Cultura, Orgoglio italiano

Investire sulla cultura vuol dire investire sul futuro dell'Italia

di Luca di Montezemolo , pubblicato il 23 giugno 2011
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Un “successo di pubblico”, e speriamo anche di critica, tanto ampio è la migliore ricompensa per la scommessa che abbiamo voluto fare: dedicare una giornata all'orgoglio della cultura italiana. Perché la cultura non è il territorio esclusivo di pochi privilegiati, non è un luogo chiuso e polveroso, non è qualcosa di lontano dalla vita di tutti i giorni.

La cultura è il pane quotidiano di tanta gente. Ma è allo stesso tempo il companatico di tutti. La stessa gente che cammina per le strade delle nostre città d'arte, che compra un libro, che va al cinema o che ascolta un concerto. Siamo noi che componiamo ogni giorno la tela della nostra cultura nazionale. E siamo noi che ci riconosciamo come italiani guardandoci in questo specchio.

La nostra cultura è dunque la nostra identità, e i mezzi attraverso i quali la cultura italiana vive e si diffonde sono un potentissimo strumento a servizio del nostro interesse nazionale nel mondo.






Lo sono dal punto di vista economico perché oltre ad essere fiorenti industrie danno forza ai tantissimi prodotti che prosperano grazie al marchio “made in Italy”. Viene proprio da qui il valore in più che ogni prodotto italiano, noto e meno noto, può legittimamente reclamare in un contesto internazionale molto competitivo. Viene dai manufatti, dalle idee e dalle opere che compongono il nostro patrimonio culturale.

Il legame tra industria e cultura è in Italia più forte che in qualunque altro paese del mondo.

Ma la cultura è molto più di questo. È ciò che in tutto il mondo ci viene riconosciuto come il tratto distintivo del nostro paese. Il nostro DNA. E trovo davvero allucinante che questa semplice verità venga spesso ignorata proprio in Italia.

Da questa giornata esce un quadro di grande vitalità dell'industria culturale italiana. Un settore che ha dimostrato di sapersi muovere con tempismo, aprendosi ad un mercato in continua crescita e riuscendo ad innovare la qualità e l'articolazione della propria offerta.

Eppure sembra che la discussione pubblica non si accorga di questa vitalità. Troppo spesso il mondo della cultura e l'industria culturale sono rappresentati come il regno del piagnisteo, dove non si farebbe altro che attendere la mano pietosa dello stato per produrre opere finanziate dai soldi pubblici. Prevale ancora una rappresentazione assistenzialistica che non corrisponde alla realtà. È questo uno dei tanti esempi di retorica negativa che speriamo, con questo evento, di contribuire a confutare.

Stiamo parlando di un mercato fiorente e in crescita, capace di sfidare anche la crisi economica. Nell'ultimo decennio le famiglie italiane hanno speso quasi il 25% in più in consumi culturali. Andando di più al cinema e a teatro, comprando più libri, frequentando mostre e musei. Siamo una nazione che continua ad avere fame di cultura. Milioni di italiani, ogni anno, consumano cultura e producono risorse per la sua tutela.

Ed è un triste dato di fatto che alla crescita del consumo di cultura si sia accompagnato un crollo verticale degli investimenti pubblici in questo settore, passati dai 7,5 miliardi di euro del 2005 ai 4,8 miliardi di euro del 2011(comprendendo gli investimenti di Stato, regioni ed enti locali). Così come non può passare sotto silenzio il fatto che con la legge 122 del 2010 siano stati posti limiti draconiani alle amministrazioni pubbliche proprio in campo culturale, con il taglio dell'80% della capacità di spesa rispetto all'anno precedente. Ci diranno che in tempi di crisi economica non si può tanto andare per il sottile. Ma basta un solo confronto a smentire questa convinzione, se ricordiamo ad esempio che la Germania ha volutamente escluso il settore della cultura dai tagli decisi dal Ministero delle Finanze.

