Batterio killer, l'esempio tedesco da non seguire

I rischi del federalismo sanitario

di Walter Ricciardi , pubblicato il 15 giugno 2011
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La sanità è una materia complessa e delicata, densa di conseguenze negative se gestita male, e non solo sulla salute dei cittadini, ma anche sulle tasche dei produttori e dei consumatori, come dimostrato dalla recente epidemia batterica in Germania, affrontata in modo catastrofico dalle autorità tedesche con decine di morti, migliaia di soggetti infetti e centinaia di milioni di euro dilapidati.

Ancora oggi non vi è certezza su quali alimenti abbiano effettivamente veicolato l’infezione e, analogamente a quanto successo anni fa con la sindrome della mucca pazza in Gran Bretagna, la miopia e la divisione delle burocrazie ministeriali, in questo caso tedesche, ha generato prima una mancanza di trasparenza che ha allarmato e reso diffidenti cittadini e governi di tutta Europa, poi un caos informativo in cui il ministro dell’agricoltura di un land (la regione) smentiva il ministro del land vicino, con i ministri della salute dei singoli länder che litigavano tra loro e il ministro federale della salute che manifestava pubblicamente tutta la sua impotenza.

E’ importante discutere di queste disfunzioni, tipiche di un paese federale la cui sanità non ha alcuna forma di coordinamento nazionale, anche nella nostra Italia avviata, sembra, verso un federalismo spinto sul versante sanitario, per evitare errori analoghi in futuro e per consolidare quanto ha espresso e può esprimere di buono il nostro Servizio Sanitario Nazionale.

Attualmente in Italia questo non sarebbe potuto succedere; abbiamo fortunatamente un Ministero della Salute a cui è ancora affidata la tutela della salute di tutti i cittadini, indipendentemente dal luogo di nascita o di residenza. Abbiamo una rete di organizzazioni sanitarie e di medici sentinella in grado di attivarsi immediatamente in caso di emergenza ed abbiamo ancora forme di coordinamento centrale che non dobbiamo assolutamente perdere, anche se l’erogazione e gestione dei servizi sanitari sono affidate alle singole regioni - e ciò sta determinando diseguaglianze crescenti tra cittadini che vivono in regioni più virtuose e quelli che abitano in regioni (quasi tutte quelle del centro sud) in forte ritardo e difficoltà.

Perché quello di buono che già esiste a livello centrale non venga vanificato, c’è bisogno della diffusa consapevolezza, sia tra gli addetti ai lavori, sia nella popolazione generale, che non è con slogan sul federalismo che potranno essere affrontati i problemi della sanità del futuro, stretta tra l’aumento dei bisogni sanitari della popolazione, l’incremento della domanda di servizi da parte dei cittadini e la limitatezza delle risorse finanziarie e umane disponibili.

Il direttore dell’Economist, John Micklethwait sottolinea che il federalismo è uno dei possibili indirizzi strategici dell’Europa, ma sostiene che “più di ogni altra cosa, serva una buona organizzazione. L’America è un Paese federale, eppure alcuni dei suoi Stati sono in grave difficoltà. Bisogna fare attenzione ai costi e mantenere strutture decisionali snelle ed efficaci.”

Dobbiamo prendere questo avvertimento molto sul serio, perché in Italia gli effetti della regionalizzazione successiva alla modifica costituzionale del 2001 sono, in sanità, già drammaticamente evidenti. Ad esempio la differenza nell’aspettativa di vita tra le regioni dove si vive di meno (quelle del sud, Campania in testa) e quelle in cui si è più longevi (quelle del centro nord) è oggi di quasi 5 anni, una distanza enorme creatasi proprio negli ultimi anni per l’incapacità di alcune regioni di fronteggiare l’incremento dei fattori di rischio (fumo, alcool, sedentarietà, cattiva alimentazione, in primis) nei propri cittadini - ed il conseguente aumento delle malattie cardiovascolari e tumori -con servizi sanitari efficaci ed efficienti.

In sostanza, i cittadini meridionali hanno, negli ultimi dieci anni, perso tutti i guadagni temporali maturati nel secondo dopoguerra e questo comporta, in alcune regioni, addirittura il blocco dell’aspettativa di vita, soprattutto delle donne, con il rischio concreto che, per la prima volta nella storia del Paese, le nuove generazioni possano vivere meno di quelle precedenti.

Gli italiani sono forse gli individui più flessibili e adattabili del mondo, hanno una capacità di reazione e di improvvisazione quasi unica, ma la lotta contro l’ignoranza e la malattia non può essere condotta solo a livello regionale né, tanto meno, solo a livello individuale. Essa ha infatti bisogno di uno sforzo collettivo che deve essere adeguatamente gestito e coordinato, onde evitare che negli italiani come società collettiva le qualità dei singoli individui scompaiano o addirittura si rovescino.

Direttore dell'Istituto di Igiene dell'Università Cattolica di Roma e dell'Osservatorio Nazionale per la Salute nelle Regioni Italiane. E' il primo Editor non inglese dell'Oxford Handbook of Public Health e componente non americano del National Board of Medical Examiners degli Stati Uniti d'America.


tag:  cetrioli   batterio   soia   germania   sanità   federalismo sanitario   federalismo  


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#3 da Asio otus, inviato il 15/6/2011
La sanità è una di quelle cose che deve essere sempre sotto il controllo del governo centrale (come le forze dell'ordine, l'esercito o listruzione). Se il nostro sistema sanitario avesse le adeguate risorse sarebbe uno dei migliori al mondo (e in certi casi lo è, visto il gran numero di eccelleze esistenti in campo medeico). Attualmente le regioni controllano in larga parte la sanità, secondo me essa dovrebbe ritornare sotto il controllo del governo centrale. Sì al federalismo, ma fatto usando il cervello e non il portamonete.

#2 da Fulvio Aversa, inviato il 15/6/2011
I dati riportati nell'articolo sono assolutamente allarmanti e si vanno ad aggiungere agli altri "risultati concreti" ottenuti inseguendo l'inevitabile necessita' del federalismo. Ne abbiamo davvero un cosi' disperato bisogno o potremmo sopravvivere anche senza? Anche meglio a giudicare dai numeri forniti. Il rischio che si formino una ventina di microsistemi sanitari che erogano prestazioni di diversa qualità e' ormai una realtà senza contare le infiltrazioni di vario genere che vanno dall'affarismo alla criminalità finanche all'ideologia come per esempio in Lombardia dove si impiegano consistenti risorse e arbitri di coscienza per disincentivare aborti e metodi contraccettivi. La prospettiva di una migrazione interna all'Italia in cerca del servizio sanitario richiesto e' una follia per di più difficilmente curabile vista l'assenza di politiche a supporto dei malati di mente dopo la chiusura dei manicomi.

#1 da Fabrizio De Poli, inviato il 15/6/2011
Sono d'accordo che il nostro sistema sanitario e quello di controllo della qualità degli alimenti sono tra i migliori (se non i migliori) d'Europa, e che dobbiamo mantenerlo; ma il problema del federalismo sanitario è un altro: responsabilizzare le Regioni sulla loro spesa. Il Primario radiologo del piccolo ospedale di Sapri (SA) guadagna 380.000 € l'anno, l'ospedale di Vallo della Lucania (SA) ha moltissimi impiegati e pochi portantini (ho un'esperienza diretta). Quindi occorre mantenere la possibilità di curarsi in tutta Italia, ma bisogna che chi gestisce la cosa pubblica lo faccia con onestà e spirito di servizio, e non con obiettivi clientelari, pensando di poter attingere a un pozzo senza fondo.



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