Obiettivo: tornare a crescere
Ripensare l'Italia, per il futuro prossimo
di
Marco Simoni ,
pubblicato il 9 giugno 2011
Rileggendo le considerazioni finali pronunciate dal governatore Draghi due settimane fa, salta agli occhi la differenza tra la chiara freddezza dell'analisi sulla condizione dell'Italia (e del nostro continente, ancora nel guado della prima vera crisi della moneta unica) ed il finale quasi accorato in cui, citando Cavour, il prossimo presidente della Banca Centrale Europea sembra tradire l’esasperazione per l'incapacità della politica di affrontare alcuno dei nodi che, come spiegato ancora una volta con dovizia di dettagli nella sua relazione, stanno costringendo il paese in un presente e un futuro senza crescita, in cui assieme alle opportunità per gli individui, le famiglie, e le nostre istituzioni, soccombe anche l'idea di un paese moderno e giusto.
Nella sua analisi, quel che colpisce è la lontananza da schemi interpretativi standard, non prevale una dottrina o una visione parziale – per quanto autorevole. Al contrario, quella di Draghi è una relazione che porta la rigorosa lettura dell’Italia in cui viviamo, insicura e spaventata come fotografava ieri impietosamente il Censis, fino alle sue logiche conclusioni.
Non è possibile mettere in contrapposizione tra di loro i diversi aspetti di crisi dell’Italia della stagnazione: i temi tradizionalmente “sociali” e quelli “di mercato” si possono affrontare solo assieme, oppure continuare il progresso casuale e negativo del passato recente. Draghi discute dunque l’evasione fiscale, la difficoltà economica delle famiglie (strozzate dal fatto che il reddito da lavoro dipendente è immobile da oltre un decennio), la precarietà del lavoro degli under 40 che umilia le esistenze e deprime la produttività, il peso delle rendite e delle corporazioni, della burocrazia soffocante e dell’imposizione fiscale (a livelli svedesi senza che i servizi pubblici abbiano la stessa qualità) che impedisce alle nostre imprese di svilupparsi e conquistare nuovi mercati, mentre rende quasi impossibile mettere a frutto le proprie idee e contribuire con l’attività economica al benessere collettivo.
E’ dunque stata una relazione due volte istituzionale. Formalmente, certo. Ma anche perché la sua analisi chiede come conseguenza un lavoro di ricucitura nazionale, un’azione che ristabilisca principi e regole, unitari e condivisi che servano a rinnovare il senso sociale dello stare insieme e dunque forniscano l’intelaiatura istituzionale necessaria per tornare a crescere, invertire insicurezze e paure mettendo a frutto l’enorme capitale di cui dispone il nostro paese.
Ripensare l’Italia, e farlo per il futuro prossimo, sembra suggerire Draghi. E in quel finale di discorso, la sua figura di servitore dello Stato diventa, forse involontariamente, una personificazione dei percorsi che hanno condotto l’Italia fino a qui, mentre suggerisce anche l’ottimismo delle capacità. I temi, le analisi e le soluzioni ribadite in occasione delle sue ultime considerazioni conclusive, ricorda Draghi, sono state ripetutamente sollevate nei suoi sei anni da Governatore.
Tuttavia, il Governatore in patria è rimasto essenzialmente inascoltato, soprattutto dai detentori delle responsabilità politiche. Al contrario, all'estero l'hanno ascoltato bene, talmente bene da chiedergli di assumere la più importante responsabilità per il futuro dell'economia e della società europea, in un momento di grande crisi.
Incapace di ascoltare e preoccupata da altre faccende, la politica italiana ha grandi responsabilità per la condizione attuale. Eppure l’Italia ha risorse non solo per trovare il senso di una sua ricostruzione unitaria, ma anche per contribuire alla ripresa di tutto il continente.
Insegna economia politica alla London School of Economics, dove è coordinatore del Master in Public Administration in European Public and Economic Policy.