L'investimento pubblico in cultura, così quello su scuola e università e ricerca, è un investimento sulle prospettive di crescita economica e civile della nazione. Tagliarlo con l’accetta vuol dire azzoppare il nostro futuro.

Certo non è solo con gli investimenti pubblici che si qualifica una buona politica culturale, ma soprattutto con la capacità della politica di pensare già oggi il quadro normativo che metta in grado domani l'industria culturale italiana di restare competitiva. Penso ad esempio alla necessità di aggiornare la legge Ronchey del 1993, che se da un lato ha introdotto la presenza di operatori privati all'interno dei musei statali con librerie, bookshops e servizi di ristorazione che prima erano del tutto assenti, dall'altro ha fallito nello sviluppare servizi di qualità e fatturato paragonabili a quelli di altri paesi. Pensate che tutti i bookshops, di tutti i musei statali italiani, fatturano appena quanto il Louvre.

L'innovazione tecnologica, anche in questo settore, può rappresentare un volano per nuovi investimenti. La digitalizzazione, ad esempio, allarga enormemente il mercato culturale e permette di moltiplicare il numero di persone che leggono, vanno al cinema o ascoltano musica. Per il cinema può significare un aumento del numero delle sale cinematografiche proprio attraverso la diffusione capillare degli schermi digitali. Di pari passo, naturalmente, occorre proteggere maggiormente il diritto d’autore con una più efficace lotta alla pirateria in rete in campo musicale e cinematografico.

Lo stesso dicasi del mercato editoriale, dove si può fare di più per agevolare la diffusione dei libri elettronici. È mai possibile che l’IVA sugli e-book sia di gran lunga superiore all’IVA agevolata che l’Italia applica, come gli altri paesi dell’Unione europea, sui libri tradizionali?

È del tutto evidente che questo differenziale costituisce una barriera molto seria alla diffusione di uno strumento di lettura sempre più importante. Sarebbe anzi opportuno, in generale, premiare fiscalmente l’innovazione tecnologica differenziando i prodotti dagli strumenti distributivi.

Le opportunità che scaturiscono dal nostro patrimonio culturale sono davvero infinite. Ad iniziare dal turismo culturale, che da solo rappresenta circa l'80% degli arrivi di turisti dagli Stati Uniti o dalla Spagna (e dove, sia ricordato per inciso, l'Italia è purtroppo scivolata dal quarto al sesto posto nelle classifiche internazionali).

In questo settore è ormai improcrastinabile una maggiore integrazione tra flussi turistici e valorizzazione dei beni culturali. Ad esempio incoraggiando le imprese concessionarie attraverso bandi autenticamente concorrenziali, senza alcuna ombra di controlli monopolistici.

L'obiettivo deve essere trasformare le imprese in protagonisti dell'innovazione dell'offerta turistico culturale che oggi non è assolutamente all’altezza delle nostre potenzialità, complice anche la debolezza, per non dire l’inesistenza, di collegamenti aerei diretti verso paesi come Cina e India.

In un paese come il nostro la conservazione del patrimonio artistico non può essere vissuta come un lusso dispendioso. Sarebbe una visione miope. Vogliamo riflettere per un secondo cosa possono voler dire la riqualificazione dei centri storici e il restauro dei monumenti per tantissimi mestieri ad altissimo valore aggiunto nonché per il miglioramento della qualità della vita nelle nostre città?

Dobbiamo favorire in tutti i modi i piccoli e i grandi mecenatismi ad esempio inserendo la possibilità di un 5 per mille dell'Irpef esplicitamente dedicato all'intervento culturale e paesaggistico. Anche in questo caso è davvero bizzarro che il contribuente oggi possa decidere di destinare il 5 per mille della propria fiscalità a settori come lo sport o il volontariato ma che non possa farlo per le organizzazioni che operano per la tutela del patrimonio culturale.

