Il declino non è ineluttabile

Le considerazioni finali del Governatore della Banca d'Italia

di Mario Draghi , pubblicato il 31 maggio 2011
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Quando presi per la prima volta la parola di fronte a quest’Assemblea, il 31 maggio del 2006, dissi di avvertire, fra le altre, la responsabilità di guidare la Banca d’Italia al cambiamento, in tutto il suo vasto campo di funzioni: “contribuire in maniera sostanziale al disegno e all’attuazione della politica monetaria nell’area dell’euro; adeguare la Vigilanza ai nuovi principi internazionali, espandendone e rafforzandone l’azione; tornare a proporre la Banca quale consigliere autonomo, fidato, del Parlamento, del Governo, dell’opinione pubblica”.

La Banca ha risposto. Lo ha fatto grazie al suo patrimonio di competenze; grazie alla sua indipendenza.

In questi cinque anni abbiamo cambiato la struttura, l’organizzazione, le procedure di lavoro della Banca.

Il numero di Filiali è passato da 97 a 58. La rete, oggi più efficiente, può rispondere meglio alle domande delle comunità locali.

È stato soppresso l’Ufficio Italiano dei Cambi (UIC). È stata creata l’Unità di Informazione Finanziaria, con il compito di prevenire e contrastare il rici- claggio di fondi illeciti e il finanziamento del terrorismo internazionale. La Banca d’Italia e l’UIC impiegavano insieme nel 2005 quasi 8.500 persone; siamo ora poco più di 7.000.

Il percorso di cambiamento andrà proseguito con determinazione, con spirito innovativo. Contiamo sulla collaborazione di tutti.

La compagine del personale è la nostra ricchezza. Continuiamo ad affinare le modalità di assunzione, puntiamo sullo sviluppo professionale, consapevoli che il nostro futuro è nel capitale di conoscenze e abilità delle donne e degli uomini che lavorano nell’Istituto.

Lo scorso 18 dicembre è precocemente mancato Tommaso Padoa- Schioppa. Entrato in Banca d’Italia nel 1968 ne è uscito dopo quasi trenta anni da Vice Direttore Generale per rivestire gli incarichi di Presidente della Consob, membro del Comitato esecutivo della Banca centrale europea, Mini- stro dell’Economia e delle finanze. La sua morte priva il Paese delle sue doti di intelligenza e passione civile. Lo ricorderemo qui con un convegno nel pros- simo dicembre, a un anno dalla scomparsa.

La Banca d’Italia è stata una fucina di quadri al servizio della nazione, dell’Europa. Merito e indipendenza: sono queste le condizioni essenziali per la credibilità delle sue analisi, per l’efficacia della sua azione. Sono valori da preservare, se si vuole che il Paese continui a giovarsi di una voce autorevole e senza interessi di parte. Sono stati i principi guida del mio mandato.

IL MONDO DOPO LA CRISI

La risposta delle politiche economiche alla crisi del 2008-09 è stata tempe- stiva, efficace, coordinata fra paesi. Il sostegno delle politiche di bilancio, l’immissione di liquidità per sostenere i mercati sono stati senza precedenti storici. È stato evitato il collasso del sistema finanziario internazionale. Possiamo trarre oggi alcune lezioni da questa crisi: la rete di protezione sociale, che ha tenuto, è essenziale; i dissesti bancari vanno gestiti; la cooperazione internazionale, fondamentale durante l’emergenza, lo rimane nella ricostruzione del sistema.

Nel 2010 l’economia globale è tornata a crescere a ritmi prossimi al 5 per cento. Prosegue nei paesi emergenti l’uscita dalla povertà di ingenti masse, pur frenata dal rincaro dei beni alimentari. Il sistema finanziario, nel suo complesso, si sta gradualmente risanando.

Ma il lascito della crisi è pesante. Il gruppo delle economie più progredite, con l’eccezione della Germania, stenta a ritrovare i ritmi di sviluppo prece- denti; la ripresa rimane troppo debole per riassorbire la disoccupazione. Nei paesi emergenti, con tassi di crescita anche vicini al 10 per cento, iniziano a manifestarsi segnali di inflazione; in alcuni di essi gli afflussi di capitale hanno raggiunto i cospicui volumi del periodo pre-crisi.

Le politiche economiche energicamente impiegate nei paesi avanzati per contrastare gli effetti più dirompenti della crisi hanno esaurito i margini di azione. Il debito pubblico complessivo di questi paesi, pari al 73 per cento del PIL nel 2007, supererà quest’anno il 100 per cento. I premi per il rischio sul debito pubblico crescono ovunque, in misura drammatica nelle economie in cui il deterioramento delle finanze pubbliche è stato massimo. Nell’area dell’euro la crisi del debito sovrano di tre paesi – che rappresentano insieme il 6 per cento del PIL dell’area – ha il potenziale per esercitare rilevanti effetti sistemici.

Occorre riportare sotto controllo i bilanci pubblici. Una prolungata poli- tica espansiva mina la sostenibilità del debito, danneggia la crescita economica. In Europa il riequilibrio è iniziato. Era improcrastinabile, nonostante la debolezza della ripresa.

