La mancata soppressione delle province e il gioco delle parti

Perché il Parlamento non vuole abolire le province?

di Luigi Ferdinando Nazzaro e Alberto Stancanelli , pubblicato il 12 luglio 2011
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Con la prima scheda pubblicata lo scorso 20 aprile nell’Osservatorio sui costi della politica, ci siamo chiesti che fine avessero fatto i disegni di legge di soppressione delle province presentati da numerosi parlamentari, di entrambi gli schieramenti, mai discussi dalle camere.

Ebbene, abbiamo avuto le prime risposte. Nel giro di meno di un mese il Parlamento ha votato contro l’abolizione delle province per ben due volte. Si sono trovate d’accordo sulla questione quasi tutte le forze politiche, con l’eccezione dei proponenti e pochi altri parlamentari.

Non che l’abolizione delle province, o almeno l’avvio dell’iter legislativo finalizzato alla cancellazione della norma costituzionale, sia semplice e risolutivo di tutti i mali e i costi legati alla politica. Peraltro questo livello istituzionale territoriale non è mai stato, a torto o a ragione, visto dagli italiani come un ente indispensabile al sistema federale o di decentramento.

Tuttavia oggi ci saremmo aspettati un segno tangibile della volontà concreta di eliminazione delle province da più parti sbandierata, ma così non è stato. Dobbiamo prendere atto della completa incapacità dell’attuale classe politica di riformare se stessa. Troppi interessi, troppe nomine connesse a incarichi in enti e società pubbliche, troppi posti di lavoro da spartire tra gli adepti, troppi soldi da distribuire, per rinunciare a cuor leggero a 107 enti provinciali (e che diventano potenzialmente sempre di più, visto che i nostri politici sono sempre pronti a presentare disegni di legge per la costituzione di nuove province).

Ferma restando l’istituzione delle città metropolitane, già prevista dalla legge, e sulla quale si stanno accumulando ulteriori colpevoli ritardi, non vogliamo qui ripetere quanto costano le province e quanto si potrebbe risparmiare dalla loro soppressione. Numerosi sono gli studi in argomento, con cifre e dettagli, basti vedere, da ultimo, quello della UIL o il sito dell’UPI (unione delle province d’Italia) . Non è questo il problema principale, anche perché non abbiamo mai considerato i conseguenti risparmi determinanti per le sorti della finanza pubblica. La soppressione delle province costituirebbe un fatto concreto della capacità della politica di rispondere alla richiesta di credibilità e affidabilità della stessa politica che viene dai cittadini in un momento in cui proprio ai cittadini si chiede sempre di più di sostenere la crisi del sistema economico e finanziario del nostro Paese.

Né può essere considerata degna di nota l’obiezione, più volte sentita, che il costo maggiore è costituito dalla spesa per il personale e che quindi i risparmi sarebbero ben poca cosa visto che i dipendenti non si possono (ovviamente) licenziare.

A tal proposito basti solo notare come il trasferimento dei dipendenti provinciali presso altri enti, seguendo il criterio delle funzioni trasferite, produrrebbe la soppressione di tutti gli uffici duplicati (es. personale, affari generali, contratti, economato, bilancio, staff politici etc.) circostanza che già di per sé costituirebbe un risparmio consistente, in quanto i dipendenti attualmente adibiti all’esercizio di dette funzioni ben potrebbero essere destinati ad altre più proficue attività negli enti di destinazione.

L’utilizzo del personale proveniente dalle province soppresse sul territorio provinciale o regionale (nessuno pensa a deportazioni di massa dei dipendenti provinciali) sarebbe, inoltre, una vera manna per quegli enti che li assorbono, considerando le forti restrizioni alle assunzioni previste dalla legislazione più recente, alleviando così la sete di personale dovuta al blocco del turn over.

Senza contare, infine, che un risparmio consistente e soprattutto “politicamente corretto” deriverebbe dalla riduzione degli apparati politici e delle connesse spese di staff e rappresentanza degli organi istituzionali provinciali.

Ma vi è di più. Ci sono due annotazioni che crediamo abbiano un peso indiscutibile.