Il quadro che esce oggi da questo incontro è quello di un mondo articolato e complesso, dove le responsabilità del pubblico e quelle dei privati devono trovare un modo per lavorare insieme meglio. Razionalizzando dove necessario, ma operando con il laser piuttosto che con il machete. Non credo infatti che qualcuno possa sostenere di trovarsi davanti ad un settore parassitario, adagiato sui propri privilegi. Quando la politica ha trovato forme più moderne di incentivazione, penso in primo luogo al tax credit sul cinema, gli operatori privati hanno abbandonato senza nostalgia i vecchi sussidi a riprova del fatto che la cultura del mercato è oramai largamente diffusa. E' un esempio che va replicato in altri settori.

Quelli che ho appena elencato sono solo alcuni suggerimenti, che trasmettiamo al ministro Galan, su come il mondo vitale dell'industria culturale italiana potrebbe essere messo in condizione di raggiungere risultati ancora migliori.

Abbiamo scelto il tema della cultura per contribuire ai festeggiamenti per i 150 anni dell'Unità nazionale. Perché di orgoglio per la nostra cultura c'è bisogno soprattutto oggi, quando l'Italia è attraversata da una crisi gravissima. Una crisi che prima di essere economica e sociale è una crisi d'identità e di prospettive.

Che l'Italia sia in una condizione emergenziale è chiaro ormai alla maggioranza degli italiani e a tutti gli osservatori stranieri. Lo stato delle finanze pubbliche unito alla scarsa crescita possono rappresentare il detonatore, ma l'esplosivo che si e' accumulato nella santabarbara è fatto di anomalie trascurate, di divisioni coltivate, di decisioni non prese.

Il catalogo delle piaghe italiane, che è noto e infinito, si articola su tre piani fondamentali. Il funzionamento dello Stato, la debolezza dell'assetto economico sociale - ovvero le differenze di reddito, di patrimonio, di genere, età -, il permanere di una guerra civile a bassa intensità che viene da lontano e che si nutre ancora oggi di contrapposizioni e paure antiche.

Il non riconoscimento di un percorso storico condiviso, e dunque di un'identità nazionale e di una cultura comuni, rende infatti impossibile il confronto sui fatti, sui dati reali, sulle proposte concrete, vanificando ogni ambizione di "normalita'" nella vita pubblica italiana.

Per conseguenza qualunque discussione assume la forma di uno scontro ideologico, morale, etico.

Parliamoci chiaro: l'Italia è oggi l'unico paese occidentale in cui, a destra e a sinistra, una parte consistente dei politici e dei cittadini ritiene ancora di dover salvare, e sottolineo salvare, il paese dallo schieramento avverso.

Io credo che l'obiettivo fondamentale di tutta la classe dirigente politica e non politica debba essere quello di contribuire a chiudere questa transizione infinita. E la responsabilità è principalmente nostra, della mia generazione.

Il Ministro Galan qualche giorno fa ha dichiarato che ci vorrebbero persone più giovani. Galan ha perfettamente ragione. Caro Ministro, la Terza Repubblica deve appartenere a chi ha trent’anni meno di noi.

Ma la chiusura, in maniera decorosa e definitiva, di questo scempio che è stato la seconda repubblica deve riguardare tutti coloro che, in gradi e misure diverse, hanno avuto responsabilità rilevanti dentro e fuori la politica.

Io mi sono proposto di farlo attraverso una fondazione di cui tanti giovani in gamba sono i veri animatori, un luogo nel quale posso mettere a servizio della società civile la mia visibilità e le mie risorse per intervenire con forza tramite proposte e idee nel dibattito pubblico. Spero in questo modo di poter contribuire a dare una voce ai tantissimi italiani che, stanchi di lamentarsi, vogliono poter partecipare in maniera attiva e costruttiva alla discussione pubblica.

Il problema fondamentale è quello di riavvicinare un'intera generazione alla politica e alla gestione della cosa pubblica. Perché pensare che solo dall'interno possano arrivare le risposte a questa crisi profonda del paese vuol dire non avere il senso della realtà. Nella situazione in cui versa il paese l'aiuto di tanti è necessario ma nessuno può o deve sentirsi indispensabile.