Il repentino ritorno alla crescita delle economie emergenti, eventi climatici avversi e i sommovimenti socio-politici nell’area mediterranea e mediorientale hanno generato pressioni al rialzo nei prezzi delle materie prime energetiche e alimentari, cresciuti negli ultimi sei mesi del 30 per cento.

Il rischio di inflazione è in aumento. Le politiche monetarie devono ora iniziare un percorso di rientro, per impedire che si formino attese inflazionistiche.

Gli squilibri nelle bilance dei pagamenti di parte corrente tra grandi paesi debitori e creditori, uno degli elementi sottostanti la crisi, sono tornati ad ampliarsi. Differenze nella propensione al risparmio e nella composizione della domanda interna, rigidità nelle politiche dei cambi sono i principali fattori che li alimentano.

Il Gruppo dei Venti (G20) è oggi impegnato in una politica economica globale che mira a promuovere una crescita solida, sostenibile e bilanciata. Gli squilibri nei pagamenti internazionali sono però destinati a durare e dovranno essere finanziati. È perciò cruciale che il sistema finanziario sia solido. La riforma delle regole rimane una priorità dell’agenda internazionale; va completata.

LA RIFORMA DELLA FINANZA

Passi importanti sono già stati fatti. Grazie a una cooperazione internazionale che non ha precedenti, le misure introdotte renderanno il sistema finanziario molto più solido. Tutti i principali paesi hanno ripensato i propri sistemi di regolamentazione e di supervisione lungo tre direttrici: contenere i rischi per la stabilità, accrescere la collaborazione tra autorità, ampliare l’ambito di applicazione delle regole.

Con Basilea 3 sono stati definiti per le banche requisiti di capitale più elevati, ne è stata innalzata la qualità. Sono stati introdotti limiti alla leva finanziaria. Sono state approvate nuove regole sulla liquidità.

Abbiamo eliminato molti degli incentivi perversi che davano luogo all’as- sunzione di rischi eccessivi nelle operazioni di cartolarizzazione, agendo sul ruolo delle agenzie di rating, sulle regole contabili, sulle misure prudenziali.

Trasparenza e riduzione del rischio sistemico guidano la riforma degli scambi di derivati over-the-counter: standardizzazione dei contratti, compensazione centralizzata, requisiti di capitale più esigenti, obbligo di raccolta delle informazioni presso i trade repositories sono i pilastri del nuovo sistema.

La riforma non è però ancora completa: occorre affrontare e ridurre l’azzardo morale delle istituzioni finanziarie sistemiche (Systemically Important Financial Institutions, SIFI); occorre accrescere la trasparenza e contenere i rischi generati dal “sistema bancario ombra”, zona grigia tra il settore regola- mentato e quello non regolamentato.

O perché hanno ricevuto aiuti pubblici, necessari nel momento più acuto della crisi a evitare fallimenti dalle conseguenze devastanti, o perché gli Stati hanno loro offerto garanzie più o meno esplicite, diffusa è la convinzione che le banche più grandi non possano fallire. Ne derivano serie distorsioni alla concorrenza ma soprattutto il fatto inaccettabile che i guadagni spettano ai privati, le perdite alla collettività.

Le SIFI devono poter fallire, se necessario: in modo ordinato, mante- nendo in vita le funzioni essenziali della banca e del sistema dei pagamenti, senza che i costi del loro dissesto siano sostenuti dai contribuenti, ma dagli azionisti e da alcune categorie di creditori. A iniziare da quelle di dimensione e natura globali, esse dovranno inoltre avere una maggiore capacità di assorbire le perdite. Il capitale di qualità primaria (common equity) rimane essenziale per raggiungere questo obiettivo.

La vigilanza su queste istituzioni dovrà essere più intensa, commisurata ai rischi che esse possono generare. Ciò richiede, in molti paesi, un deciso rafforzamento dei poteri e dell’indipendenza delle autorità.

Il Financial Stability Board (FSB) presenterà al summit di novembre del G20 precise raccomandazioni.

Nel sistema bancario ombra si formava prima della crisi una buona parte della leva finanziaria e del rischio di liquidità. Il primo obiettivo dell’FSB è fare in modo che i mercati possano valutare adeguatamente i rischi in questo settore. Seguiranno regole riguardanti quelle attività del sistema bancario ombra che possono generare rischi sistemici. Nel disegnare il nuovo perimetro della regolamentazione l’FSB si concentra su quelle entità non regolate che effettuano intermediazione creditizia con trasformazione di scadenze e che sono quindi soggette a rischi di liquidità. Occorre estendere il perimetro seguendo il principio che attività e rischi simili devono essere soggetti alle stesse regole.

È ora cruciale assicurare la piena attuazione delle nuove regole, secondo i tempi previsti, in tutte le giurisdizioni. Gli Stati Uniti e l’Europa hanno una responsabilità fondamentale. Gli interessi nazionali non devono prevalere; ne va della credibilità delle riforme, della stessa stabilità finanziaria. Gli interme- diari non possono chiedere regole comuni per assicurare un terreno uniforme di gioco a livello internazionale e, al contempo, cercare vantaggi competitivi tramite applicazioni meno rigide a livello nazionale.

