Una manovra da minimo sindacale
Ora sta all’opposizione fare proposte su welfare e liberalizzazioni
di
Carlo Calenda ,
pubblicato il 2 luglio 2011
La manovra è quella che è. Il minimo sindacale, con alcune ridicole prese in giro sui costi della politica (dove si annunciano misure puramente simboliche) e una buona quantità di assegni post-datati: provvedimenti che avranno effetto solo dalla prossima legislatura e che rappresenteranno un alibi formidabile per chiunque governerà il paese dopo il 2013. Abbiamo forti dubbi che, nel medio periodo, questo risulterà sufficiente per arginare le turbolenze finanziarie internazionali. Ma per il momento e considerando la situazione della maggioranza, non era realistico aspettarsi qualcosa di più o di meglio.
Il problema non è tanto nei numeri della manovra quanto nei dati, preoccupanti, su inflazione e disoccupazione che per ironia della sorte l'hanno rispettivamente preceduta e seguita di appena poche ore. L'inflazione torna ai livelli del 2008 per effetto dei rincari che colpiscono molti dei settori a limitata concorrenza (treni, aerei, energia, traghetti), certificando il drammatico e costoso deficit di libertà economica del nostro paese. Il prezzo dei monopoli e dei neostatalismi si scarica direttamente sui cittadini che non possono scegliere e hanno servizi di scarsa qualità, per i quali pagano addirittura più del dovuto. I numeri sulla disoccupazione, in particolare quella femminile e giovanile, sono persino drammatici. Torniamo ai livelli del 2004, mentre nel Sud la disoccupazione colpisce una donna su due.
Di queste cose governo e opposizione sembrano curarsi poco. Sulle liberalizzazioni l'esecutivo della rivoluzione liberale non solo non ha fatto nulla ma ha persino protetto e incentivato i monopolisti pubblici e privati, fino a teorizzare un ritorno strutturale dell'intervento dello Stato nell'economia. Il Pd, che pure su questo tema si era speso molto in passato, con i referendum ha compiuto un radicale cambio di rotta adottando la linea del “Diciamo No e poi vediamo”. Ancora peggio va sul fronte dell'esclusione dal mercato del lavoro di donne e giovani dove, a parte qualche mancia dal sapore populistico, nulla di serio accade o viene anche solo progettato.
Berlusconi, presentando la manovra, ha chiesto il sostegno dell'opposizione, pur confermando l'uso della fiducia per paura delle resistenze interne alla maggioranza. Se l'offerta è seria il Presidente del Consiglio dovrà dare qualcosa in cambio che non metta a rischio i contenuti e i tempi di approvazione della manovra. Sarebbe auspicabile che l'opposizione, mandate in soffitta le pulsioni populististiche postelettorali e le battute da cabaret, chiedesse, come contropartita a una non belligeranza sulla manovra e un impegno (doveroso) sui saldi 2013/2014, l'apertura di un cantiere di lavoro comune su welfare, liberalizzazioni e fisco.
Sarebbe una scelta ben più saggia di quella, attualmente molto in voga nel centrosinistra, di affidarsi alla politica del “tanto peggio tanto meglio” nell'illusione che sia vicino il momento in cui il governo cadrà miracolosamente nelle mani del PD. La sfida sulle riforme è il modo più efficace per incalzare il centrodestra, anche in una prospettiva squistamente politica, perché accentuerebbe le spaccature interne alla maggioranza, rendendo palese ai cittadini la sua fragilità oramai insanabile.
Direttore generale del gruppo Interporto Campano, una delle principali aziende meridionali di infrastrutture e logistica. È stato Direttore dell’area Affari internazionali di Confindustria e ha lavorato in Ferrari e Sky.