Le condizioni per chiudere senza ulteriori traumi la seconda repubblica esistono. Le tante emergenze concrete possono, per una volta, rendere manifesta l'impellenza di una pace duratura.

E accanto alle condizioni oggettive esistono anche convenienze soggettive. Una soluzione che parta dalla politica è l'unica in grado di salvare i protagonisti di questi ultimi vent'anni anni da una “resa dei conti” altrimenti inevitabile. Le leadership di destra e di sinistra potranno infatti ben difficilmente sperare di sopravvivere ad un crollo, non controllato, della seconda repubblica. Il rischio è che entrambe vengano spazzate via o rimangano prigioniere di tribuni e capipopolo.

Sarebbe un esito disastroso per il paese se la componente riformista dei due schieramenti lasciasse il campo ai populismi, per cavalcare ancora una volta paure o pretese di superiorità morale.

Ho salutato con favore la partecipazione massiccia al referendum. Segno di un desiderio dei cittadini di tornare protagonisti della vita civile. Ma non possiamo mobilitarci solo sui no. Perché il giorno dopo rimaniamo con il problema dell'energia che costa il 30% in più degli altri paesi e della rete idrica, mal gestita da tantissime municipalizzate che sono spesso discariche per il sottobosco politico.

Il rischio di una sbornia populistica distruttiva esiste, a destra e a sinistra. Ascoltiamo quotidianamente un dibattito fatto di ultimatum e boutade su temi fondamentali come la politica fiscale, gli assetti istituzionali, la politica internazionale. Così non possiamo andare avanti. Anche perché il contesto internazionale non ce lo permette.

In particolare la stabilità dei conti pubblici ha rappresentato l’unico argine che ha tenuto durante la seconda repubblica e non possiamo permettere che venga travolto. Gli impegni sul deficit assunti a livello europeo devono essere rispettati per intero e tempestivamente.

Quando si chiuderà questa esperienza di Governo e gli italiani torneranno al voto, sarà fondamentale che le persone più responsabili dei due schieramenti politici si sottraggano finalmente alla logica della contrapposizione che ha dominato in questi anni. È del tutto evidente che dobbiamo avere il coraggio di aprire una fase costituente, per riscrivere le regole della democrazia, ma soprattutto per chiudere l'infinita transizione italiana, partendo da un pieno e incondizionato riconoscimento tra i due schieramenti politici. Non è di gioiose macchine da guerra che abbiamo bisogno, ma di un patto fondativo tra persone e forze responsabili.

Se qualcuno si illude di poter mettere mano ai mille problemi dell'Italia senza avviare una collaborazione vera e ampia che superi i confini degli attuali schieramenti, pecca a mio avviso di superficialità e ingenuità. L'alternanza è un'ottima cosa in una situazione normale, quando c'è da governare un paese, non quando c'è l'urgenza di ricostruirlo dalle fondamenta.


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Presidente di Italia Futura



tag:  cultura   italia futura   orgoglio italiano   investimenti pubblici  


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#9 da Andrea , inviato il 22/8/2011
Caro Presidente, condivido appieno la sua analisi sulla necessità di una fase costituente. Così come credo sia di vitale importanza per questo Paese valorizzare le proprie risorse archeologiche sia per rispetto alle gloriose civiltà che ci hanno preceduto, sia perché dalla nostra storia possiamo trarre ricchezza nel presente e nel futuro. Ma perché permettiamo che csvai come Pompei ed Ercolano (solo per fare un esempio tra i più noti) siano in uno stato di degrado inaccettabile ?

#8 da simone bartoli, inviato il 28/6/2011
cxaro presidente, ce ne accorgiamo solo ora cha fare cultura, pensare alla cultura, agire con un orizzonte culturale al centro ed alla base delle proprie azioni, sono il vero valore aggiunto di questo paese? Sto scherzando, naturalmente : so bene quanto lei, e mi perdoni, anche io, abbiamo a cuore la cultura in senso generale, ma temo che non saremo in moltissimi a pensarla così... Pazienza, andremo avanti in pochi, o in molti, quelli che saremo...