L'EURO E L'EUROPA

Nel complesso dell’area dell’euro il deficit di bilancio dovrebbe attestarsi quest’anno attorno al 4,5 per cento del PIL, meno della metà di quello statunitense e giapponese; il debito pubblico, all’88 per cento del PIL, è pure inferiore a quello statunitense e lontano dai valori giapponesi; il saldo corrente della bilancia dei pagamenti è pressoché in pareggio. La ripresa economica si sta consolidando, con una crescita prevista per quest’anno non lontana dal 2 per cento.

L’Unione economica e monetaria europea si trova tuttavia di fronte alla prova più difficile dalla sua creazione.

Il debito pubblico in Irlanda, Grecia e Portogallo è cresciuto in tre anni, in rapporto al PIL, rispettivamente di 71, 37 e 25 punti percentuali.

La sorveglianza europea sulle politiche di bilancio nazionali, indebolita a metà dello scorso decennio su iniziativa dei tre più grandi paesi, si è dimostrata carente proprio nel momento in cui diventava essenziale. Un semplice esercizio contabile mostra che, se le regole fissate dal Patto di stabilità e crescita fossero state sempre rispettate, alla vigilia della crisi l’incidenza del debito pubblico sul PIL sarebbe stata inferiore di oltre 10 punti nell’area dell’euro, di 30 in Grecia. Anche considerando inevitabile il peggioramento dei deficit pubblici osservato nella crisi, alla fine dello scorso anno nessun paese dell’area avrebbe avuto un debito superiore al 100 per cento del PIL.

Per lungo tempo la moneta unica ha velato le differenze tra paesi membri nelle condizioni di fondo e nelle politiche economiche, l’assenza di regole comuni realmente vincolanti. Per lungo tempo i premi per il rischio non hanno rivelato la verità.

La crisi globale ha acuito la percezione del rischio da parte degli investitori e ha portato alla luce alcune debolezze nella costruzione dell’Unione. I differenziali di rendimento sui titoli degli stati membri si sono ampliati; a volte il processo è stato così repentino da far rischiare la paralisi di alcuni segmenti di mercato.

Nell’emergenza i governi e le autorità comunitarie hanno reagito con misure eccezionali, al fine di contenere il rischio di contagio e salvaguardare la stabilità finanziaria dell’area. Sono stati concessi, in cooperazione con il Fondo monetario internazionale, prestiti condizionati a rigorosi piani di aggiustamento che i paesi in difficoltà si sono impegnati a rispettare.

Non esistono scorciatoie. La risposta alla crisi del debito sta innanzitutto nelle politiche nazionali, nella piena attuazione dei piani correttivi concor- dati. Alla solidarietà tra i paesi membri dell’Unione devono corrispondere senso di responsabilità e rispetto delle regole. Il sostegno finanziario da parte dei governi dell’area dell’euro serve ai paesi per procedere alle correzioni al riparo dalla volatilità dei mercati. Non è un trasferimento fiscale tra paesi ed è soggetto a condizioni stringenti.

La strada del risanamento è percorribile. Ho ricordato spesso negli ultimi mesi l’esperienza italiana all’inizio degli anni Novanta, quando il nostro paese si trovò ad affrontare una gravissima crisi di fiducia nella sostenibilità del suo debito pubblico. In quel periodo dovevamo collocare sul mercato ogni anno titoli per un ammontare pari, in termini reali, a dieci volte il fabbisogno di finanziamento annuo della Grecia oggi, a due volte come incidenza sul PIL.

L’Italia seppe uscire dalla crisi senza bisogno di aiuti esterni, grazie a un ambizioso piano di consolidamento fiscale, a riforme strutturali importanti e all’attuazione di un programma di privatizzazioni per circa il 10 per cento del PIL.

Oltre l’emergenza, alcuni passi importanti per affrontare le fragilità di fondo della costruzione europea, note ma a lungo trascurate, sono già stati intrapresi.

Le proposte della Commissione e del Consiglio dell’Unione europea rafforzano la sorveglianza sulle politiche di bilancio. Possono essere rese più ambiziose accrescendo il grado di automatismo delle procedure, proteggen- dole dalla discrezionalità dei negoziati politici. Un’importante influenza in questo senso può essere esercitata dal Parlamento europeo.

Come auspicato, una disciplina simile a quella in vigore sui bilanci pubblici sarà estesa alla sorveglianza delle situazioni di squilibrio macroeconomico, con particolare attenzione alle condizioni dei conti con l’estero dei paesi.

Rafforzare la competitività e la convergenza delle economie nazionali è l’impegno preso con il Patto euro plus, che dovrebbe essere tuttavia più cogente.

Le nuove autorità di vigilanza europee sono operative dall’inizio dell’anno. Il Comitato europeo per il rischio sistemico (ESRB) sta costruendo le fondamenta del sistema volto a prevenire e, nel caso, a gestire situazioni critiche per la stabilità finanziaria. L’Autorità bancaria europea (EBA) unificherà regole e prassi di vigilanza, oggi frammentate a livello nazionale.