La prima: non è comprensibile che uno schieramento politico voti contro la realizzazione di un punto che appartiene al proprio programma di governo (eliminazione delle province "inutili") sul quale ha chiesto e ottenuto il voto della maggioranza (politica) degli italiani.

La seconda: ciò che non convince è la motivazione addotta da quella parte politica che ha dichiarato: “un legislatore non segue gli umori, deve guardare ai costi, all’efficienza”. E ancora: “eliminare dalla Costituzione la parola province? Eppoi chi si occupa di strade, scuole, discariche, acqua, urbanistica”.

La politica ci ha già dimostrato che non segue gli “umori”, basta ricordare come ha dato seguito al risultato referendario che ha abolito il Ministero dell’agricoltura! Forse si tralascia l’evidenza che una norma di legge non si occupa del dettaglio. La norma detta il principio: l’abolizione delle province, nello specifico. Poi sono i successivi atti di natura regolamentare che disciplinano in concreto le questioni tecnico-giuridiche connesse alla disposizione generale, risolvendo i problemi attuativi legati al trasferimento delle funzioni ad altri enti.

In ogni caso, tanto per essere concreti, le soluzioni esistono: la gestione delle strade provinciali potrebbe essere attribuita (o meglio riattribuita) all’ANAS; l’edilizia scolastica al comune territorialmente competente, con una pianificazione regionale anche delle risorse; le problematiche legate alla programmazione del ciclo dei rifiuti ben potrebbero rientrare nelle competenze regionali e la gestione operativa essere affidata ai comuni; così come le funzioni legate alle risorse idriche ed energetiche; il comune territorialmente competente potrebbe implementare le proprie competenze in materia di viabilità e trasporti, nell’ambito di una più ampia pianificazione regionale; le competenze in materia di mercato del lavoro potrebbero essere attribuite al comune già capoluogo di provincia; la regione potrebbe assumere le competenze in materia di parchi, riserve naturali, caccia e pesca; per l’urbanistica già oggi la competenza è ripartita principalmente tra Regione e comune, senza contare che molte attività in materia di autorizzazioni oggi attribuite o delegate alle province potrebbero essere liberalizzate.

Alla scadenza naturale di ogni consiliatura provinciale la Regione potrebbe nominare un commissario per la liquidazione del patrimonio dell’ente e delle società provinciali e per il trasferimento in mobilità presso altre amministrazioni del personale; entro sei mesi dalla soppressione della provincia il presidente della regione potrebbe individuare gli enti e le società e partecipazioni sociali provinciali indispensabili per l’esercizio delle funzioni trasferite.

Per garantire un interfaccia istituzionale tra i comuni e la Regione e la programmazione generale dei servizi sovracomunali si potrebbe prevedere l’istituzione di un’Unione Provinciale, nella forma di consorzio obbligatorio di comuni con un’Assemblea dei sindaci scelti tra quelli eletti nel territorio provinciale. In alternativa si potrebbero attribuire queste funzioni al Consiglio delle Autonomie locali già istituito in ogni regione. Tutto senza prevedere strutture o compensi per i partecipanti.

Il 40 per cento del risparmio ottenuto con la soppressione delle province potrebbe essere distribuito ai sindaci del territorio della provincia soppressa, finalizzandolo al miglioramento del welfare e alla riduzione dei tributi locali.

Ma la vera questione è che non è più tempo di discutere ma di agire.

La politica deve dare un segno tangibile della volontà di riformarsi se vuole riacquisire la credibilità e il rispetto che è dovuto a chi dovrebbe fare per libera scelta esclusivamente l’interesse pubblico.




Luigi Ferdinando Nazzaro è specialista in Diritto amministrativo e scienza dell’amministrazione, ha ricoperto incarichi dirigenziali e svolto attività di docenza per le pubbliche amministrazioni. Ha redatto pubblicazioni in materia di diritto civile.



Alberto Stancanelli, del Comitato direttivo di Italia Futura, è Consigliere della Presidenza del Consiglio dei ministri. Ha svolto incarichi di vertice, nello Stato e negli enti territoriali, tra i quali: Capo di Gabinetto del Ministro per le riforme e le innovazioni nella pubblica amministrazione e Direttore del Dipartimento delle risorse umane del Comune di Roma.








