Contratto unico e precariato

Il parere di un economista

di Carlo Dell'Aringa , pubblicato il 13 giugno 2011
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Sono ormai molti i sostenitori del cosiddetto “contratto unico”, cioè di un contratto di lavoro a tempo indeterminato con protezioni e garanzie crescenti con l’anzianità di servizio. Da ultimi, A. Alesina e F. Giavazzi lo hanno proposto dalle colonne del Corriere della Sera del 10 maggio scorso.

Si parla di “contratto unico”, ma di “unico” ha ben poco. Per quanto le proposte sinora avanzate dai vari studiosi presentino tra loro differenze anche rilevanti, tutte, però, riconoscono che, accanto al contratto unico, deve rimanere uno spazio per altri tipi di contratti di lavoro, di natura anche temporanea. Sarebbe difficile infatti abolire del tutto contratti come quello di somministrazione o di apprendistato, che esistono in quasi tutti i Paesi sviluppati.

Lo scopo principale del contratto unico sarebbe soprattutto quello di ridurre drasticamente il ricorso ai contratti di lavoro di natura temporanea, il cui uso, da parte delle aziende, dovrebbe essere alquanto limitato (con opportune disposizioni legislative). Così facendo si pensa di rendere il lavoro dei giovani più stabile. E’ vero ?

Ecco alcune considerazioni che, senza la pretesa di essere decisive, inducono a dare una risposta fortemente dubitativa a questa domanda.

1. E’ vero che una quota crescente di giovani viene avviata con contratto di lavoro di natura temporanea. In parte questo è effetto della crisi. In ogni caso lo stock di lavori temporanei sul totale della occupazione giovanile è nella media europea. Ci si dovrebbe chiedere se è questo il motivo per cui la disoccupazione giovanile è in Italia tra le più alte tra i Paesi sviluppati.

2. L’Italia, secondo le classifiche OCSE ha un grado di flessibilità del lavoro che è sotto la media europea. E non è neanche il Paese che presenti un elevato grado di flessibilità dei lavori temporanei rispetto ad una elevata rigidità dei lavori stabili. Sono altri i Paesi che mostrano un forte divario tra flessibilità per i lavori temporanei e rigidità dei lavori a tempo indeterminato. Insomma stando all’esame OCSE, non sembra essere nella nostra particolare legislazione la causa della forte segmentazione del nostro mercato del lavoro tra “insiders” e “outsiders”.

3. Parlare di “precariato” riferendosi all’intero mondo dei lavori temporanei, è una generalizzazione che rischia di essere fuorviante. Non tutto il cosiddetto “precariato” è uguale. Non si possono mettere nello stesso sacco “stages” fasulli, false collaborazioni e improbabili partite IVA, con il lavoro in somministrazione, i contratti a termine e l’apprendistato. I primi sono spesso illegali, sono forme nascoste di lavoro subordinato. Sono fughe dalla legislazione di molte piccole imprese, soprattutto dei servizi (e di parte del settore pubblico) che sono alla ricerca di basso costo del lavoro. Ma queste forme di evasione della legge si combattono facendo rispettare la legge. E non, paradossalmente, cercando di cambiare la legge !

4. I contratti a termine “buoni”, nel senso di “legali” rappresentano spesso un dignitoso “gradino” verso il lavoro stabile. 30 per cento, in tempi normali, passano al lavoro stabile entro un anno. E’ molto più facile arrivare al lavoro stabile partendo da un lavoro temporaneo, che non partendo dallo stato di disoccupato o di inattivo. La differenza di probabilità è molto forte in Italia, molto più che in altri Paesi e l’OCSE considera questa evidenza empirica come un segnale, anche se non decisivo, che nel nostro Paese i “buoni” lavori temporanei rappresentano discreti “gradini” verso il lavoro stabile.

5. Il problema dei giovani è la mancanza di lavoro e non il lavoro temporaneo. Sono più di due milioni i giovani NEET ( che non studiano né lavorano) . Una parte minoritaria è disoccupata. Gli altri sono dispersi tra lavoro nero e semplice inattività . Paradossalmente occorrerebbero più e non meno lavori temporanei “buoni” per questi giovani !

