Afghanistan, gli italiani possono essere orgogliosi

Un pesante investimento da valorizzare in modo adeguato

di Gen. Vincenzo Camporini , pubblicato il 15 luglio 2011
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Che l’Afghanistan non fosse e non potesse diventare la Svizzera nessuno lo ignorava, bastava leggere i romanzi di Khaled Hosseini o il libro report di Sikorski, per avere piena consapevolezza di un insieme di popoli duri, orgogliosi fino all’estremo, legati ad una cultura antica, per molti versi aliena rispetto ai concetti di diritti umani come noi li intendiamo, dove la democrazia è ancora quella dei consigli degli anziani nei villaggi.

Lo scopo realistico dell’intervento internazionale, al di là degli aspetti legati all’infausto 11 settembre, nonostante le illusioni di molti, non poteva essere che quello di creare le condizioni affinché questo insieme si consolidasse in un credibile interlocutore, in grado di autogestirsi e di assumere le proprie responsabilità sul piano internazionale, con forme di governance autonomamente scelte.


Chi si prefiggeva tale scopo può dire che le risorse, umane, organizzative, finanziarie finora impegnate (e quelle che saranno impegnate nel futuro) nell’impresa non sono state sprecate. Nonostante le notizie spesso drammatiche che ci arrivano, la situazione della sicurezza per gli Afghani è oggi incomparabilmente migliore rispetto al recente passato, la vita economica sta riprendendo, imprenditori esteri – coraggiosi – hanno preso contatti che già si stanno concretizzando in nuove iniziative, la popolazione ha finalmente la consapevolezza che un futuro migliore è possibile. In questo senso credo si debbano leggere i segnali, che cominciano a giungere, di una voglia crescente di ‘fare da soli’: la cosiddetta fase di ‘transizione’, oltre ad costituire una ragionevole modalità di disimpegno graduale da parte dei membri della coalizione, risponde dunque ad una generalizzata volontà degli Afghani di riprendere in mano il proprio destino.


In questo quadro il nostro paese può essere orgoglioso di quanto il ‘sistema Italia’ ha e sta realizzando in una regione, quella occidentale, che alcuni oggi definiscono facile, ma che durante l’occupazione sovietica era considerata il buco nero per l’Armata Rossa. In particolare i risultati conseguiti nell’addestramento delle forze di sicurezza afghane, esercito e polizie, dimostrati anche dalla efficiente reazione a recenti eventi di stampo terroristico ad Herat, ci confermano che siamo sulla strada giusta. Stiamo dunque facendo bene, ma la domanda che dobbiamo porci è se questo successo ‘tattico’ si inquadri in una strategia più ampia di posizionamento e ruolo dell’Italia nel consesso della comunità internazionale, se l’investimento, pesante, che il nostro paese da tempo sta facendo, venga adeguatamente valorizzato, oppure se al contrario rimanga un fatto episodico, destinato a qualche riga nei futuri manuali di storia.


Leggendo le cronache di questi giorni si ha la sensazione che si potrebbe ottenere di più, che il credito che ci siamo faticosamente e dolorosamente guadagnato non trovi adeguato riconoscimento sui vari tavoli dove si gioca la partita del futuro dell’Alleanza Atlantica e dell’Unione Europea. Indubbiamente le vicende politiche interne, la doverosa attenzione alla critica situazione economica e finanziaria, le incertezze del quadro interno ed esterno non inducono ad una visione strategica di ampio respiro. Ciò è vero per noi come per molti altri paesi, ad esempio per la Gran Bretagna, che si dibatte oggi in un dilemma inusitato tra l’abbraccio francese e la non più inossidabile ‘relazione privilegiata’ con gli Stati Uniti, così come per la Germania, la cui azione sul piano internazionale appare quanto meno sfocata.


Ma è proprio in questa congiuntura che il nostro ruolo può trovare adeguata valorizzazione, a partire dalla vicenda libica in cui, al di là del frenetico, ostentato attivismo di qualcuno, credo si debba evidenziare il fatto che nessuna azione internazionale militare, anche in un’ottica di ‘comprehensive approach’, può essere svolta senza una diretta e impegnata partecipazione italiana. Le operazioni in corso vedono due soli paesi indispensabili: gli Stati Uniti che forniscono alcuni elementi abilitanti essenziali quali ricognizione strategica, intelligence, targeting, rifornimento in volo, e l’Italia, senza le cui basi e senza il cui sostegno logistico i velivoli degli altri paesi della coalizione non sarebbero impiegabili. Si tratta di un vantaggio di posizione che deve essere riconosciuto e che dovrebbe indurre a maggiore cautela chi, in un’ottica che non ha nulla di multilaterale, non esita a lanciarsi in pericolose fughe in avanti.


Il Generale Vincenzo Camporini è stato dal 2008 al 2011 Capo di Stato Maggiore della Difesa. Nella sua carriera di pilota militare ha volato oltre 3000 ore su 23 diversi tipi di velivoli, tra cui l'F104 Starfighter. E’ membro della Royal Aeronautical Society.



tag:  afghanistan   camporini   italia   relazioni internazionali  


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#2 da Agostino Quadrino, inviato il 15/7/2011
Il cinismo amorale di questo articolo è spaventoso, oggi, proprio nel giorno dei funerali di Roberto Marchini, 40a vittima italiana in Afghanistan, che il generale nemmeno cita. Semplicemente vergognoso. http://www.tusciamedia.com/component/content/article/267-cronaca/7494-militare-morto-in-afghanistan-venerdi-i-funerali-a-caprarola.html

#1 da Giulio Portolan, inviato il 15/7/2011
Le carriere militare e politica andrebbero rese intercambiabili. Questo nella previsione di una gerarchia politica. Questa si può ottenere rinunciando al diritto di voto. Per questo sono d'accordo con l'attuale legge elettorale, che protegge il sistema politico dall'incompetenza.



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