Il nostro modo di guardare al mondo artigiano oscilla da tempo fra posizioni contrastanti. Sono in molti a credere che la presenza consistente di lavoro artigiano nella nostra manifattura rappresenti il segno evidente della difficoltà del paese di affrontare la questione dell’innovazione con la “i” maiuscola. Un’industria costruita sulla tradizione, questo è anche il senso del libro di
Edoardo Nesi recente vincitore del premio Strega, è destinata a soccombere sotto la pressione della globalizzazione. E’ vero che in Italia continuiamo a produrre i vasi di Murano, gli intarsi fiorentini, i violini di Cremona. Ma la sensazione è che
questa tradizione sia comunque ai margini di una modernità industriale dalla quale potremmo essere presto esclusi.
In realtà se guardiamo da vicino le trasformazioni che hanno segnato nel corso dell’ultimo decennio i successi di tante imprese italiane, soprattutto di media dimensione, ritroviamo in modo sistematico il contributo del lavoro artigiano. Il saper fare di matrice artigianale rappresenta
un ingrediente essenziale del software operativo che caratterizza le nostre imprese più competitive sui mercati internazionali. Non si tratta solo dei settori del lusso più esclusivo, come la gioielleria e l’alta moda. Anche un’impresa che ha fatto delle delocalizzazione una vera e propria bandiera come la Geox di Montebelluna, continua a essere puntare sul lavoro artigiano per le attività di prototipazione e di sviluppo prodotto. In settori come quello della meccanica e delle macchine utensili la presenza di artigiani costituisce una componente fondamentale per realizzare prodotti che rispondano costantemente alle richieste della committenza. Se siamo ancora oggi “industria su misura” è anche grazie a competenze che solo in Italia abbiamo saputo coltivare e valorizzare.
A questo proposito, è giusto chiarire qualche equivoco. Prima di tutto è ora di
superare una volta per tutte la contrapposizione romantica fra lavoro artigiano e attività industriali. I due mondi non si oppongono, anzi sono necessariamente complementari. Il lavoro artigiano oggi si concentra sempre di più su specifiche fasi della filiera produttiva, dove il saper fare di individui o di piccoli gruppi consente di portare un valore aggiunto particolare. Quando la standardizzazione paga, è giusto che siano le logiche industriali a prevalere.
Un secondo equivoco riguarda il tema della dimensione.
Perché pensare che solo i “piccoli” debbano essere i legittimi custodi della tradizione del lavoro artigiano in Italia? Le recenti campagne pubblicitarie di grandi aziende come
Gucci e
Fendi sono il segno evidente di come imprese con una forte proiezione internazionale puntano oggi a
valorizzare conoscenze e competenze artigiane che sono parte costitutiva del patrimonio storico e culturale del nostro paese. Il lavoro artigiano è una delle cifre distintive di un Made in Italy che lavora per filiere.
Come superare l’impasse di questi anni di crisi e, soprattutto, come
rafforzare la posizione di mercato delle imprese di minori dimensioni? Non si tratta, ovviamente, di rilanciare formule di sviluppo ormai sorpassate, né di assecondare nostalgie e passione per il folklore locale. L’obiettivo, piuttosto, è quello di mettere a punto nuove politiche in grado di valorizzare il sapere fare artigiano nei processi di divisione del lavoro a scala internazionale. Per questo servono
nuovi strumenti di formazione, in grado di dare maggiore legittimità e consistenza al profilo del nuovo artigiano, e
nuovi strumenti di promozione internazionale, coerenti con la ricchezza culturale del saper fare italiano.
Per saperne di più sulla presentazione, a Roma, del libro "Futuro artigiano, l'innovazione nelle mani degli italiani", scritto da Stefano Micelli e appena pubblicato da Marsilio, clicca quiInvia il tuo racconto a artigiani@italiafutura.it e verrà pubblicato sul nostro sito.