6. la mancanza di lavoro dei giovani non è tanto e solo dovuta ai periodi di non lavoro tra un lavoro temporaneo e l’altro. La nostra disoccupazione giovanile di lunga durata (oltre un anno) rappresenta quasi un record mondiale tra i Paesi sviluppati.

7. E’ evidente che sarebbe meglio avere tanti posti a tempo indeterminato e non solo a tempo determinato per questi due milioni di giovani. Ma perché le imprese non li creano ? Perché non c’è il contratto unico? Io ritengo che il risultato che noi osserviamo sia il frutto di una mancanza del sistema economico nel suo insieme, che non riesce a creare posti di lavoro buoni a sufficienza e posti di lavoro su cui le imprese intendano investire stabilmente. D’altra parte con una produttività stagnante ( quando va bene) da oltre un decennio, abbiamo perso terreno sia sul versante dei salari che delle più generali condizioni di lavoro.

8. Che siano i giovani ad esserne particolarmente colpiti, dipende anche da loro. Non dalla loro responsabilità, ma dalla loro “occupabilità”. Che è una cosa diversa dalla flessibilità eccessiva. Non è la flessibilità ad essere eccessiva e mal distribuita, è la “occupabilità” che è scarsa. Il problema, come si dice in gergo, è anche dal lato dell’offerta.

9. L’Italia è il Paese con la più bassa percentuale di giovani che durante il periodo di formazione di base, ha qualche esperienza di lavoro. Come in altri Paesi del Sud –Europa, da noi vige il sistema del “study first, then work” Con il risultato che la transizione tra la fine degli studi verso il lavoro è il più tormentato tra tutti quelli che sperimentano i Paesi sviluppati. I giovani sono costretti alla fine degli studi a fare lunghi stages che avrebbero dovuto fare prima. Qualsiasi esperienza di lavoro durante gli studi è considerata come perdita di tempo e di concentrazione. E i risultati si vedono. L’età media a cui i giovani danesi vanno all’università è di 23 anni. Prima lavorano. Forse è eccessivo, ma per loro la transizione tra scuola e lavoro è un non problema. Dobbiamo mettere anche questo nel modello “danese” ?

10. Infine i servizi al lavoro, nel nostro Paese sono pressoché assenti. Non c’è tradizione nel campo dell’orientamento, della assistenza nella ricerca del lavoro, nella qualificazione professionale. La famosa attività di “matching” nel mercato del lavoro è praticamente inesistente. E di questo soffrono soprattutto i giovani.

Queste sono le riflessioni che sollevano qualche dubbio sulle virtù “salvifiche” del contratto unico. Indicano anche qualche strada utile per affrontare seriamente il problema.




Già presidente dell'Agenzia per la Rappresentanza Negoziale delle Pubbliche Amministrazioni (A.R.A.N.), insegna Economia Politica presso la Facoltà di Economia e Commercio dell'Università Cattolica di Milano ed è direttore del Centro di Ricerche Economiche sui problemi del Lavoro e dell'Industria (C.R.E.L.I.) dello stesso ateneo.


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#12 da massimo laccisaglia, inviato il 19/6/2011
La mancanza di lavoro, conseguente all'assenza di crescita economica, è un problema. Il precariato un altro, non privo di legame causale con il primo, ma distinto. Credo che la legge Biagi abbia fatto il suo tempo. Con questa legge (che ha molti meriti ed è stata utile per un certo tempo) i datori di lavoro che hanno necessità di flessibilità possono ottenerla a costi particolarmente bassi. Sarebbe invece il caso di legare incentivi ad assunzioni a tempo indeterminato e di far pagare un premio per la flessibilità. La sitauzione attuale sta generando ormai molti abusi e deve essere corretta. Non ci sono scuse. Continuare a penalizzare i giovani non fa bene all'economia del paese.

