Sono ormai molti i sostenitori del cosiddetto “contratto unico”, cioè di
un contratto di lavoro a tempo indeterminato con protezioni e garanzie crescenti con l’anzianità di servizio. Da ultimi,
A. Alesina e
F. Giavazzi lo hanno proposto dalle colonne del Corriere della Sera del 10 maggio scorso.
Si parla di “contratto unico”, ma di “unico” ha ben poco. Per quanto le proposte sinora avanzate dai vari studiosi presentino tra loro differenze anche rilevanti, tutte, però, riconoscono che, accanto al contratto unico,
deve rimanere uno spazio per altri tipi di contratti di lavoro, di natura anche temporanea. Sarebbe difficile infatti abolire del tutto contratti come quello di somministrazione o di apprendistato, che esistono in quasi tutti i Paesi sviluppati.
Lo scopo principale del contratto unico sarebbe soprattutto quello di
ridurre drasticamente il ricorso ai contratti di lavoro di natura temporanea, il cui uso, da parte delle aziende, dovrebbe essere alquanto limitato (con opportune disposizioni legislative). Così facendo si pensa di rendere il lavoro dei giovani più stabile. E’ vero ?
Ecco alcune considerazioni che, senza la pretesa di essere decisive, inducono a dare
una risposta fortemente dubitativa a questa domanda.
1. E’ vero che una quota crescente di giovani viene avviata con contratto di lavoro di natura temporanea. In parte questo è effetto della crisi. In ogni caso
lo stock di lavori temporanei sul totale della occupazione giovanile è nella media europea. Ci si dovrebbe chiedere se è questo il motivo per cui la disoccupazione giovanile è in Italia tra le più alte tra i Paesi sviluppati.
2. L’Italia, secondo le classifiche OCSE ha
un grado di flessibilità del lavoro che è sotto la media europea. E non è neanche il Paese che presenti un elevato grado di flessibilità dei lavori temporanei rispetto ad una elevata rigidità dei lavori stabili. Sono altri i Paesi che mostrano un forte divario tra flessibilità per i lavori temporanei e rigidità dei lavori a tempo indeterminato. Insomma stando all’esame OCSE,
non sembra essere nella nostra particolare legislazione la causa della forte segmentazione del nostro mercato del lavoro tra “insiders” e “outsiders”.
3.
Parlare di “precariato” riferendosi all’intero mondo dei lavori temporanei, è una generalizzazione che rischia di essere fuorviante. Non tutto il cosiddetto “precariato” è uguale. Non si possono mettere nello stesso sacco “stages” fasulli, false collaborazioni e improbabili partite IVA, con il lavoro in somministrazione, i contratti a termine e l’apprendistato. I primi sono spesso illegali, sono forme nascoste di lavoro subordinato. Sono fughe dalla legislazione di molte piccole imprese, soprattutto dei servizi (e di parte del settore pubblico) che sono alla ricerca di basso costo del lavoro. Ma queste forme di evasione della legge si combattono facendo rispettare la legge. E non, paradossalmente, cercando di cambiare la legge !
4. I contratti a termine “buoni”, nel senso di “legali” rappresentano spesso un dignitoso “gradino” verso il lavoro stabile. 30 per cento, in tempi normali, passano al lavoro stabile entro un anno.
E’ molto più facile arrivare al lavoro stabile partendo da un lavoro temporaneo, che non partendo dallo stato di disoccupato o di inattivo. La differenza di probabilità è molto forte in Italia, molto più che in altri Paesi e l’OCSE considera questa evidenza empirica come un segnale, anche se non decisivo, che
nel nostro Paese i “buoni” lavori temporanei rappresentano discreti “gradini” verso il lavoro stabile.
5.
Il problema dei giovani è la mancanza di lavoro e non il lavoro temporaneo. Sono più di due milioni i giovani NEET ( che non studiano né lavorano) . Una parte minoritaria è disoccupata. Gli altri sono dispersi tra lavoro nero e semplice inattività . Paradossalmente occorrerebbero più e non meno lavori temporanei “buoni” per questi giovani !
6. la mancanza di lavoro dei giovani non è tanto e solo dovuta ai periodi di non lavoro tra un lavoro temporaneo e l’altro.
La nostra disoccupazione giovanile di lunga durata (oltre un anno) rappresenta quasi un record mondiale tra i Paesi sviluppati.
7.
E’ evidente che sarebbe meglio avere tanti posti a tempo indeterminato e non solo a tempo determinato per questi due milioni di giovani. Ma perché le imprese non li creano ? Perché non c’è il contratto unico? Io ritengo che il risultato che noi osserviamo sia il frutto di
una mancanza del sistema economico nel suo insieme, che non riesce a creare posti di lavoro buoni a sufficienza e posti di lavoro su cui le imprese intendano investire stabilmente. D’altra parte
con una produttività stagnante ( quando va bene) da oltre un decennio, abbiamo perso terreno sia sul versante dei salari che delle più generali condizioni di lavoro.
8. Che siano i giovani ad esserne particolarmente colpiti, dipende anche da loro. Non dalla loro responsabilità, ma dalla loro “occupabilità”. Che è una cosa diversa dalla flessibilità eccessiva. Non è la flessibilità ad essere eccessiva e mal distribuita, è la “occupabilità” che è scarsa.
Il problema, come si dice in gergo, è anche dal lato dell’offerta.
9.
L’Italia è il Paese con la più bassa percentuale di giovani che durante il periodo di formazione di base, ha qualche esperienza di lavoro. Come in altri Paesi del Sud –Europa, da noi vige il sistema del “study first, then work” Con il risultato che la transizione tra la fine degli studi verso il lavoro è il più tormentato tra tutti quelli che sperimentano i Paesi sviluppati.
I giovani sono costretti alla fine degli studi a fare lunghi stages che avrebbero dovuto fare prima. Qualsiasi esperienza di lavoro durante gli studi è considerata come perdita di tempo e di concentrazione. E i risultati si vedono. L’età media a cui i giovani danesi vanno all’università è di 23 anni. Prima lavorano. Forse è eccessivo, ma per loro la transizione tra scuola e lavoro è un non problema. Dobbiamo mettere anche questo nel modello “danese” ?
10. Infine
i servizi al lavoro, nel nostro Paese sono pressoché assenti. Non c’è tradizione nel campo dell’orientamento, della assistenza nella ricerca del lavoro, nella qualificazione professionale. La famosa attività di “matching” nel mercato del lavoro è praticamente inesistente.
E di questo soffrono soprattutto i giovani.
Queste sono le riflessioni che sollevano qualche dubbio sulle virtù “salvifiche” del contratto unico. Indicano anche qualche strada utile per affrontare seriamente il problema.