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#9 da franco, inviato il 22/3/2012
CONSIDERAZIONI IN MERITO ALLA PROVINCE. Constato, che la grave situazione economica e finanziaria impone che tutte le istituzioni si facciano carico dell’equilibrio dei conti pubblici e, allo stesso tempo, di rilanciare la crescita del Paese; che solo attraverso l’impegno e il concorso di tutte le istituzioni della Repubblica è possibile coniugare risanamento, equità e crescita in una prospettiva di coesione sociale e territoriale; che l’Italia ha oggi bisogno di un profondo processo di riordino istituzionale con un percorso vigoroso di riorganizzazione della filiera e delle funzioni degli Enti locali in un'ottica di massima efficienza, di semplificazione burocratico-organizzativo e di riduzione degli sprechi nella spesa; che il Parlamento il 28 dicembre 2011 ha approvato in via definitiva la legge di conversione del decreto legge 201/2011 che contiene, nell’art. 23, commi 14 – 22, disposizioni che prefigurano uno svuotamento dell’istituzione Provincia, fino alla scomparsa della stessa; Considerato, che il Governo ha definito e varato norme che impattano direttamente su istituzioni che sono previste come elementi costitutivi della Repubblica dalla Costituzione senza prevedere, anzi volutamente escludendo, qualunque forma di confronto e preventiva condivisione con i rappresentanti delle Province; che l’articolo 23, commi 14 – 22, dal punto di vista del merito, è palesemente in contrasto con i principi e le disposizioni costituzionali che disciplinano i rapporti tra lo Stato e le autonomie territoriali ed, in particolare, gli articoli 5, 114, 117 (comma 2, lettera p) e comma 6), 118 e 119 della Costituzione ed è, altresì, incongruente con i principi generali e con la disciplina degli enti locali del nostro ordinamento; che la norma non tiene minimamente in conto dell’aumento della spesa pubblica, pari ad almeno il 25% in più, che si avrebbe dal passaggio del personale delle Province (56.000 unità) alle Regioni o dal trasferimento di competenze di area vasta ai Comuni; che il decreto non considera l’impatto che il trasferimento delle funzioni e delle risorse oggi gestite dalle Province (12 miliardi di euro secondo gli ultimi dati del Siope) avrà sui bilanci e sull’organizzazione delle Regioni e dei Comuni già oggi gravati dalle difficili condizioni di sostenibilità del loro patto di stabilità; che il decreto non considera la difficoltà a computare e trasferire il patrimonio e il demanio delle Province: 125.000 chilometri di strade, oltre 5.000 edifici scolastici, 550 centri per l’impiego, sedi, edifici storici, partecipazioni azionarie dotazioni strumentali, ecc.; che la norma impone una modifica della normativa tributaria, poiché le entrate tributarie, patrimoniali e proprie delle Province dovranno passare in quota parte a Regioni e Comuni per garantire il finanziamento delle funzioni, proprio nel momento in cui si stanno verificando le condizioni per il passaggio dalla spesa storica ai fabbisogni standard nelle Province attraverso l’attuazione delle norme sul federalismo fiscale; che la norma avrà effetti devastanti sulle economie locali, poiché produrrà il blocco totale degli investimenti programmati e in corso delle Province, perché i mutui contratti dalle Province, nei casi in cui questo fosse possibile, dovrebbero essere spostati alle Regioni o alle altre amministrazioni locali, e che ostacolerà i diversi progetti, anche pluriennali, finanziati dai fondi strutturali Ue o da sponsor o fondazioni bancarie in cui sono impegnate le Province, con il serio rischio di interrompere la gestione delle attività e dei connessi importantissimi flussi di spesa; che invece e' giusto chiedersi se e' funzionale il mantenimento in vita degli attuali apparati politico-elettivi al vertice delle Provincie, dal momento che la domanda di servizi resi dalle Provincie alle comunità provinciali e al territorio e' obiettivamente formulabile, in sede di scelte politiche, principalmente dai Comuni da un lato in stretta relazione con le Regioni dall'altro. Questo aspetto inoltre incide profondamente sui cosiddetti “costi della politica” in quanto la tanto declamata “funzione di interprete della domanda di servizi di area vasta” si rivela poco più di un espediente retorico evocato da chi si ostina a riprodurre modelli