#7 da Manuel Morocutti, inviato il 25/6/2011
Buongiorno. Ho partecipato volentieri al meraviglioso incontro, impressionato dall’ altissima qualità di contenuti e relatori con un esposizione mai ripetitiva o banale;ottimo intervento del Presidente Montezemolo, non mi hanno invece entusiasmato le conclusioni (o meglio il riassunto!) del Ministro Galan, personalmente mi sembrava un “voler dar ragione agli asini”.

#6 da Fulvio Aversa, inviato il 24/6/2011
Il convitato di pietra è stata senz'altro la televisione. Piaccia o meno, è lei che plasma la cultura nazionale nel senso più ampio del termine nonostante gli incoraggianti dati sul "consumo culturale" relativo alle altre forme di comunicazione. Perché allora non riorganizzare i canali RAI per aree tematiche? Senza la pretesa di un ordine logico che segua la comune successione Raiuno-Raidue-Raitre io vedrei con favore un canale interamente dedicato a news e approfondimenti giornalistici, un secondo canale incentrato sulla informazione economica per famiglie e aziende e un terzo riservato alla cultura presentata in tutte le espressioni così ben raccontate durante l'evento all'Argentina; il tutto ovviamente privo di pubblicità.

#5 da enzo coniglio, inviato il 24/6/2011
Si è trattato di un incontro encomiabile per l'organizzazione, per la scelta dei testimonials e naturalmente per i contenuti.

Personalmente non avrei lasciato fuori la testimonianza delle università italiane il cui compito primario è fare cultura e preparare la classe dirigente del Paese in tutti i settori: finanziario, economico, sociale e culturale: dalla cultura gestionale a quella classica, scientifica, economica,ecc.

In particolare, le università danno un contributo fondamentale alla INTERNAZIONALIZZAZIONE DEL SISTEMA PAESE, senza la quale non si crescee non ci si sviluppa.

Pochissimi sanno che malgrado la crisi, le nostre università hanno sottoscritto e gestiscono a tutt'oggi oltre 9.500 accordi bilaterali dando concretezza alla dimensione geopolitica, geoeconomica e culturale del nostro Paese: un potenziale eccezionale per le imprese e per le diverse istituzioni in termini globali e glocali.

Per una analisi specifica di tali accordi per aree e per segmenti, suggerisco di contattare il sito: http://accordi-internazionali.cineca.it

#4 da Antonio D'Andrea, inviato il 24/6/2011
Ho partecipato con vivo interesse alla manifestazione ed ho apprezzato molto l'impegno dei "nostri" imprenditori. Diego e Luca e tutti gli altri sono stati bravissimi a sintetizzare i mali che affliggono il Paese. Un "gruppo" di italiani volenterosi che dispone di mezzi finanziari utili e necessari alla partecipazione nella "contesa" politica non può non risultare di interesse. Alla stessa maniera lo fu qualcun altro. Spero che non si ripeta l'errore. Il Paese potrà individuare la prospettiva del futuro solo se la Politica riuscirà a ricollocarsi. Una vocazione e una missione non si inventano, nè si apprendono. E' necessario ristabilire le fondamenta in una visione nuova della vocazione Politica che, pur discostandosi dalla vecchia, non si allontana troppo da quella Antica. I mezzi e i buoni propositi e la buona volontà non basteranno se l'Arte Politica verrà trascurata. La tecnica delle cose rischia di replicare cose vecchie e abortite. Che Dio ci possa assistere.