#11 da Stefano Costantino, inviato il 18/6/2011
La selva di contratti di lavoro possibili non è sicuramente un fattore efficace. Però, di lì a passare a un contratto unico nazionale mi sembra un po' esagerato. Specialmente se così blindato. A mio avviso, occorre tener presente che in Italia il mondo del lavoro è spaccato in due reakltà diverse: chi è precario e chi ha un lavoro a tempo indeterminato. Il precariato è il frutto del nostro tempo, il tempo indeterminato così come concepito oggi è il frutto del passato. Della flessibilità, nella realtà produttiva odierna e globalizzata non è possibile fare a meno. Allo stesso tempo non si può negare la possibilità ad aziende e lavoratori di stabilire un rapporto reciproco consolidato nel tempo. Il punto è che la flessibilità, come bene prezioso per le imprese, andrebbe pagato molto di più del lavoro a tempo indeterminato, a compensazione del minore livello di tutela offerto. Il lavoratore precario è sostanzialmente un imprenditore di sè stesso, che vive 365 giorni l'anno sul mercato, in cerca di opportunità. E questo rischio gli va riconosciuto. Quindi, un aggiustamento retributivo sulle due formule va effettuato. Il contratto a tempo determinato, allo stesso tempo non dovrebbe continuare ad essere un fortino inespugnabile sopratutto nel settore pubblico, dove una volta che sei entrato non ti possono più levare, nemmeno a cannonate e quando il lavoratore ha palesemente torto. Per quanto riguarda l'accesso dei giovani, si ignora molto spesso che il lavoro è un grosso problema anche per chi non è più giovane. Quotidianamente, nella mia attività di formatore professionale, ho a che fare con persone dai quarant'anni in su che sono uscite con le ossa rotte dalla crisi e non riescono a rimettersi in corsa sul mercato del lavoro. Perchè dobbiamo favorire a tutti i costi i giovani e dimenticarci della moltitudine di persone che hanno già una certa età e rischiano di essere spinte verso l'indigenza? Per conto mio occorrerebbe un contratto di accesso al mondo del lavoro che valga tanto per i giovani in cerca di primo impiego, che per persone che hanno la necessità di rientrare e ricominciare a costruire una professionalità nuova. Quindi alla fine risulterebbero tre formule: un contratto a tempo indeterminato, uno a tempo determinato che possa essere stabilito o attraverso la mediazione delle agenzie di lavoro temporaneo o direttamente tra azienda e lavoratore, e infine un contratto di accesso al modno del lavoro o ricollocazione. Il resto della differenza lo dovrebbe fare il merito, la volontà e la capacità di ognuno. Perchè francamente non c'è cosa più noiosa che vedere gente in gamba a spasso, tagliata fuori dalle solite politiche di opportunismo.

#10 da Sergio Castaldi, inviato il 15/6/2011
Tema attuale di ampia portata. Quasi tutte le osservazioni mi sembrano centrate, anche se più d'una mi sembra pura filosofia. Concordo sul fatto che il problema centrale è la mancanza di lavoro, di crescita, di sviluppo, per cui alla fine l'unico datore di lavoro diventa la "piovra del settore pubblico" dove si creano innumerevoli posti senza lavoro, improduttivi, ma sicuramente ben protetti e ciascuno con i suoi privilegi. Questo spiega anche perché il posto pubblico rientra tra la massime aspirazioni di molti, troppi italiani.
Il problema tocca certamente i giovani, ma tocca di più -e senza aspettative- coloro che hanno passato dieci anni, ad esempio, tra lavori precari vari, anche qualificanti, ma che alla fine non sono sufficienti a stabilizzarti nel mondo del lavoro e neppure a portarti ai margini di una pensione appena sufficiente a sopravvivere. Almeno dei giovani se ne parla, ma degli altri si da per scontato che siano perduti, e pace all'anima loro. Come se fosse colpa loro se questo dannato paese si trova nella situazione in cui si trova.
Una cosa si può sicuramente fare: chiedere ai vari ministri che non sanno mai tenere la bocca chiusa quando non hanno niente da dire, di smetterla di indicare lo scaricare cassette ai mercati generali o altri lavori simili come la via della salvezza dei fannulloni(?) disoccupati o sotto occupati. Vorrei suggerire al nano-ministro che ha appena imprecato contro i precari di andare lui ai mercati generali e lasciare libero il posto che occupa immeritatamente, dove qualunque precario sarebbe in grado di fare meno danni di quelli che può fare lui ogni volta che apre la bocca senza sapere di cosa sta parlando.