LA POLITICA MONETARIA

L’Eurosistema ha avuto un ruolo cruciale nel contrastare gli effetti della crisi. La credibilità acquisita negli anni ha permesso di mantenere ancorate le aspettative di inflazione e di agire con la rapidità e la flessibilità imposte da circostanze fuori dell’ordinario.

La Banca centrale europea (BCE) ha evitato, con misure volte ad assicu- rare liquidità ai mercati, il collasso del sistema finanziario; ha ridotto rapida- mente il tasso di riferimento all’1 per cento, il livello più basso mai raggiunto dai tassi ufficiali nei paesi dell’area.

Dalla fine dello scorso anno i forti rincari delle materie prime si sono riflessi in un aumento dell’inflazione sopra il 2 per cento. Il Consiglio direttivo della BCE ha ribadito la determinazione a evitare che, al di là degli inevitabili effetti di breve periodo, l’andamento dei prezzi internazionali si traduca in un deterioramento delle aspettative di inflazione: nella riunione di inizio aprile ha aumentato i tassi ufficiali di 25 punti base. Anche dopo questa misura le condizioni monetarie rimangono accomodanti.

Le serie ripercussioni della crisi del debito sovrano sul funzionamento del settore finanziario hanno richiesto che si adottassero misure eccezionali, come già avvenuto tra il 2008 e il 2009, nelle fasi più acute della crisi finan- ziaria. Sono state riattivate misure straordinarie di rifinanziamento al sistema bancario in precedenza interrotte; è stato avviato un programma di acquisti di titoli sovrani emessi nell’area (Securities Markets Programme, SMP).

Si tratta di misure per loro natura temporanee volte a preservare il mecca- nismo di trasmissione della politica monetaria e, nel caso dell’SMP, di ammontare limitato e con piena sterilizzazione degli effetti sulla base monetaria.

La BCE ha il compito di assicurare la stabilità dei prezzi nel medio periodo; la stabilità monetaria è il suo fondamentale contributo alla crescita. Le future decisioni di politica monetaria saranno sempre guidate da questo obiettivo primario. Né la presenza di rischi sovrani, né la dipendenza patolo- gica di alcune banche dal finanziamento della BCE possono far deflettere da questo obiettivo.

Spetta alle autorità governative accelerare il consolidamento delle finanze pubbliche e attuare riforme strutturali che innalzino il potenziale di crescita delle economie. Spetta agli intermediari proseguire con decisione sulla strada del risanamento dei bilanci e del rafforzamento patrimoniale.

L'ECONOMIA ITALIANA

In Italia il disavanzo pubblico, prossimo quest’anno al 4 per cento del PIL, è inferiore a quello medio dell’area dell’euro; nelle previsioni ufficiali scenderà al di sotto del 3 per cento nel 2012. Il debito è tuttavia vicino al 120 per cento del prodotto.

Appropriati sono l’obiettivo di pareggio del bilancio nel 2014 e l’intenzione di anticipare a giugno la definizione della manovra correttiva per il 2013-14.

Grazie alle riforme previdenziali avviate dalla metà degli anni Novanta, a un sistema bancario che non ha richiesto salvataggi pubblici, a una prudente gestione della spesa durante la crisi, lo sforzo che ci è richiesto è minore che in molti altri paesi avanzati.

Senza sacrificare la spesa in conto capitale oltre quanto già previsto nello scenario tendenziale e senza aumentare le entrate, la spesa primaria corrente dovrà però ancora contrarsi, di oltre il 5 per cento in termini reali nel triennio 2012-14, tornando, in rapporto al PIL, sul livello dell’inizio dello scorso decennio.

Per ridurre la spesa in modo permanente e credibile non è consigliabile procedere a tagli uniformi in tutte le voci: essi impedirebbero di allocare le risorse dove sono più necessarie; sarebbero difficilmente sostenibili nel medio periodo; penalizzerebbero le amministrazioni più virtuose. Una manovra cosiffatta inciderebbe sulla già debole ripresa dell’economia, fino a sottrarle circa due punti di PIL in tre anni.

Occorre invece un’accorta articolazione della manovra, basata su un esame di fondo del bilancio degli enti pubblici, voce per voce, commisurando gli stanziamenti agli obiettivi di oggi, indipendentemente dalla spesa del passato; affinando gli indicatori di efficienza dei diversi centri di servizio pubblico (uffici, scuole, ospedali, tribunali) al fine di conseguire miglioramenti capillari nell’organizzazione e nel funzionamento delle strutture; proseguendo negli sforzi già avviati per rendere più efficienti le amministrazioni pubbliche; impiegando una parte dei risparmi così ottenuti in investimenti infrastrutturali.

Andrebbero inoltre ridotte in misura significativa le aliquote, elevate, sui redditi dei lavoratori e delle imprese, compensando il minor gettito con ulteriori recuperi di evasione fiscale, in aggiunta a quelli, veramente apprezzabili, che l’Amministrazione fiscale ha recentemente conseguito.