e schieramenti politici nazionali o sperimentali orientando la Provincia verso ruoli che non deve avere e che mette in crisi spesso il vero ruolo e cioe' quello di operare con la dovuta legittimazione a livello sovra-comunale, senza interferire nella inter-comunalità – cioè a dire nella collaborazione orizzontale tra Comuni – ed in modo autonomo rispetto alle Regioni; che e' indubbia inoltre la necessità che alle Provincie vengano affidate ulteriori funzioni per sviluppare politiche di area vasta supportando, in regime di sussidiarietà, i servizi che i Comuni, soprattutto quelli di piccole dimensioni, non sono in grado di assicurare ai loro territori (Programmazione urbanistico-ambientale di area vasta, centrale unica appalti, centrale unica acquisti, sviluppo di sistemi integrati di e-governemet e integrazione dei sitemi informativi, assistenza tecnico-amministrativa agli Enti di minor dimensione, produzione e condivisione delle risorse informative e la valorizzazione delle Banche Datie dei patrimoni informativi pubblici, pianificazione delle reti commerciali della grande distribuzione, sviluppo dei distretti industriali caratteristici, piani di gestione dei reticoli idrografici minori) ed invece ipotizzare unioni di due o più ambiti provinciali per lo sviluppo di sistemi territoriali ottimali dove l'ambito territoriale, economico e sociale delle attuali provincie diviene sottodimensionato (Ambito gestione Rifiuti, Ambito gestione Trasporto Pubblico Locale, creazione di validi Sistemi relativamente ai Distretti Turistici e ai Distretti Produttivi del Made in Italy e di altri settori, sviluppo di Poli di eccellenza Sanitaria e Socio-Assistenziali e anche il riordino delle amministrazioni periferiche dello Stato) COSA FARE ALLORA? Bisogna approvare subito, a Costituzione invariata, una riforma organica delle istituzioni di governo di area vasta che sia basata sulle seguenti priorità: Ridefinizione e razionalizzazione delle funzioni delle Province anche attraverso un preciso percorso di cambiamento organizzativo verso la semplificazione, la riduzione delle dirigenze e del divieto di esercitare funzioni non previste dalla Carta delle Autonomie, in modo da lasciare in capo alle Province esclusivamente le funzioni di area vasta; Eliminazione di tutti gli enti intermedi strumentali (agenzie, società, consorzi) che svolgono impropriamente funzioni che possono essere esercitate dalle istituzioni previste dalla Costituzione; Istituzione delle Città metropolitane come enti per il governo integrato delle aree metropolitane; Riordino delle amministrazioni periferiche dello Stato, legato al riordino delle Province; Destinazione dei risparmi conseguiti con il riordino degli enti di area vasta ad un fondo speciale per il rilancio degli investimenti degli enti locali. Per conseguire questi obiettivi occorrono i seguenti strumenti: l’immediata approvazione della Carta delle Autonomie, inspiegabilmente bloccata al Senato, per definire “chi fa che cosa” ed eliminare i costi e le disfunzioni prodotti dalle duplicazioni delle funzioni e per razionalizzare l’intero sistema istituzionale locale, in attuazione dei principi previsti dal nuovo Titolo V, parte II, della Costituzione; iniziative volte a garantire l’esistenza delle Province intese come Enti di Secondo Livello di rappresentanza, governo e valorizzazione di area vasta degli interessi dei Comuni che le costituiscono. La riduzione dei costi e la riduzione della conflittualità e dell'improduttività della politica potrebbero meglio realizzarsi qualora l'elezione degli di governo delle nuove Province potessero essere di emanazione diretta dei Sindaci democraticamente Eletti e quindi, per la legislazione vigente senza oneri per l'Ente. Il voto dei rappresentanti Comunali potrebbe inoltre essere opportunamente ponderato con un mix di indicatori tra i quali sicuramente gli abitanti, le dimensioni territoriali ma anche le dimensioni delle aree protette, il contributo alla fiscalità generale, i servizi conferiti alle gestioni associate(nuova formulazione); obbligare lo Stato e le Regioni ad una migliore organizzazione, all'abbattimento delle duplicazioni procedimentali tra Enti Locali e la semplificazione burocratica nella filiera dei procedimenti amministrativi degli Enti Locali Territoriali. Franco Capponi (gia' Presidente Provincia di Macerata)

