Abolire le barriere all'ingresso, insieme a quelle ideologiche

Ordini professionali

di Enrico Zanetti , pubblicato il 13 luglio 2011
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Il recente studio promosso dalla Fondazione Rodolfo Debenedetti sulle libere professioni in Italia, dall'evocativo titolo "Dinastie professionali", ha avuto ampio risalto sui media. Il succo della ricerca è: gli Ordini professionali sono caste chiuse che frenano l'accesso dei giovani al ricco mercato delle libere professioni e gettano le basi per la creazione di vere e proprie dinastie di professionisti che tramandano l'attività di padre in figlio.

Prima considerazione: servirebbe un approccio meno qualunquistico e un approfondimento reale delle enormi differenze che intercorrono tra Ordine e Ordine. Il panorama è infatti molto variegato.

Ci sono, è vero, professioni che contemplano limiti nel numero massimo di professionisti abilitati (notai) e professioni la cui attività può essere in concreto esercitata in forma autonoma solo se si è in possesso di una licenza commerciale contingentata nel numero (farmacisti).

Sono però l'eccezione, non la regola. Tutte le altre professioni non prevedono limitazioni numeriche di sorta (ad esempio, gli avvocati) e alcune nemmeno limitazioni sulla pubblicità e tariffe minime inderogabili (ad esempio, i commercialisti). In definitiva, quindi, le uniche libere professioni per le quali esistono oggettive barriere all'accesso sono quelle dei notai e dei farmacisti.

Se queste barriere sono considerate ingiustificate, eliminiamole; se invece sono tutto sommato giustificate, manteniamole; ma non facciamo di tutta un'erba un fascio. Per il resto, giusto agire con determinazione sul fronte della rimozione dei limiti alla pubblicità e pure della inderogabilità dei minimi tariffari, laddove persistono. Anche se, confermandone l'abrogabilità, diciamo con franchezza che i minimi tariffari assolvono alla stessa funzione dei contratti collettivi nel lavoro dipendente: servono all'operaio che va in catena di montaggio, non al grande e conteso dirigente che, buon per lui, va "ai massimi" di suo.

Profondamente sbagliato è invece definire “barriera all'accesso” ciò che, come l'esame di Stato, rappresenta invece una tappa qualificante di un più ampio percorso formativo. L'esame di Stato è assolutamente equiparabile, per logica e finalità, al concorso pubblico che deve (dovrebbe) essere superato per poter accedere al pubblico impiego. Vogliamo abolire esami di Stato e concorsi pubblici, anziché cercare di migliorarli?

Si può fare e il sole continuerebbe a sorgere ogni mattina, però sarebbe l’assist migliore per agevolare l'instaurazione delle famose dinastie, se è questo che tanto ci preoccupa: basterebbe infatti a quel punto avere un padre titolare di uno studio professionale o dirigente di una pubblica amministrazione per subentrargli senza alcun tipo di valutazione di capacità tecnica da parte dello Stato.

E questo ci porta alla seconda delle nostre considerazioni. Cercare un titolo accattivante per una ricerca è comprensibile, ma "dinastie professionali" suona un po' stonato e prevenuto. Anche la famiglia Debenedetti, al cui capostipite è intitolata la Fondazione che ha promosso la ricerca, è fior di dinastia imprenditoriale e, francamente, è difficile vederci qualcosa di male.

L'importante è costruire un Paese in cui anche chi non ha una dinastia alle spalle possa avviare ex novo un progetto imprenditoriale o professionale e questo è sempre possibile quando non ci sono numeri chiusi, ma solo condizioni di accesso che garantiscano l’esistenza di requisiti minimi (strutturali o igienici, ad esempio, nel commercio; di competenza tecnica, nelle professioni intellettuali).