Una manovra tempestiva, strutturale, credibile agli occhi degli inve- stitori internazionali, orientata a favore della crescita, potrebbe, anche mediante una significativa riduzione dei premi al rischio che gravano sui tassi d’interesse italiani, sostanzialmente limitare gli effetti negativi sul quadro macroeconomico.

Il federalismo fiscale può aiutare, responsabilizzando tutti i livelli di governo, imponendo rigidi vincoli di bilancio, avvicinando i cittadini alla gestione degli affari pubblici. Due condizioni sono cruciali: che i nuovi tributi locali siano compensati da tagli di quelli decisi centralmente e non vi si sommino; che si preveda un serrato controllo di legalità sugli enti a cui il decentramento affida ampie responsabilità di spesa.

La crescita

Dall’avvio della ripresa, nell’estate di due anni fa, l’economia italiana ha recuperato soltanto 2 dei 7 punti percentuali di prodotto persi nella crisi. Nel primo trimestre di quest’anno il ritmo di espansione è stato appena positivo.

Nel corso dei passati dieci anni il prodotto interno lordo è aumentato in Italia meno del 3 per cento; del 12 in Francia, paese europeo a noi simile per popolazione. Il divario riflette integralmente quello della produttività oraria: ferma da noi, salita del 9 per cento in Francia. Il deludente risultato italiano è uniforme sul territorio, da Nord a Sud.

Se la produttività ristagna, la nostra economia non può crescere.

Il sistema produttivo perde competitività. Si aprono disavanzi crescenti nella bilancia dei pagamenti correnti. Si inaridisce l’afflusso di investimenti diretti: nel decennio sono entrati in Italia capitali per investimenti diretti pari all’11 per cento del PIL, contro il 27 in Francia.

Le dinamiche retributive sono da noi modeste, non potendo troppo discostarsi da quelle della produttività: la domanda interna ne risente. Le retribuzioni reali dei lavoratori dipendenti nel nostro paese sono rimaste pressoché ferme nel decennio, contro un aumento del 9 per cento in Francia; i consumi reali delle famiglie, cresciuti del 18 per cento in Francia, sono aumentati da noi meno del 5, e solo in ragione di una erosione della propensione al risparmio.

La nostra produttività ristagna perché il sistema non si è ancora bene adattato alle nuove tecnologie, alla globalizzazione. Capirne le ragioni è stato l’obiettivo di molta parte della ricerca svolta in Banca d’Italia negli ultimi anni.

Ne ho dato conto più volte, in primo luogo in questa sede. Le nostre analisi chiamano in causa la struttura produttiva italiana, più frammentata e statica di altre, e politiche pubbliche che non incoraggiano, spesso ostacolano, l’evoluzione di quella struttura.

Va affrontato alla radice il problema di efficienza della giustizia civile: la durata stimata dei processi ordinari in primo grado supera i 1.000 giorni e colloca l’Italia al 157esimo posto su 183 paesi nelle graduatorie stilate dalla Banca Mondiale; l’incertezza che ne deriva è un fattore potente di attrito nel funzionamento dell’economia, oltre che di ingiustizia. Nostre stime indicano che la perdita annua di prodotto attribuibile ai difetti della nostra giustizia civile potrebbe giungere a un punto percentuale.

Occorre proseguire nella riforma del nostro sistema di istruzione, già in parte avviata, con l’obiettivo di innalzare i livelli di apprendimento, che sono tra i più bassi nel mondo occidentale anche a parità di spesa per studente.Troppo ampi restano i divari interni al Paese: tra Sud e Nord, tra scuole della stessa area, anche nella scuola dell’obbligo. Nell’università è desiderabile una maggiore concorrenza fra atenei, che porti a poli di eccellenza in grado di competere nel mondo; è ancora basso nel confronto internazionale il numero complessivo di laureati. Secondo valutazioni dell’OCSE, il distacco del sistema educativo italiano dalle migliori pratiche mondiali potrebbe implicare a lungo andare un minor tasso di crescita del PIL fino a un punto percentuale.

La concorrenza, radicata in molta parte dell’industria, stenta a propa- garsi al settore dei servizi, specialmente quelli di pubblica utilità. Non si auspicano privatizzazioni senza controllo, ma un sistema di concorrenza regolata, in cui il cliente, il cittadino sia più protetto. La sfida della crescita non può essere affrontata solo dalle imprese e dai lavoratori direttamente esposti alla competizione internazionale, mentre rendite e vantaggi mono- polistici in altri settori deprimono l’occupazione e minano la competitività complessiva del Paese.

L’Italia è indietro nella dotazione di infrastrutture rispetto agli altri prin- cipali paesi europei, pur con una spesa pubblica che dagli anni Ottanta al 2008 è stata maggiore in rapporto al PIL. I programmi del Governo preve- dono che l’incidenza della spesa scenda all’1,6 per cento nel 2012, dal 2,5 del 2009; nella media dell’area dell’euro la spesa programmata per il 2012 è del 2,2 per cento del PIL, dal 2,8 del 2009. Incertezza dei programmi, carenze nella valutazione dei progetti e nella selezione delle opere, frammentazione e sovrapposizione di competenze, inadeguatezza delle norme sull’affidamento dei lavori e sulle verifiche degli avanzamenti producono da noi opere meno utili e più costose che altrove.

