La cultura come fattore produttivo
Un ruolo strategico alle imprese del settore
di
Nicolò Costa ,
pubblicato il 6 giugno 2011
Uno scatto d’orgoglio per attuare, finalmente, la valorizzazione dei 'giacimenti culturali', i 'distretti culturali', il 'marketing dell'eredità'?
Certo, ma come fare? Attribuendo un ruolo strategico alle imprese che operano nel settore e a quelle del Made in Italy, favorendone le partnership collaborative.
Le leggi consentono ai privati di avere in concessione la gestione dei servizi (biglietteria, ristoranti, bar, bookshop ecc.). I bandi di gara e i capitolati del Ministero dei Beni Culturali sono però congegnati in modo da scoraggiare la concorrenza. Le condizioni non consentono una gestione efficiente dei servizi. Diminuisce la partecipazione delle imprese, al punto che Confcultura, l’associazione imprenditoriale del settore, ha dovuto chiedere il ritiro totale di bandi e capitolati. Dalla Legge Ronchey del 1993 al Codice Urbani, tutte le innovazioni manageriali vengono affossate e non danno concreti risultati di sviluppo occupazionale di cui andare orgogliosi, mettendo a lavorare gli studenti usciti dai corsi di laurea in Beni Culturali o in Scienze del Turismo.
Per agevolare gli investitori, in un periodo di scarse risorse pubbliche, vi è uno strumento da utilizzare: il project financing. Anche i musei e le aree archeologiche 'minori' possono essere messe in rete per attrarre investitori che, facilitati dalla realizzazione di infrastrutture di supporto, attuano la spettacolarizzazione multimediale dei siti, gestiscono i servizi di accoglienza e praticano il web marketing della destinazione, commercializzando i beni dell’artigianato locale o delle imprese che operano nel made in Italy (dalla moda all’abbigliamento).
Si tratta di avviare una programmazione market oriented, in cui il 50% degli incassi dovrebbe andare alle imprese, il 25% alla manutenzione della risorsa culturale 'principale' e il 25% ai beni 'secondari' che da soli non richiedono un viaggio. In tal modo, il turismo culturale sarebbe un importante segmento di un più ampio sistema produttivo dell’ospitalità Made in Italy.
Perchè succede poco o nulla che vada in questa direzione nonostante il dibattito sui beni culturali come 'petrolio' italiano sia cominciato già nei lontani anni Ottanta?
A leggere il libro di Stella e Rizzo, I vandali, una collezione di sprechi e interessi privati, la spiegazione è da attribuire al prevalere degli interessi ristretti e all'illegalità. Il fatto che il Ministero dei Beni Culturali abbia deciso di fare lo 'spezzatino' dei bandi, separando, ad esempio, il bookshop dal biglietto e quest’ultimo dalla ristorazione, può essere spiegato come un tentativo di favoritismo. Infatti, l’Antitrust ha aperto un’inchiesta su Electa, per verificare l’ipotesi di un cartello monopolistico nella gestione delle librerie dei musei e delle aree archeologiche, mettendo fuori mercato le imprese concorrenti.
In realtà, la situazione è più complessa. La valorizzazione strategica del turismo culturale si scontra con i veti degli intellettuali umanisti che paventano la disneyficazione dei sacri luoghi della cultura (e molti sono politicamente di sinistra). Più in generale, c’è l’idea che la cultura sia un lusso, un orpello per apparire raffinati ed eleganti. Qualcosa che si può tagliare. E infatti Tremonti ha deciso che gli amministratori delle Fondazioni culturali debbano svolgere questa attività da volontari, togliendo loro gli emolumenti, come se svolgessero una funzione diversa, meno importante dei loro colleghi che operano nelle Fondazioni di società o bancarie. Insomma, l’attività 'onorifica' è tale perché la cultura non è considerata un fattore produttivo.
Le 'cattive pratiche' non sono dovute a interessi privati, che sono la conseguenza di un contesto più ampio: i rapporti 'misti' tra politica, cultura e turismo. Invece, una politica liberale, in cui i Soprintendenti agiscono soltanto come autorità di controllo qualitativo mentre i concessionari, collegati alle imprese del Made in Italy, pensano a gestire la risorsa, farebbe chiarezza su ruoli e competenze. I pochi soldi pubblici sarebbero investiti in modo mirato, verrebbero attratti capitali per gli investimenti e incrementate le spese turistiche, trasformando i magneti in sistemi produttivi dell’ospitalità Made in Italy.
Cominciamo con il non dare ascolto agli umanisti improduttivi che, da destra e da sinistra, sono anti-turisti e vogliono separare l’Alta cultura dall’economia, dimenticando che se non c’erano i Medici e i principi-mercanti non avremmo generato, appunto, l’Umanesimo e i Rinascimento. Sarebbe l’avvio per indirizzare l’orgoglio verso la professionalità, l’eccellenza, il merito, la produttività della cultura.
Docente di Sociologia del Turismo e dello Sviluppo locale all’Università degli Studi di Roma Tor Vergata e direttore scientifico del portale www.scienzaturismo.it. Oltre che di numerosi articoli su riviste scientifiche nazionali e internazionali è autore di Sociologia del Turismo (Cooperativa libraria IULM, Milano 1989) e I professionisti dello sviluppo turistico locale (Hoepli, Milano 2005) e di “La città ospitale” (Mondadori, Milano 2008).