#8 da Mario ASMARA, inviato il 18/3/2012
Quando si voleva bloccare qualche iniziativa, ai tempi della D C, si costituiva una commissione che cominciava ad elaborare dati, molte volte contraddittori. Si infilavano nella commissione alcuni elementi di disturbo. E si finiva in un mare di discussioni per concludere tutto ed il contrario di tutto. Ovvero nulla. CON LA VICENDA DELLE PROVINCIE (E DEI COSTI DEI PARLAMENTARI) SI STA PERCORRENDO QUESTA STRADA CHE PORTERA' IN UNA PALUDE. E' mio personale parere che l'abolizione delle provincie, tra i molti vantaggi, comporterà anche l'eliminazione di una serie di pastoie burocratiche e ci farà pervenire ad uno snellimento di procedure che per vie di competenze regionali subdelegate dalle Regioni alle Provincie stesse stanno paralizzando molte attività a favore di ambiente e attività sostenibili ed altro. Senza contare che questo decentramento (che definirei competenze polverizzate)sta rendendo difficilissimo se non impossibile assumere iniziative soggette alle competenze subdelegate (le provincie) oltre un centinaio ( Per via di regolamenti diversi per attività uguali si determinano elementi di giudizio e procedurali dissimili da territori a territori a volte perfettamente uguali). CON L'ABOLIZIONE DELLE PROVINCE, ALLA FINE, OLTRE AL RISPARMIO GARANTITO, CI SARA' ANCHE UN MIGLIORAMENTO NEI RAPPORTI TRA CITTADINI IMPRESE/STATO FAVORITO DALLA ELIMINAZIONE DI UNO (SE NON PIù) LIVELLI DI (IN)COMPETENZA BUROCRATICA AMMINISTRATIVA. NOTA Coglierei l'occasione per chiedere, SE QUALCUNO VOLESSE RISPONDERE, quali motivazioni hanno spinto ad organizzare, da parte di Italia Futura, a Novara il giorno 16 marzo c.a. una tavola rotonda per far illustrare da alcuni presidenti di provincia, tutte le negatività catastrofiche sulla abolizione delle province, tra l'altro senza qualcuno che potesse argomentare sul contrario............grato per l'attenzione e la disponibilità...Mario

