Il recente
studio promosso dalla
Fondazione Rodolfo Debenedetti sulle libere professioni in Italia, dall'evocativo titolo "Dinastie professionali", ha avuto ampio risalto sui media. Il succo della ricerca è:
gli Ordini professionali sono caste chiuse che frenano l'accesso dei giovani al ricco mercato delle libere professioni e gettano le basi per la creazione di vere e proprie dinastie di professionisti che tramandano l'attività di padre in figlio.
Prima considerazione:
servirebbe un approccio meno qualunquistico e un approfondimento reale delle enormi differenze che intercorrono tra Ordine e Ordine. Il panorama è infatti molto variegato.
Ci sono, è vero, professioni che contemplano limiti nel numero massimo di professionisti abilitati (notai) e professioni la cui attività può essere in concreto esercitata in forma autonoma solo se si è in possesso di una licenza commerciale contingentata nel numero (farmacisti).
Sono però l'eccezione, non la regola. Tutte le altre professioni non prevedono limitazioni numeriche di sorta (ad esempio, gli avvocati) e alcune nemmeno limitazioni sulla pubblicità e tariffe minime inderogabili (ad esempio, i commercialisti). In definitiva, quindi, le uniche libere professioni per le quali esistono oggettive barriere all'accesso sono quelle dei notai e dei farmacisti.
Se queste barriere sono considerate ingiustificate, eliminiamole; se invece sono tutto sommato giustificate, manteniamole; ma non facciamo di tutta un'erba un fascio. Per il resto,
giusto agire con determinazione sul fronte della rimozione dei limiti alla pubblicità e pure della inderogabilità dei minimi tariffari, laddove persistono. Anche se, confermandone l'abrogabilità, diciamo con franchezza che i minimi tariffari assolvono alla stessa funzione dei contratti collettivi nel lavoro dipendente: servono all'operaio che va in catena di montaggio, non al grande e conteso dirigente che, buon per lui, va "ai massimi" di suo.
Profondamente
sbagliato è invece definire “barriera all'accesso” ciò che, come l'esame di Stato, rappresenta invece una tappa qualificante di un più ampio percorso formativo. L'esame di Stato è assolutamente equiparabile, per logica e finalità, al concorso pubblico che deve (dovrebbe) essere superato per poter accedere al pubblico impiego.
Vogliamo abolire esami di Stato e concorsi pubblici, anziché cercare di migliorarli? Si può fare e il sole continuerebbe a sorgere ogni mattina, però
sarebbe l’assist migliore per agevolare l'instaurazione delle famose dinastie, se è questo che tanto ci preoccupa: basterebbe infatti a quel punto avere un padre titolare di uno studio professionale o dirigente di una pubblica amministrazione per subentrargli senza alcun tipo di valutazione di capacità tecnica da parte dello Stato.
E questo ci porta alla seconda delle nostre considerazioni. Cercare un titolo accattivante per una ricerca è comprensibile, ma "dinastie professionali" suona un po' stonato e prevenuto. Anche la famiglia Debenedetti, al cui capostipite è intitolata la Fondazione che ha promosso la ricerca, è fior di dinastia imprenditoriale e, francamente,
è difficile vederci qualcosa di male.
L'importante è costruire un Paese in cui anche chi non ha una dinastia alle spalle possa avviare ex novo un progetto imprenditoriale o professionale e questo è sempre possibile quando non ci sono numeri chiusi, ma solo condizioni di accesso che garantiscano l’esistenza di requisiti minimi (strutturali o igienici, ad esempio, nel commercio; di competenza tecnica, nelle professioni intellettuali).
Chi scrive non è figlio d'arte, ma semplicemente qualcuno che fatica a capire perché il passaggio generazionale di un'azienda rappresenti un valore sociale meritevole di essere addirittura agevolato anche sul piano fiscale, mentre il passaggio generazionale di uno studio professionale sia da considerare
un vero e proprio disvalore sociale da mettere all'indice.
Perché? Perché ci sarebbe un peggioramento della qualità dei servizi professionali e pure dell'etica dei professionisti come illustra la ricerca della Fondazione Rodolfo Debenedetti laddove sottolinea, ad esempio, una presunta correlazione statistica tra omonimie tra commercialisti ed evasione fiscale in una determinata area territoriale?
Difficile interloquire in modo sereno con 112.000 commercialisti (non 3-4.000 privilegiati, ma un "popolo" di 112.000 concittadini) se si propongono simili assunti, la cui scientificità è di dimostrazione talmente ardua da meritare forse maggiore ponderazione.
La verità è che le centinaia di migliaia di commercialisti, avvocati, architetti e ingegneri (altro che caste chiuse), quando sentono affrontare il tema delle professioni in questo modo
non possono non preoccuparsi.
Perché
il sistema ordinistico può senza dubbio essere migliorato in molti punti e reso meno autoreferenziale in altri. Ma
una politica di destra e di sinistra palesemente ferma a schemi mentali e sociali di oltre vent'anni fa può soltanto fare danni, distruggendo quanto c'è di buono dell'esperienza italiana, nel nome di modelli anglosassoni che conosce ancor meno di quelli che ha in casa e non sa valorizzare.