La questione della soppressione del CNEL come "ente inutile" s’è posta sin dalla Bicamerale D’Alema, quindici anni fa.
Alberto Stancanelli la riprende, dopo
un articolo di Livadiotti sull’Espresso avente lo stesso bersaglio, mettendo a confronto dati quantitativi sulla produzione di atti da parte del Consiglio con i dati sulla spesa citati nell’ articolo. La conclusione è che, in attesa di una legge di revisione costituzionale che sopprima l’art. 99 della Carta, si può procedere con legge ordinaria a ridurre il numero dei consiglieri e ad eliminare l’apparato, lasciando i compiti di supporto ad una struttura più agile, collocata presso la Presidenza del Consiglio.
E’ evidente che il problema si pone, se non altro perché è già stato posto. Alle osservazioni di Stancanelli e Livadiotti si potrebbe rispondere analizzando in dettaglio la qualità e la quantità del lavoro necessario per produrre gli atti, o ricordando le soluzioni o i contributi dati dal CNEL alla soluzione di problemi seri, dai Patti territoriali degli anni ’90 alle numerose proposte recepite dalla legislazione in materia di criminalità o di immigrazione, fino al lavoro che si sta facendo attualmente insieme all’ISTAT sui nuovi indicatori di benessere. Oppure ancora – è la risposta più facile ma meno rigorosa – paragonando costi e produttività del CNEL a quelli di altri organi, da quelli di autogoverno delle magistrature fino allo stesso Parlamento della Repubblica, che negli ultimi anni, oltre a ratificare atti e decreti del Governo, ha varato poche decine di leggi di iniziativa parlamentare.
Tuttavia, questa considerazione sulla scarsa produttività del Parlamento ci avvicina a quello che è
il punto centrale della questione, anche per il CNEL, ovvero la declinante capacità del nostro sistema politico ed istituzionale ad affrontare in un’ottica di lungo periodo questioni complesse, che riguardano strutture e settori fondamentali, e le loro interazioni col resto della società italiana. L’elenco è lungo e i risultati scarsi: dalla riforma della giustizia a quella del fisco, agli attuali conati sul federalismo fiscale, alla fatica di Sisifo della riforma amministrativa, etc...
Le scelte si fanno sempre più a livello di Governo e sempre più in un’ottica di breve periodo, rincorrendo le esigenze del momento quando non le emergenze. Il confronto con le parti sociali viene realizzato dal Governo direttamente, con le “ tavolate “della concertazione che da quasi vent’anni ( dall’ accordo del luglio 1992 ) non producono risultati di rilievo.
In questo quadro è inevitabile che l’attività consultiva del CNEL produca ben pochi risultati.
Si vuole superare questa situazione, o almeno invertire la tendenza al declino delle capacità di riforma? Nelle intenzioni lo vogliono tutti i soggetti in campo. Se è così, anche il CNEL potrebbe ritrovare il ruolo che la Costituzione gli assegna. In collegamento con la programmazione dei lavori parlamentari e dell’attività di Governo, anno dopo anno il CNEL realizzerebbe la sua missione provvedendo all’istruttoria di problematiche complesse che stiano per arrivare ai tavoli decisionali, trovando ipotesi di soluzione che abbiano il requisito politicamente essenziale del consenso delle parti sociali. Producendo, in altri termini, dei “semilavorati“ sulla base dei quali il Parlamento – o l’Esecutivo – possa arrivare a definire in tempi ragionevoli i provvedimenti necessari a risolvere le problematiche così affrontate. Anche il confronto diretto tra le parti sociali, in una fase politica meno concitata dell’attuale, potrebbe trovare nel CNEL una sede istituzionale di maturazione e di approfondimento di tematiche importanti e delicate, che l’ attuale prassi di incontri più o meno informali talvolta seguiti da interventi normativi unilaterali si è dimostrata incapace a risolvere.
Utopie? Forse no.
Siamo sicuramente all’inizio di una nuova fase politica, anche se i percorsi e gli esiti restano ancora avvolti nelle nebbie.