Chi scrive non è figlio d'arte, ma semplicemente qualcuno che fatica a capire perché il passaggio generazionale di un'azienda rappresenti un valore sociale meritevole di essere addirittura agevolato anche sul piano fiscale, mentre il passaggio generazionale di uno studio professionale sia da considerare un vero e proprio disvalore sociale da mettere all'indice.

Perché?

Perché ci sarebbe un peggioramento della qualità dei servizi professionali e pure dell'etica dei professionisti come illustra la ricerca della Fondazione Rodolfo Debenedetti laddove sottolinea, ad esempio, una presunta correlazione statistica tra omonimie tra commercialisti ed evasione fiscale in una determinata area territoriale?

Difficile interloquire in modo sereno con 112.000 commercialisti (non 3-4.000 privilegiati, ma un "popolo" di 112.000 concittadini) se si propongono simili assunti, la cui scientificità è di dimostrazione talmente ardua da meritare forse maggiore ponderazione.

La verità è che le centinaia di migliaia di commercialisti, avvocati, architetti e ingegneri (altro che caste chiuse), quando sentono affrontare il tema delle professioni in questo modo non possono non preoccuparsi.

Perché il sistema ordinistico può senza dubbio essere migliorato in molti punti e reso meno autoreferenziale in altri. Ma una politica di destra e di sinistra palesemente ferma a schemi mentali e sociali di oltre vent'anni fa può soltanto fare danni, distruggendo quanto c'è di buono dell'esperienza italiana, nel nome di modelli anglosassoni che conosce ancor meno di quelli che ha in casa e non sa valorizzare.

Dottore commercialista, 38 anni. Svolge la professione con proprio studio in Venezia, è direttore responsabile di Eutekne.Info - Il quotidiano del commercialista e componente del comitato scientifico della rivista Il fisco. Dal 2006 al 2010, è stato professore incaricato presso l'Università Ca Foscari di Venezia per l'insegnamento di Bilancio dei gruppi e delle operazioni straordinarie.


ALLEGATI 
tag:  ordini professionali   esame di stato   abolizione   preconcetti   privilegi   servizio   tariffe minime  


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#8 da barbara, inviato il 6/9/2011
siamo costretti ad allontanarci dai nostri luoghi d'origine per aver permesso ad alcuni i privilegi. Decidete ordine o sindacato? Sindacato istituito per creare poltrone ai trombati politicamente.

#7 da pietro, inviato il 4/8/2011
Mi dispiace dissentire ma Credo che gli ordini professionali costituiscano una barriera d'accesso, meglio favorire una sana concorrenza fra libere associazioni che tutelerebbero meglio i cittadini e i professionisti meritevoli. Nessun imprenditore ha un salario garantito non vedo perchè le cosiddette professioni liberali dovrebbero averlo attraverso tariffari minimi,o limiti terriroriali o di accesso

#6 da Yanis Valentino Quinti, inviato il 17/7/2011
Gli esperti contabili in Francia sono circa 18.400 (http://www.les-experts-comptables.fr/P-2-13-C1-quel-est-le-nombre-d-experts-comptables-en-france.html). In Italia 112.000. È necessaria una riforma ed una semplificazione fiscale e tributaria?

#5 da Fabrizio Madeddu, inviato il 17/7/2011
Finalmente qualcuno che si accosta al tema delle professioni con cognizione di causa. Come si fa a dire che sono gli ordini professionali a bloccare la crescita del Paese? In Italia? Il Paese in cui, nella sola città di Roma, ci sono più Avvocati che in tutta la Francia? Ma smettiamola di prendere in giro la collettività. Sulle professioni si può e, in alcuni casi (notai e farmacisti), si deve intervenire per migliorare le possibilità di accesso e, ovunque, per assicurare una maggiore autorevolezza e severità degli Ordini nei confronti dei propri iscritti ma per il resto, nonostante i miei sforzi, non riesco proprio a cogliere quale contributo allo sviluppo economico del Paese deriverebbe dall'abolizione degli Ordini professionali. Si vuole davvero eliminare l'esame di Stato? E chi garantirebbe il possesso di uno standard minimo di competenza? Non credo che sia possibile lasciare il giudizio al solo "mercato" come si può fare con un'impresa commerciale. L'ambito in cui si muovono la maggior parte delle professioni è di altissima rilevanza pubblica (si pensi agli interessi coinvolti nell'attività degli avvocati o dei medici) e necessita, a mio parere, di un passaggio di verifica in cui un'autorità pubblica accerti la meritevolezza del candidato a svolgere il delicato ruolo di professionista. E poi basta con le ipocrisie: se il figlio di un artista segue le orme del padre è un "figlio d'arte", se il figlio di un politico fa lo stesso lo fa perchè spinto dalla stessa "passione del genitore" mentre se il figlio di un avvocato o di un commercialista tenta di entrare nello studio del padre è un attentatore della libera concorrenza......