#7 da giovanni alesi, inviato il 12/2/2012
La soppressione della provincie su promessa al momento dell'istituzione delle Regioni , per indorare agli italiani le nuove burocrazie regionali. Campa cavallo. Ma non basta sopprimere le provincie , bisogna tenere sotto controllo la spesa corrente dei Comuni , con una norma che preveda che la spesa del personale non possa superare il 30% delle uscite. Un esempio il comune di Roncade , 15mila abitanti ha 55 dipendenti , il mio comune di Alcamo 45mila abitanti , in proporzione ne dovrebbe avere 165. Invece ha 350 dipendenti di ruolo e circa 700 fra articolisti, precari , lavoratori socialmente inutili , soci di cooperative varie a cui vengono affidate mansioni risibili...ecc.....con un costo di oltre i 60% delle uscite per le spese correnti.Il comune prima o poi andrà in dissesto , saremo gli Alcamesi a pagare tutto con uove addizionali. Intanto gli amministratori non pagheranno una lira da questo disastro annunciato.

#6 da fabio bifulco, inviato il 15/7/2011
Certamente tutte le motivazioni che condannano l'operato della classe politica sono sottoscrivibili. Rimane solo un piccolo dubbio (talmente piccolo da non dover esser preso come scusante per "NON FARE" - caro Bersani- )e cioè: siamo proprio convinti che una legge del genere faccia in modo che il sistema burocratico italiano si adatti nel breve/medio periodo alla semplificazione/economicità di gestione tanto agognata ?; credo sia difficile che un apparato fondato sulla creazione di enti e posizioni ridondanti si possa organizzativamente rimodellare in tempi brevi e perdipiù aspettando il legislatore ( es. le comunità montane ...); non è meglio definire già un primo disegno organizzativo di ridefinizione dei compiti accanto alla abolizione delle province ? Attenzione che nei vuoti legislativi/organizzativi (anche per quel poco che fanno le province) a rimetterci,in termini di disagio, sono sempre i cittadini.

#5 da Romano Perissinotto, inviato il 13/7/2011
Avevo avuto modo di riscontrare una positiva comunione di ideali e principi con il Movimento Verso Nord in occasione di un recente incontro. Un personale plauso per l'iniziativa descritta nel commento, con l'auspicio che si possa insieme realizzare un progetto politico nazionale, basato su azioni e persone concrete. Complimenti!

#4 da Verso Nord, inviato il 13/7/2011
Sulle Province sempre tante chiacchiere per nulla. Se le Province si limitassero a spendere risorse, soltanto per i propri compiti attribuiti dalla Legge, il risparmio sarebbe quantificabile in 1,2 miliardi di euro annui. Inoltre, se si accorpassero gli oltre 7.400 Comuni al di sotto dei 15 mila abitanti, il risparmio ammonterebbe a circa 3,2 miliardi di euro. Senza contare che con una più “sobria” gestione del funzionamento degli uffici regionali, si potrebbero risparmiare 1,5 miliardi di euro. Per cominciare ad agire, sul serio, la settimana scorsa il Senatore Maurizio Fistarol ha presentato un disegno di legge per cancellare 10 Province che coincidono con le grandi città metropolitane. Ma gli esponenti di Verso Nord non si fermano qui, e hanno depositato un ulteriore ddl per la drastica riduzione dei Ministeri: http://www.versonord.eu/portal/notizie/articoli/125-ministeri-meglio-chiuderli-che-trasferirli

#3 da Agostino Ratto, inviato il 13/7/2011
Il fatto davvero triste è che anche quelli che avevamo promesso di voler eliminare le Province adesso si sono rimangiati la parola con i soliti voli pindarici ormai ridicoli. Che baanda di bugiardi! Questi sarebbero i Politici che pensano al bene del Paese? Amici, si tratta di una vergognosa Ologarchia senza colori, grigia che odora di marciume e intraallazzi senz afine. Che ci voglia un novello Robespierre in giaacca e cravatta ed onesto?

#2 da Romano Perissinotto, inviato il 12/7/2011
Occorre principalmente andare all'essenza del problema. Mi spiego: l'abolizione delle Province comporterebbe una perdita di "consenso" che spaventa l'attuale classe politica. Ora, o vengono nuove figure ed un nuovo modo di intendere la politica, oppure continueremo ad essere basiti di fronte a queste situazioni. Ovvero, se non cambiano le persone continueremo in questa farsa.

#1 da Giulio Portolan, inviato il 12/7/2011
Altre idee che si potrebbero attuare sono le seguenti. 1.] La parcellizzazione del debito pubblico, da attribuire allo stato inteso come repubblica. Considerando per semplicità 8000 comuni, 100 province, 20 regioni e 1 stato-apparato, il debito pubblico di 1800 miliardi di euro può essere diviso per 8-1-2-1 in base a: popolazione, pil locale, reddito locale, entrate fiscali locali [da prevedere con il federalismo fiscale]. Con la parcellizzazione del debito pubblico si ottiene il beneficio di un maggior controllo su di esso per il suo rientro. 2.] costituzione presso ogni amministrazione pubblica [dalla singola scuola alla ragioneria generale dello stato intesa come singolo edificio] delle “commissioni brunetta”, costituite da personale il cui scopo è l’analisi delle operazioni dell’ente per la razionalizzazione delle spese. Esse sono gratuite [ad esempio, presso una scuola: preside, vice-preside e tre docenti che lavorano presso questa commissione gratuitamente]. 3.] costituzione della “commissione Monti”, con a capo Mario Monti, per determinare le vie delle liberalizzazioni da attuare per la crescita economica.



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