#3 da Gianni Meffe, inviato il 24/6/2011
Presidente, ogni volta che sento la parola cultura il mio pensiero va al nostro paese, Italia è sinonimo di Cultura. Un associazione che vale per tutto il mondo ma che rischia di finire se non ci decidiamo a valorizzare in modo serio e pratico il nostro patrimonio culturale. La nostra ricchezza è la cultura, noi non possiamo sfidare i paesi del BRIC sui numeri ma non possiamo nemmeno farci sostituire nel campo della qualità, dell'innovazione e del gusto. Le nostre eccellenze, che siano esse alimentari o ingegneristiche, tessili o mediche, fanno parte da sempre del nostro patrimonio culturale, al pari della Regia di Venaria e della Valle dei Templi. Visitare l’Italia significa vedere luoghi che sono legati in maniera indissolubile non solo a colori, profumi e beni architettonici ma anche ad aziende e persone che sono radicate in quel territorio da anni, o secoli, e che hanno contribuito a costruire il loro patrimonio culturale. Penso ad un posto poco conosciuto, l’Alto Molise ed in particolare ad Agnone. Una piccola cittadina che è ricca di bellezze, sia paesaggistiche che architettoniche, ma che non sarebbe davvero bella senza quel profumo di legno arso che fuoriesce dalla Fonderia Marinelli ogni volta che si ripete il rito millenario della fusione delle campane. Questo esempio ci spiega bene che quello che si è ereditato non basta da solo, c’è bisogno che l’uomo conservi quel contesto e si preoccupi di portarlo avanti, giorno dopo giorno, dando il proprio contributo. Noi in Italia abbiamo fatto il contrario, abbiamo dato per scontata la nostra ricchezza e la nostra supremazia e non ci siamo preoccupati di conoscere, conservare e valorizzare la nostra ricchezza. La nostra storia, la nostra arte e tutto ciò che Italia ormai sono studiati dagli universitari stranieri mentre il nostro sistema scolastico ci porta ad avere facoltà inutili e corsi fuori da qualsiasi contesto sia formativo che lavorativo. Riscopriamo le arti, riscopriamo l’artigianato e riscopriamo noi stessi. I nostri giovani, me compreso, hanno il bisogno e l’obbligo di riscoprire l’Italia perché soltanto conoscendola possiamo capire quello che abbiamo e quello che siamo. In questo rinnamorarsi del nostro paese c’è bisogno di una guida forte e lungimirante, abbiamo bisogno di avere governi capaci indirizzare il paese verso il mare aperto e non di farlo smarrire nelle acque sporche di insulti, scandali e liti personali che la politica di oggi produce. Le nostre ricchezze sono eco compatibili perché sono li da secoli e non dobbiamo spendere nulla per produrle, basterebbe ”accarezzarle” quotidianamente e per fare questo bisogna coinvolgere i giovani ed accompagnarli nella loro formazione per dargli la possibilità di scegliere non la cosa più facile ma quella più bella. Ad oggi la nostra classe politica è impegnata a parlare di tutto tranne che del futuro del nostro paese e si lascia in mano a pochi volenterosi che hanno a cuore il nostro paese e che troppo spesso non solo sono ostacolati ma vengono anche combattuti da chi vuole difendere lo status quo delle cose. Il tema di cultura il gesto della famiglia Della Valle di pagare il restauro del Colosseo è nobile e va apprezzato ma mi chiedo, e le chiedo, un paese che non solo non è capace di valorizzare le proprie ricchezze ma non riesce nemmeno a conservarle per le generazioni future che prospettiva ha davanti a se? Io sono ottimista di natura ma in questi anni di impegno ho avuto modo di vedere una società che è drogata e che non riesce e dove i giovani sono cosi vecchi dentro che hanno perso qualsiasi capacità di indignazione e di lotta. Sono ottimista per natura e spero che la svolta sia dietro l’angolo ma dovrà essere vera e netta perché l’Italia non si può permettere l’ennesima minestra riscaldata, dobbiamo tornare a volare perché il tempo della sopravvivenza è finita. O si è vivi o si è morti. A Lei ed a tutti i membri di Italia Futura auguro ogni successo perché l’Italia ha bisogno di FUTURO.

#2 da gianpaolo piccini, inviato il 24/6/2011
Un sincero grazie a Lei Presidente e a tutti coloro che hanno permesso la realizzazione dell'evento di ieri. Interessante, quanto ricco di nuove energie positive,il piacere di assistere al genuino risveglio del sano orgoglio di essere ITALIANI.Sarà certo un cammino lungo ma, i fondamenti e gli esempi che ieri si sono dimostrati fanno ben sperare per una sicura riuscita. Ognuno di noi, nella propria competenza e con i propri mezzi , sono convinto che si adopererà per promuovere,organizzare e diffondere con il sincero animo, questo modello di "vivere" il nostro Paese.