I progetti finanziati dal Fondo europeo di sviluppo regionale vengono eseguiti in tempi quasi doppi rispetto a quelli programmati, contro ritardi medi di un quarto in Europa, e i costi eccedono i preventivi del 40 per cento, contro il 20 nel resto d’Europa. Nell’alta velocità ferroviaria e nelle autostrade i costi medi per chilometro e i tempi di realizzazione sono superiori a quelli di Francia e Spagna, in una misura solo in parte giustificata dalle diverse condizioni orografiche.

È necessario recuperare efficienza nella spesa, anche per sfruttare appieno le risorse dei concessionari privati e quelle comunitarie, che non pesano sui conti pubblici.

A oggi sono stati completati poco più del 60 per cento degli ampliamenti concordati nel 1997 tra l’ANAS e la principale concessionaria autostradale e meno del 30 di quelli decisi nel programma del 2004; il programma più recente, del 2008, è ancora in fase di studio. Le opere da realizzare valgono circa 15 miliardi. I fondi strutturali comunitari attualmente a nostra disposi- zione sono stati spesi solo per il 15 per cento: quelli non spesi ammontano a 23 miliardi, a cui va associato il relativo cofinanziamento nazionale. Accelerare tutti questi interventi darebbe un forte impulso all’attività economica.

La diffusione nell’ultimo quindicennio dei contratti di lavoro a tempo determinato e parziale ha contribuito a innalzare il tasso di occupazione, ma al costo di introdurre nel mercato un pronunciato dualismo: da un lato i lavo- ratori in attività a tempo indeterminato, maggiormente tutelati; dall’altro una vasta sacca di precariato, soprattutto giovanile, con scarse tutele e retribuzioni. Riequilibrare la flessibilità del mercato del lavoro, oggi quasi tutta concentrata nelle modalità d’ingresso, migliorerebbe le aspirazioni di vita dei giovani; spronerebbe le unità produttive a investire di più nella formazione delle risorse umane, a inserirle nei processi produttivi, a dare loro prospettive di carriera.

Le relazioni industriali devono favorire l’ammodernamento e la competitività del sistema produttivo, nell’interesse di tutte le parti. Sono stati compiuti passi per rafforzare il ruolo della contrattazione aziendale, ma la prevalenza di quella nazionale, l’assenza di regole certe nella rappresentanza sindacale ancora limitano la possibilità per i lavoratori di assumere impegni nei confronti dell’azienda di appartenenza; ne attenuano la capacità di influire sulle loro stesse prospettive di reddito e di occupazione.

La scarsa partecipazione femminile al mercato del lavoro è un fattore cruciale di debolezza del sistema, su cui stiamo ora concentrando la nostra ricerca. Oggi il 60 per cento dei laureati è formato da giovani donne: conse- guono il titolo in minor tempo dei loro colleghi maschi, con risultati in media migliori, sempre meno nelle tradizionali discipline umanistiche. Eppure in Italia l’occupazione femminile è ferma al 46 per cento della popolazione in età da lavoro, venti punti meno di quella maschile, è più bassa che in quasi tutti i paesi europei soprattutto nelle posizioni più elevate e per le donne con figli; le retribuzioni sono, a parità di istruzione ed esperienza, inferiori del 10 per cento a quelle maschili. Il tempo di cura della casa e della famiglia a carico delle donne resta in Italia molto maggiore che negli altri paesi: aiute- rebbero maggiori servizi e una organizzazione del lavoro volti a consentire una migliore conciliazione tra vita e lavoro, una riduzione dei disincentivi impliciti nel regime fiscale.

Il sistema di protezione sociale deve essere posto in grado di offrire, a chi perde definitivamente il lavoro e ne cerca attivamente un altro, un sostegno sufficiente; occorre che la sorte di chi lavora in aziende che non hanno più prospettive di mercato sia resa meno drammatica, anche per non ostacolare il fisiologico ricambio delle imprese.

Imprese e finanza

Fra gli imprenditori e i lavoratori italiani vi sono capacità, energie, per imprimere una nuova accelerazione alla crescita. Le nostre indagini sul campo hanno negli ultimi anni documentato, nonostante la crisi, importanti segni di vitalità di molte imprese.

Ma quelle capacità ed energie sono frammentate.

Le imprese italiane sono in media del 40 per cento più piccole di quelle dell’area dell’euro. Fra le prime 50 imprese europee per fatturato sono comprese 15 tedesche, 11 francesi, solo 4 italiane. La struttura produttiva del nostro paese appare statica: i passaggi da una classe dimensionale a quella superiore sono rari.

Nei primi anni Sessanta gli stabilimenti manifatturieri con oltre 100 addetti assorbivano in Italia il 43 per cento dei lavoratori del settore, contro oltre il 60 in Francia e in Germania. Da allora la quota è scesa in Italia assai più che in Francia e Germania, fin sotto il 30 per cento.