#9 da Dadry, inviato il 14/6/2011
Per me il problema va visto nel suo complesso (cioè che il mondo del lavoro è composto da imprenditori e da dipendenti, gli uni legati indissolubilmente agli altri) ma deve mettere alla base di tutto una semplice cosa: che è un rapporto (prevalentemente di fiducia) tra persone ! TEMA FLESSIBILITA': Un imprenditore deve giustamente guadagnare + di un suo dipendente, sia per l'impegno profuso sia per i rischi che si accolla, ma quante volte l'estremizzazione della massimizzazione dei profitti ha portato invece i datori di lavoro a storpiare la flessibilità??? Non si vuole + assumere a tempo indeterminato? Ok, esistono i contratti a termine o l'apprendistato. Ma NO, costano troppo. Allora il lavoro nero (e indoviniamo come si fa x pagarlo??????? ... ), o le famose "ritenute" prima, o il cococo dopo, o il cocopro ora ... o meglio ancora se apri la Partita IVA!! Il tutto sempre a tariffe orarie uguali o meglio inferiori ... ah già, poi è stata fatta (anche giustamente) una riforma INPS per dare una pensione in base a ciò che si versa ... Uhmmmm ... Da qui si capisce che se la natura umana non agisce correttamente, lavoro e flessibilità non sono sinonimi di giustizia (cioè fare le cose giuste, corrette; fortunatamente ci sono anche imprenditori coscienziosi ed onesti); stesso discorso vale anche per i dipendenti, che hanno anche le loro colpe se si è arrivati a questa situazione ... da quelli che non lavorano (assenteismo, imboscati, ecc), a quelli che approfittano della loro posizione, (perdonatemi, sarò bacchettone, ma tra i dipendenti che ne approfittano io ci metto anche i manager con stipendi e benefits faraonici, certamente non capaci, in proporzione alla loro retribuzione, di "creare" un valore duraturo x gli azionisti e benessere per i dipendenti) ... e non mi si parli di libero mercato, perchè certe sproporzioni non posso essere definite etiche!) ecc ecc ... Torniamo sempre al discorso della qualità (della coscienza???) delle persone, o forse certe cose andrebbero regolamentate da leggi ???? (ovviamente chiare) TEMA DEL CONTRATTO UNICO che per me si lega anche al discorso della flessibilità: il contratto unico dovrebbe garantire gli stessi diritti e doveri di base ai lavoratori, per es. dando uguaglianza di diritti ai dipendenti della grande e piccola impresa; dando, a parità di mansione, stessi stipendi/permessi/ore di lavoro, (per es. un impiegato metalmeccanico fa + ore settimanali e guadagna meno di uno del bancario/assicurativo/chimico); dopo questo contratto unitario, all'interno di ciascuna azienda dovrebbe essere stipulato un accordo integrativo che garantirebbe così la famosa flessibilità per ciascuna azienda. (per es. fare un contratto base di 6 ore x tutti ... con l'integrativo aziendale a regolamentare le ore successive e tutti gli altri aspetti non inclusi nel base). Capisco che il tema ha tanti altri risvolti, però se si pensa che è il "mercato" che stabilisce le regole, beh io non sono d'accordo ... il mercato è un'entità asettica (senza anima e cuore) che non tiene conto delle necessità primarie (anche di dignità) di ciascun individuo, sia esso imprenditore o dipendente, abitante in paesi ricchi o in paesi poveri. Mentre la società è composta da persone... Saluti

#8 da Verso Nord, inviato il 14/6/2011
Meglio indignados che bamboccioni. Ma con giudizio "È da un pezzo che mi domando quando i giovani italiani, privati di un futuro prima ancora che di chance di mobilità sociale, acquisiranno consapevolezza delle profonde iniquità dell’attuale sistema che li discrimina drammaticamente rispetto ai loro padri e nonni. Probabilmente mai, fino a che resisterà il “welfare del caminetto” che per necessità ci siamo inventati, fatto di padri e nonni con lo stipendio fisso e la pensione ricca che pagano la casa e passano la mancia a figli e nipoti adulti precari, a basso reddito, cassintegrati o disoccupati..." Alessio Vianello, portavoce di Verso Nord, pone il contratto unico a tempo indeterminato come il primo dei punti necessari a favorire delle giuste politiche di rilancio giovanile. L'intervento intero è su: http://www.versonord.eu/portal/notizie/articoli/102-meglio-indignados-che-bamboccioni-ma-con-giudizio