#1 da Romano Perissinotto, inviato il 23/6/2011
Il Made in Italy e la globalizzazione  : spunti per competere. Il convegno sull'orgoglio e la cultura italiani, con le interessanti argomentazioni promosse dagli ospiti e concluso dal Presidente Montezemolo, mi suggerisce lo spunto per una riflessione ed una considerazione sul tema della cultura ed il rapporto con il Made in Italy e la globalizzazione. In questi anni, e piu precisamente da quando e nato quello che amiamo definire il "Made in Italy" abbiamo assistito ad una progressiva e sempre piu accanita aggressione al patrimonio di idee, cultura e sapienza del nostro saper fare. Sono state quindi sviluppate, sopratutto in paesi dal basso costo di manodopera, copie e modelli che scimmiottavano piuttosto male gli originali nostrani. Ma era solo l'inizio. Negli anni, grazie anche al nostro contributo, inteso come invio di tecnici specializzati, progettisti ed in alcuni casi manodopera altamente specializzata, alle Manifestazioni invase da fotocamere digitali che online inviano le foto delle novita direttamente agli stabilimenti lontani, hanno imparato la lezione. Il livello qualitativo si e alzato, la differerenza percepibile sembra piu sottile... In tempi piu recenti, ci si sono messi anche i nostri Imprenditori, costretti da un sistema paese piuttosto inefficace sotto il profilo del sostegno e di una politica diciamo...distratta, a delocalizzare per restare competitivi sui mercati internazionali. Per la precisione, sono Imprese di dimensioni medio grandi, sempre pero riconducibili alla sfera del nostro amato Made in Italy. Ecco quindi sorgere il problema per le piccole aziende, in particolare le micro imprese che fanno dell'eccellenza la loro mission ed unica strategia di soppravvivenza. E siccome l'economia nostrana e fatta in gran parte da quelle piccole realta, ecco che il danno si riperquote sul sistema Paese, sui consumi interni, sui cittadini in una spirale negativa di problemi. Cosa fare quindi ? Siamo "morti" e non ce ne rendiamo conto? Certamente non godiamo di ottima salute, ma no, non siamo ancora morti. Una prima terapia salutare per le micro e pm e rappresenata dal sistema di reti di impresa. In questo, tuttavia, la mentalita piuttosto chiusa e autodecisionista dei nostri piccoli Imprenditori e artigiani dovra necessariamente svilupparsi ed adeguarsi a processi di sinergie. Le tre a (0 3f se preferite l'inglese) che ci definiscono al vertice mondiale del lifestyle - arredamento / alimentare / abbigliamento - dovranno essere integrate da una "c", quella di cultura. la competizione per queste imprese dovra quindi spostarsi sempre piu su fattori immateriali che si determinano dall'aggregazione trasversale del nostro patrimonio: 3 A + C. E' e sara la nostra materia prima, ne abbiamo a sufficienza per esportarla in tutto l'universo! Dobbiamo rendere un oggetto da arredo, per esempio un letto (lo dico per la mia Azienda...) non un semplice letto, ma tramettere tutto il saper fare che c'e dietro alla realizzazione di quel letto, compresa  l'idea di letto che si puo assumere da un quadro del 400 e, giocando con la fantasia, ascoltanto musica ed, infine, quanto potrebbe essere bello visitare i luoghi dove e' stato prodotto, il bel Paese. E cosi via per l'abbigliamento, il cibo. In sintesi, il "saper vivere". Non vorrei sembrare arrogante, ma dobbiamo adottare ogni potenziale Cliente facoltoso ed insegnargli a vivere! Questo immenso patrimonio immateriale, che credo tanta parte ha nel concetto di  Made in Italy non potra certo essere copiato o riprodotto a prezzi stracciati.



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