La flessibilità tipica delle piccole imprese, che in passato ha contribuito a sostenere con successo la nostra competitività, oggi non basta più. Occorre un maggior numero di imprese medie e grandi che siano in grado di accedere rapidamente ed efficacemente ai mercati internazionali, di sfruttare i guadagni di efficienza offerti dall’innovazione tecnologica.

Quando a una nostra impresa si presenta la concreta opportunità d’ingrandirsi, agisce da remora non solo un contesto fiscale, normativo e amministrativo ancora percepito come incerto e costoso, ma anche un assetto aziendale spesso mantenuto impermeabile a soggetti esterni. Una diffusa proprietà familiare delle imprese non è caratteristica solo italiana; lo è invece il fatto che anche la gestione rimanga nel chiuso della famiglia proprietaria. Fra le imprese manifatturiere con almeno 10 addetti, quelle in cui sia il controllo sia la gestione sono esclusivamente familiari sono il 60 per cento in Italia, meno del 30 in Francia e in Germania; in queste imprese la propensione a innovare è minore, l’attività di ricerca e sviluppo meno intensa, scarsa la penetrazione nei mercati emergenti.

Le imprese italiane hanno in media meno patrimonio di quelle degli altri paesi avanzati; è scarsa la diversificazione delle fonti di finanziamento, in gran parte di origine bancaria, ed è elevato il peso dei debiti a breve scadenza.

Per incentivare il ricorso al capitale di rischio andrebbe ridotto, nel quadro di una complessiva ricomposizione del bilancio pubblico, il carico fiscale sulla parte dei profitti ascrivibile alla remunerazione del capitale proprio. Inclu- dendo l’IRAP, l’aliquota legale sui redditi d’impresa supera di quasi sei punti quella media dell’area dell’euro.

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#9 da sergio schiavone, inviato il 5/6/2011
relazione completamente condivisibile, quella del direttore della banca d'Italia. Condivido, appieno, la necessità di tagli mirati alla spesa pubblica, da effettuarsi con coraggio e determinazione perchè porteranno, inevitabilmente, a frizioni e critiche da parte di chi dovrà rinunciare a privilegi e rendite. Pensate soltanto all'enorme numero di immobili dove hanno sede uffici pubblici per i quali si paga un affitto a privati.
Il problema della giustizia civile è un altro macigno direttamente collegato, lo scrive oggi il Corriere della Sera, all'elevatissimo numero di avvocati operanti nel Paese. Anche qui, di conseguenza, è necessaria lungimiranza e coraggio contro rendite di posizione indifendibili.
Ultimo punto importante: la crescita dimensionale delle imprese. Il caso Parmalat la dice lunga: un'azienda risanata grazie ad un alegge dello stato non è stata ingrado di crescere dimensionalmente illudendosi di poter continuare ad operare come "public company" e finendo (unica società alimentare italiana quotata nel mib 30) per essere acquisita. Non ha senso, fare programmi in difesa dell'azienda, annunciando l'intervento di fondi di investimento strategici mai realizzati: è, forse, pur nel ripetto assoluto delle regole di mercato, arrivato il momento di indirizzare le aziende (anche attraverso incentivi fiscali) verso fusioni per realizzare "campioni nazionali" sul modello francese, in grado di competere efficacemente sui mercati internazionali.

#8 da Claudio Bottos, inviato il 4/6/2011
Condivisibile quello che dice Draghi. Il vero problema è mettere in atto azioni per uscire da questo tunnel. Servono linee guida, credibilità ed azioni che mettano a disposizione risorse per le scelte giuste. I tagli lineari penalizzano. Servono tagli mirati ed invetimenti mirati per la ricerca, l'innovazione e la crescita. Solo cosi usciamo da questo tunnel.

#7 da Fabrizio Madeddu, inviato il 4/6/2011
L'analisi della situazione economica italiana elaborata dalla Banca d'Italia è chiara e precisa; i suggerimenti contenuti nella relazione meriterebbero pieno e convinto accoglimento da parte della classe dirigente del Paese. La Nazione, temo, sentirà il peso della mancanza di una figura come quella del Governatore, dottor Mario Draghi.

#6 da Andrea Arsani, inviato il 4/6/2011
Complimenti a Draghi per quest'analisi concreta e molto dettagliata. Il governo dovrebbe prendere quest'analisi e farne il suo programma per i prossimi 3 anni e poi lasciarla in eredità al prossimo governo. Speriamo se ne rendano conto.