#7 da Fabrizio Benassi, inviato il 14/6/2011
Quello che poi è ancora più incredibile è che in Italia, la flessibilità, invece di essere premiata è punita. Su questo difficile avere statistiche ufficiali, ma a buon senso chi più è flessibile è anche chi ha una remunerazione più bassa. Di nuovo il nostro sistema regolatorio crea solo mostri. Per chi è interessato a farsi una idea se questa sensazione è vicina alla realtà oppure no, dia un'occhiata a questa tabella: http://www.bbfpartners.com/public/Tabela-Comparativa-lavoro-ITA.pdf

#6 da GABRIELE D'AGOSTINO, inviato il 14/6/2011
Ciò che mi rammarica è il fatto che ormai molti si sono rassegnati al fatto della precarietà,al limitarsi del vivere normale,non avendo più garanzie future cosi evitando il progresso sociale e umano,principalmente la colpa più di tutti è del nostro governo,arrivato ormai al copolinea vista la stagnazione delle riforme proprio sul modello lavorativo italiano,vedi riforma Biagi ormai passata e rivista in tutti i suoi aspetti,la seconda colpa è delle aziende viste le condizioni iposte ai lavoratori,condizioni inaccettabili,orari flessibili ed esagerazione della produttività,incentivare le aziende ad assumere sarebbe la prima priorità del governo,non tramite bonus,ma tramite delle politiche industriali efficaci ed incisive per tutto il settori produttivi.

#5 da Angelo C., inviato il 14/6/2011
Io credo che bisogna trovare una soluzione reale al problema del lavoro perchè questa situazione, oltre ad essere frustrante per i giovani ma anche per la produttività del paese, rischia di diventare una guerra sociale, una guerra tra poveri e, prima o poi, la situazione potrebbe sfuggire di mano dati i livelli di esasperazione ai quali sono portati i lavoratori in assenza di lavoro. La politica attuale si è dimostrata insufficiente, inadeguata e forse disinteressata a risolvere questo grave problema ragion per cui, a mio parere, bisognerebbe operare un cambio di governo o un cambio di binario dell'attuale governo (cosa che reputo impossibile visti gli interessi in gioco). Anche la sinistra ha gravi mancanze su questo tema proprio perchè, spesso, si è dimostrata poco agguerrita nell'affrontarlo, utilizzandolo invece molto per la campagna elettorale. Purtroppo questo tipo di politica non serve, non serve la politica delle chiacchiere, delle bugie e della promesse non mantenibili, da un lato, e la politica del "cavalcare l'onda solo quando quest'ultima è più grande" dall'altro. Non sono politiche produttive ma piuttosto politiche di palazzo che forse è anche normale che ci siano però, in periodi come questo, devono passare in secondo piano altrimenti si esaspera la gente e la si porta ad allontanarsi dalla politica stessa. Credo anche che non si possano criminalizzare le aziende sul fatto che ci siano dei contratti di lavoro precari perchè bisogna mettersi anche nei panni della controparte e capire che non è possibile pretendere dalle aziende stesse contratti di lavoro indeterminato a tutti i livelli, altrimenti la si porterebbe al fallimento a causa delle eccessive spese da sostenere. La questione che spesso incattivisce le persone è data dal fatto che molte aziende approfittano di questa possibilità di precariato sfruttando il lavoratore in turni e straordinari esagerati e allungando notevolmente il numero di contratti a termine gravanti sullo stesso lavoratore. Ecco perchè, da parte delle aziende, dovrebbe esserci un "mea culpa" e riflettere su quanto di sbagliato si è fatto. Inoltre proprio per questi motivi, se non si possono colpevolizzare le aziende da un lato, hanno ragione anche i lavoratori dall'altro. A questo punto entra in gioco la concertazione tra le parti, per giungere ad un accordo comune che soddisfi tutti. Un ruolo fondamentale per il raggiungimento di questo accordo è la politica, oggi assente purtroppo, che fissa le basi e le garanzie necessarie al raggiungimento della situazione di equilibrio. Quindi se tutte e tre le parti non dialogano o una di esse si distanzia da questo problema (la politica) non si arriverà mai ad un accordo che porti i lavoratori ad avere più garanzie lavorative, le aziende ad essere più competitive e a sostenere minori spese e la politica ad essere finalmente credibile e per la quale vale la pena andare a votare. Buon lavoro a tutti.

