso quotidiano che non rispecchia certo posizioni estremiste. Il fattore B. è dunque un problema che va affrontato senza animosità né indulgenza ma che non può certo essere sottaciuto soprattutto su queste pagine dove si fa appello ad un senso di responsabilità che metta da parte i tatticismi.

#2 da Giulio Portolan, inviato il 18/7/2011
Il debito pubblico degli Stati Uniti d’America è l’altra faccia della Guerra Fredda. Da una parte, a oriente, una situazione economica insostenibile ha provocato il crollo dell’URSS del 1991. Dall’altra parte, a occidente, la politica di potenza degli USA, la necessità di finanziare le missioni all’estero, il tentativo di controllare il mondo con il servizio segreto più potente della terra, hanno provocato un incremento risultato insostenibile della spesa pubblica. I repubblicani si oppongono ai tagli della spesa perché questi riguardano il settore della difesa. C’è da chiedersi se le simulazioni degli economisti abbiano già messo in conto le conseguenza per il settore privato di un default del settore pubblico, dato che il popolo americano non ha mai avuto una concezione socialista dello stato. La questione riguarda anche l’Italia e l’Europa: cosa significa in concreto fallimento dello stato ? come si verifica il contagio da un paese all’altro ? quali le conseguenze per i privati ? Negli Stati Uniti il potere è in mano ai privati, ai repubblicani, che non hanno a cuore il destino dello stato. E’ anche vero però che se crolla lo stato negli USA viene intaccata la maggiore fonte di finanziamento dell’industria militare e lo stesso esercito degli Stati Uniti verrebbe colpito sotto il profilo economico, con conseguenze destabilizzanti per la politica di potenza degli USA e per la pace mondiale che tale politica promuove e difende. E’ nell’interesse non solo dei privati, cioè dei repubblicani, ma del mondo intero, che lo stato americano non fallisca. Personalmente non sono d’accordo con l’articolo di oggi sul Corriere della Sera di Pierluigi Battista che parla di rivoluzione del ceto medio italiano aggredito dalla finanziaria. Anche Draghi ha parlato di innalzamento delle tasse. L’Italia è stretta nella morsa della corruzione e dell’evasione, e il ceto medio paga per chi non paga le tasse. La responsabilità della classe politica non consiste solo nelle mancate liberalizzazioni, ma nel mancato appoggio all’azione repressiva dello stato contro la corruzione e l’evasione. Il ceto medio non deve ribellarsi ma deve solo organizzarsi politicamente. A questo servono iniziative come quella di Italia Futura.

#1 da Romano Perissinotto, inviato il 18/7/2011
L'Italia, o meglio, il Sistema economico Italia ha senza dubbio le possibilità e le risorse non solo per fronteggiare una crisi strutturale come quella che stiamo vivendo, ma di andare oltre e riprendere a crescere.
I mezzi ha disposizione possono essere sinteticamente individuati nella capacità, quella nostra, di saper fare e trasformare valori immateriali in punti di forza (leggi politiche a favore del Made in Italy...) per consolidare una leadership mondiale nei mercati di fascia alta. La naturale predispozione nazionale per il "bello" è parte integrante della nostra essenza di nazione, consolidata da secoli di storia e cultura.
In seconda analisi, il patrimonio pubblico italiano è ampiamente sufficiente per liberalizzare risorse da destinare alla crescita di questo sistema di piccole e medie Aziende, le quali sviluppandosi e consolidandosi, potrebbero essere in grado di mantenere sia i fatturati che l'occupazione.
Condizione essenziale per realizzare tutto ciò è il rinnovamento di una classe politica inetta, faccendiera e rivolta esclusivamente al consenso.
Presidente Montezemolo, lo legga come un'ulteriore appello ad accellerare i tempi...



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