Nessuno pensa che se il governo avesse avuto il coraggio di intervenire seriamente sui costi della politica i conseguenti risparmi sarebbero stati da soli sufficienti a raggiungere i parametri che l’Europa ci chiede di rispettare. Come, però, abbiamo già detto nel nostro
Osservatorio sugli sprechi della politica,
quando la politica chiede ai cittadini sacrifici deve, prima di tutto, guardare a se stessa. Tale comportamento sarebbe elemento di serietà oltre che di credibilità e affidabilità.
Ma così non è stato; come per le altre misure economiche anche
i tagli ai costi della politica rientrano nel genere degli assegni post datati.
Il governo oggi ne parla, qualcun altro domani forse lo farà.
E’ vero, è già tanto che se ne parli, considerato che sino ad oggi il taglio ai costi della politica di fatto è stato un vero tabù, che trova conferma nelle parole allarmate di
un ministro che già si vedeva, con il suo stipendio di 4.000 euro, pernottare in qualche ostello della Caritas romana.
Nella manovra abbiamo trovato solo poche idee, alcuni buoni propositi, ma nessun fatto concreto, solo qualche lascito per il futuro governo e per la futura maggioranza parlamentare.
Nelle norme proposte c'è anche il vecchio e noioso strumento delle commissioni ministeriali di studio, al quale spetterà il compito di elaborare un’analisi sulla media delle retribuzioni dei parlamentari dei paesi europei,
come se i dati non esistessero già!
Gli studiosi di amministrazione pubblica conoscono lo strumento, spesso con scopo dilatorio, delle commissioni di studio (si parte dalla proposta di riforma dell’amministrazione del ministro De Stefani degli inizi del secolo scorso presentata a Mussolini e dimenticata in un cassetto di Palazzo Venezia, sino ad arrivare alle più importanti Commissioni bicamerali per le riforme costituzionali). E anche oggi si propone l’immancabile commissione di studio come panacea di tutti i mali.
Così il governo prende tempo, nella speranza che i cittadini dimentichino.
Proviamo ad evidenziare altre incongruenze nei comportamenti del governo e della sua maggioranza.
Qualche mese fa il governo ha proposto una riforma costituzionale della giustizia da approvare in questa legislatura, per poi dirci oggi che
una riforma costituzionale che riduca i parlamentari e i costi della politica è una procedura complessa che non troverebbe approvazione in questa legislatura; non vorremmo che si desse la colpa all’art. 138 della costituzione che prevede la doppia votazione a distanza di tre mesi - articolo fondamentale e baluardo della democrazia come abbiamo sperimentato con l’assurda proposta di riforma dello Stato del 2005 bocciata dagli italiani.
Forse la nostra domanda può sembrare ingenua: ma
se tutti i partiti sono d’accordo sulla riduzione del numero dei parlamentari, perché dovrebbe essere difficile approvarla entro la fine dell’anno?E questa non è l’unica incongruenza nei comportamenti dei nostri politici. Un anno fa il presidente del Consiglio, agendo da leader del partito di maggioranza relativa, ha annunciato che il suddetto partito avrebbe raccolto un milione di firme sulla proposta di legge d’iniziativa popolare per la riduzione del numero dei parlamentari,
un’idea sicuramente ragionevole e condivisibile rispetto a quella annunciata dall’altra componente della maggioranza per lo spostamento al Nord dei ministeri. Degli annunciati gazebo in ogni angolo del paese
non abbiamo visto traccia.
Oggi
il PDL ha un segretario nazionale, che nel suo discorso di insediamento ha riproposto come sua linea politica la riforma della giustizia e la riforma delle intercettazioni telefoniche! Ci saremmo aspettati che oltre a riproporre i temi già presenti nell’agenda berlusconiana avesse affrontato anche la questione dei costi della politica, dimostrando su questo tema autonomia e leadership.
Ci saremmo aspettati che il nuovo segretario del PDL proponesse
un disegno di legge di modifica costituzionale per la riduzione del numero dei parlamentari, magari prevedendo un Senato delle autonomie; una modifica costituzionale che stabilisca criteri e parametri europei di riferimento delle retribuzioni dei parlamentari, che vincoli le Camere al rispetto di tali prescrizioni, senza rifugiarsi dietro al principio dell’autonomia o meglio degli
interna corporis, evitando discrezionalità e arbitrio; che proponesse che parte della retribuzione fosse legata al raggiungimento di concreti livelli di produttività e di miglioramento delle condizioni del Paese (aumento del Pil, diminuzione del tasso di disoccupazione ecc.).
Ci saremmo aspettati una proposta che prevedesse che
i parlamentari non possano ricoprire incarichi in enti pubblici o società pubbliche per un arco temporale pari a 5 anni dalla cessazione dal mandato e che candidati non eletti (Parlamento e Consigli Regionali) non possano avere incarichi in enti o società pubbliche per i successivi tre anni dal periodo elettorale. Sempre per i parlamentari e i consiglieri regionali che fosse prevista
la soppressione del vitalizio.
Ci saremmo aspettati la previsione del principio che
qualsiasi nomina effettuata da pubbliche amministrazioni, non possa riguardare parenti ed affini sino al IV grado rispetto a coloro i quali è conferito il potere di nomina; che
la condanna per reati contro la pubblica amministrazione comporti l’ineleggibilità e la decadenza per tutti gli incarichi pubblici a prescindere dalla pena irrogata.
Ci saremmo aspettati che finalmente avesse proposto (riproposto)
la soppressione delle Province, rimandando ad un atto amministrativo la ricollocazione delle funzioni tra prefetture, Regioni e Comuni e del personale da trasferire nelle amministrazioni che hanno effettivamente carenza di organico come i tribunali, attuando, al tempo stesso, seriamente il principio di sussidiarità orizzontale e stabilendo, alla scadenza della consiliatura provinciale, la nomina di un commissario prefettizio che resti in carica sino alla ricollocazione delle funzioni e delle risorse umane.
Infine, ci saremmo aspettati
una drastica riduzione dei componenti e una razionalizzazione del Cnel, non una semplice e ragioneristica riduzione delle risorse economiche che renderanno ancora più improduttivo lo stesso Cnel.
Forse la probabile fine anticipata della legislatura non consentirebbe comunque l’approvazione di queste necessarie e indefettibili riforme sui costi della politica. Ma se la classe dirigente di questa Seconda Repubblica, ormai al tramonto, avrà il coraggio e l'orgoglio di proporre interventi concreti dimostrando di voler provare realmente a recuperare il rapporto sempre più deteriorato tra politica e cittadini, potrà forse un giorno essere ricordata almeno con benevolenza.