#5 da Alvaro Schieppati, inviato il 1/6/2011
Il governatore Mario Draghi ha espresso un documento che esprime un'ampia sintesi di quella che è la realtà mondiale ed europea e più nello specifico di quella italiana. Secondo me ha dipinto un quadro esatto della nostra situazione economica dando anche le indicazione dove e come agire nei prossimi mesi.Pur nei limiti e nelle carenze, come pure nelle distorsioni del sistema Italia, Mario Draghi ha indicato cosa fare.
Musica per le orecchie per chi crede che la crescita sia un punto fermo per mantenere questo paese nell'alveo del mondo moderno e vederlo uscire dall'attuale pantano.Ora ci vorrebbe che la politica tentasse la realizzazione di queste indicazione magari ormonizzandone i contenuti secondo le reali esigenze del paese, come per esempio tagliare in modo selettivo etc.Il grande dubbio, e direi ormai la forte preoccupazione, è chi potrà mettere in pratica le indicazioni di Draghi.Se ascoltiamo il dibattito politico che si è aperto nel centro destra e le ultime esternzione del presidente del consiglio, cadano le braccia..la solita demagogia in vigore da 15 anni! Speriamo che il cambiamento di umore del paese porti a breve alla cacciata di questo governo di inetti e pericolosi politici. L'italia merita che qualcuno possa guidarla facendo finalmente politica per il Paese.

#4 da Gian Franco Masia, inviato il 1/6/2011
Il discorso del Governatore ha ridato fiducia nelle istituzioni agli Italiani. Non è vero che in Italia tutto è improvvisazione, tirare a campare, incapacità di capire la nazione e i suoi problemi. Il discorso del Governatore è più di analisi severa ma anche serena della situazione politica ed economica; è sopratutto una chiara e inequivocabile indicazione delle cose da fare nell'immediato per uscire dalla stagnazione economica e politica. Qualsiasi forza o movimento politico che si candidino a governare non possono non tenerne conto. Non abbiamo molto tempo ancora a disposizione per aspettare a indicarla come base di una nuova proposta politica.

#3 da Attilio Tirelli, inviato il 31/5/2011
Quale speranza di ripresa possiamo coltivare quando, come in questi giorni, la massima (e unica)industria automobilistica italiana lancia sul mercato un "nuovo" modello di auto, la Freemont, come fosse italiano e che invece oltre che essere costruita in Messico come Dodge è un modello vecchio che sarà presto tolto dal mercato, americano. Se le cose stanno così ....

#2 da Dr. Giovanni Monte, inviato il 31/5/2011
L`unica preoccupazione di Mario Draghi e` quella di controllare e bloccare l`avidita` degli speculatori finanziari che vogliono “succhiare” piu` di quanto l`Italia possa sopportare. Poi il “non esistono scorciatoie, serve una manovra tempestiva”, non sembra altro che una scorciatoia per strapparci i capelli un po` alla volta. Cosi come Gorbaciov ha avuto il coraggio di dichiarare, proprio in qualita` di presidente del piu` grande paese comunista, che il comunismo reale era superato c`e` la utopica attesa di un importante esponente del mondo finanziario che abbia il coraggio di dire che questo modello economico e` insostenibile. E` insostenibile perche` fondato sul presupposto, fisicamente assurdo, che l`economia basata su produzione e consumo cresca incessantemente, la quale e` una necessita` generata proprio dal modello monetario moderno, nel quale il valore della moneta cala costantemente nel tempo per giustificare l`emissione di quantita` sempre maggiori. Maggiore e` il volume che ne circola tanto piu` ne e` la quantita` che ritorna alla finanza col valore vero che la moneta trascina con se. Una delle condizioni per “controllare” la svalutazione entro limiti sopportabili dall`economia reale e` l`aumento continuo di produzione e consumi che faccia da paravento all`aumento di massa monetaria circolante. Tutte le monete moderne, Euro compreso, sono monete create per favorire le speculazioni finanziarie, con le quali il mondo bancario preleva il valore di cio` che produce l`economia reale sottoponendola ad un salasso continuo. Lo scopo della politica “virtuosa” prospettata da Mario Draghi ha il solo scopo di non farci morire dissangiati perche` sa bene che ogni “parassita” non puo` permettersi il lusso di far morire chi lo mantiene. E diciamola tutta una tangibile verita`, una buona medicina per i conti in rosso dell`Italia sarebbe quella di tagliare le pensioni ai ricchi ed aumentarle ai poveri, i quali spenderebbero tutto sul mercato italiano aumentandone la spesa interna e quindi il Pil. Meno del 15% dei pensionati italiani si divora piu` del 60% della torta, con tre gravissime ingiustizie sociali e meritocratiche: (1) pensioni ai politici, su 100 di pensione versano di contributi meno del 9%; (2) pensioni ai dirigenti, altissime sproporzionate; in pochi sanno che la cassa pensioni dirigenti dovrebbe essere fallita, non lo e` ancora perche` la perdita e` stat ripianata dall`INPS con i soldi dei veri lavoratori, non abbassando di un centesimo il calcolo fatto da suddenti dirigenti che hanno sbagliato grossolanamente i conti; (3) pensioni dignitose sono necessarie per chi lavora per davvero. Con questi tagli si risparmierebbero dai 5 agli 8 miliardi di euro all`anno. Inoltre si colpirebbero i reali responsabili delle crisi italiane, cioe` tutti quei manager italiani realmente poco preparati e poco onesti.

#1 da Giulio Portolan, inviato il 31/5/2011
La chiave dei problemi della società, globalmente considerata, sta nella filosofia del diritto. Capire che il diritto naturale ha la forza di regolare i rapporti tra gli uomini, secondo un'idea di giustizia che non è un'utopia.



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