#4 da Roberto M, inviato il 14/6/2011
Si parla sempre di contratti.. quando si parlerà di retribuzioni? "Peggio dell' Italia fanno solo Portogallo, Grecia, i Paesi dell' Est Europa, la Turchia, il Cile e il Messico."

http://archiviostorico.corriere.it/2011/maggio/12/Salari_italiani_sotto_media_prelievo_co_9_110512029.shtml

Ocse Al ventiduesimo posto nella classifica degli stipendi
«Salari italiani sotto la media Ue Il prelievo fiscale sale al 46,9%»

#3 da FABRIZIO DALLA VILLA, inviato il 14/6/2011
Buongiorno, io sono convinto che ognuno (lavoratori potenziali e datori di lavoro) debba mettere da parte i propri egoismi e debba vedersi come "una parte del tutto", chiedendosi cosa possa fare per migliorare se stesso e la società. Non è più tempo di vedersi in contrapposizione, ma, semmai, come collaboratori che crescono grazie al lavoro di tutti e di ognuno. Considerato che non esistono due persone perfettamente uguali, ma che, semmai è proprio l'unicità di ognuno, la caratteristica dell'intera umanità, credo che abbia ben poco senso il contratto unico. Ogni lavoratore ha delle esigenze sue personali, così come le ha il datore di lavoro. Incrociando le esigenze degli uni e degli altri, anche ovviamente a quelle dei clienti, si può cercare il punto che aiuti tutti ed ognuno a crescere. Sul lavoro temporaneo sarei un po' cauto. Nove anni or sono, rimasi senza lavoro e non riuscii a trovare nulla per quasi un anno (avevo 43 anni) e la scusa era che non esistevano lavori al pari del mio ultimo stipendio. Io mi sarei adattato a prendere di meno, pur di lavorare, ma a quanto pare le agenzie interinali cui mi rivolsi, non ci sentirono da quell'orecchio. Perché?

#2 da Giulio Portolan, inviato il 13/6/2011
Più di contratto unico parlerei di contranente unico. In futuro lo Stato dovrebbe essere l'unico datore di lavoro, come mediatore tra privati. Questo per proteggere i lavoratori.

#1 da Fabrizio Benassi, inviato il 13/6/2011
Condivido tutto. La stabilità del lavoro non potrà mai essere determinato per legge. Queste sono le favole della politica. La forza del mercato la schiaccerà o la esalterà (speriamo) ogni volta che vi sarà ciclo economico negativo o positivo. La politica deve smetterla di far finta di poter risolvere il problema per via regolatoria. La stabilità del posto di lavoro dipende dal sistema economico che crea opportunità di lavoro e basta. Se c'è scarsità di posti di lavoro e molta offerta è ovvio che ci sarà pressione sia sui compensi che sui limiti regolatori posti alla rigidità / flessibilità del rapporto di lavoro. E questa pressione si deve poter scaricare in modo equo su tutti i lavoratori. In queste condizioni ritengo non più tollerabile e assolutamente ingiusto che le attuali fonti normative sul lavoro, definite in tutt'altro contesto sociale ed economico, siano la principale fonte del dualismo del mercato del lavoro. L'attuale difficoltà sta' sulle spalle di una parte sola dei lavoratori, i circa sei/otto milioni di disoccupati, cassa integrati, contratti flessibili vari incluse le tante partite iva, artigiani e imprenditori marginali. Bisogna avere oggi, e non domani, il coraggio di attaccare i troppi privilegi di una parte (e magari tutti i privilegi italiani in generale) per affrancare gli altri lavoratori "marginali". Ad esempio non possiamo far finta che non ci sia l'articolo 18 all'interno dello Statuto, che garantisce troppo, solo alcuni, e che, sempre gli stessi, abbiamo accesso a tutti gli ammortizzatori sociali e gli altri lavoratori non abbiano nessuna tutela. Le uniche altre, indispensabili, azioni della politica saranno quelle rivolte a favorire la crescita economica sana e duratura; tutto il resto è demagogia.



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