#4 da Giorgio Ambrosi, inviato il 16/7/2011
Faccio parte di un ordine professionale da 11 anni, mia moglie di un altro da 2, quindi è una realtà che conosciamo bene. Credo che sia gli Ordini, ma sopratutto gli esami di stato, siamo necessari a garantire un minimo di regolamentazione e qualità ai cittadini, che usufruiscono di prestazioni che quasi sempre hanno una rilevanza pubblica. Diverso è invece il discorso di come gli Ordinamenti professionali operano e come oggi, in alcuni casi casi, difendano interessi di classe. Liti tra categorie per spartirsi competenze e definire limiti d'azione, oppure permettere rendite di posizione come quelle notarili e farmaciste, screditano tutto il movimento professionale, rendendolo facile bersaglio di critiche. Più che una riforma credo sia necessaria una "ritaratura" del sistema professionale, tale da garantire trasparenza, omogeneità ed equità e riacquistare quella credidibilità che il nostro mondo merita.

#3 da Marco Montermini, inviato il 14/7/2011
Non capisco in che modo l'esame di Stato possa essere indicato come "parte di un percorso formativo": le persone che arrivano a farlo hanno già
A) preso una laurea, magari specialistica, e spesso pure master vari;
B) fatto un lungo periodo di tirocinio.
Cosa deve dimostrare un esame che dura una mattinata? Qualcuno pensa che possa verificare la competenza di un professionista? Come pensare che l'esame di maturità verifica quanto si è studiato in 5 anni...ARRIVATI FIN LI', SARA' IL MERCATO A DIRE SE UN PROFESSIONISTA VALE O MENO!!!!

#2 da alessandra, inviato il 13/7/2011
Certamente Zanetti ha ragione: la maggior parte delle professioni non è affatto a numero chiuso e gli ordini non sono espressione di una casta. Anzi negli ultimi anni si è verificato un incremento parossistico degli iscritti agli albi professionali, con una proletarizzazione delle professioni liberali.In realtà l'accesso alla prefossioni senve per mascherare una disoccupazione giovanile e intellettuale. Meglio un praticante o un giovane avvocato alla fame piuttosto che un disoccupato che fa statistica.

#1 da Giulio Portolan, inviato il 13/7/2011
Sono del parere che gli Ordini non vadano aboliti, né che l’esame di stato debba essere abolito. Ma credo anche che le stesse funzioni e competenze di un professionista possano essere esercitate anche da chi non è iscritto all’albo. L’iscrizione all’albo risulterà indice di competenza. Alcune funzioni devono essere riservate [ad esempio, mettere la firma su un progetto edilizio, questa funzione deve essere riservata a chi è iscritto all’albo degli ingegneri o degli architetti, perché si tratta di una funzione importante per la sicurezza degli utenti]. Ma compilare le tasse questo non deve di certo essere riservato ai commercialisti, né la redazione di un atto societario attualmente riservato ai notai. Per queste funzioni è possibile la liberalizzazione. Chi è scritto all’albo è garantito dal prestigio, a cui è assegnata una adeguata retribuzione.



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