Intanto,
è sicuramente possibile progettare una razionalizzazione del funzionamento del Consiglio e della sua stessa composizione, da realizzare con legge ordinaria. Lo stesso Presidente
Marzano si è espresso in tal senso in
un recente articolo sul Corriere della sera. Tuttavia,
la proposta di Stancanelli lascia perplessi sotto un paio di aspetti: le dimensioni della riduzione e l’affidamento delle funzioni di supporto alla Presidenza del consiglio. Come potrebbero venti consiglieri, affiancati da poche unità di supporto, svolgere efficacemente le funzioni di consulenza alle Camere ed al Governo, di iniziativa e di partecipazione all’ attività legislativa? Il rischio evidente è che il rapporto costi-risultati peggiori, invece di migliorare. Inoltre,
la dipendenza organica delle unità di supporto da Palazzo Chigi metterebbe a repentaglio un connotato essenziale per un organo costituzionale, ovvero l’ autonomia del Consiglio, la cui attività potrebbe concretamente dipendere dalla benevolenza del Premier, o del Sottosegretario di Stato, o del Segretario generale, o del Capo Dipartimento competente.
Anche in questo caso più che l’accetta occorre il bisturi, per tagliar via grasso e fibromi salvando le arterie e soprattutto rafforzando i nervi. Fuor di metafora, le linee da seguire per arrivare ad una razionalizzazione del CNEL, ovvero a risparmiare risorse ed a migliorarne la funzionalità appaiono essere due: la prima riguarda i consiglieri, la seconda l’apparato.
La riduzione di numero dei consiglieri può essere operata senza danni per l’attività rapportandola al numero delle assenze permanenti, anche autorevoli, che attualmente si registrano; dovrebbe comunque avere una entità tale da non compromettere la rappresentanza dei diversi soggetti sociali (la norma costituzionale impone di tener conto anche degli aspetti qualitativi di questa), ma dovrebbe essere accompagnata da un più efficace controllo sulle presenze e sulle attività svolte dai singoli consiglieri.
Quanto all’apparato, è essenziale rafforzarne i collegamenti con gli altri apparati dell’Esecutivo e delle Camere, ma anche delle Regioni o delle Associazioni degli Enti locali, per l’acquisizione e lo scambio di dati, documenti, atti formali. L'informatica può far molto, ma norme che diano cogenza e celerità a tali scambi potrebbero fare ancora di più, consentendo una riqualificazione delle attività domestiche che consentirebbe di coniugare rigore di spesa e maggiore efficienza.
La risposta di Alberto Stancanelli:
I nostri Costituenti avevano sicuramente un’altra idea del Cnel rispetto a quella che è stata sino ad oggi la sua vita nell’ordinamento istituzionale italiano.
Poteva essere un luogo istituzionale di incisiva elaborazione e di mediazione di proposte di politica del lavoro ed economica tra associazioni, categorie, sindacati che rappresentano la parte produttiva del Paese.
Poteva essere, ma non è stato.
Oggi, a mio avviso, è inutile cercare di comprendere ciò che non ha funzionato e per colpa di chi (lo stesso Cnel? il Governo? il Parlamento?). Tutti gli attori e la politica hanno trovato da tempo soluzioni alternative al ruolo del Cnel, basti pensare ai tavoli di concertazione o altro presso Palazzo Chigi, alle Commissioni Parlamentari che svolgono continue audizioni delle forze sindacali e imprenditoriali del Paese, ai vari centri studi sindacali e imprenditoriali, ecc.
Un’ ultima osservazione in merito all’obiezione sulla mancanza di autonomia dell’eventuale agile struttura presso la Presidenza del consiglio dei ministri, che ho proposto in attesa della soppressione con norma costituzione del Cnel. Mi si passi di rispondere con una domanda: pensiamo forse che il Comitato Nazionale per la Bioetica istituito presso la Presidenza e presieduto da un ex presidente della Corte Costituzione che esprime pareri su una materia così delicata non goda di quella necessaria autonomia rispetto alla struttura politica che lo ospita?
Vorrei, infine, ricordare lo spirito del nostro Osservatorio sui costi della politica: quando la politica chiede ai cittadini sacrifici per superare i momenti difficili deve prima di tutto guardare a se stessa.