Non è l'Istat il responsabile della crescita zero
I dati reali sul disagio delle famiglie italiane
di
Raoul Minetti ,
pubblicato il 25 maggio 2011
L'attacco di Giulio Tremonti alla serietà e alla competenza dell'Istat a seguito della pubblicazione del rapporto annuale dell'istituto centrale di statistica è immotivato (e non nuovo). Secondo Tremonti la fotografia fornita dall'Istat, ed in particolare l'analisi sulle famiglie italiane a rischio povertà (circa il 24.7% contro il 21.2% dell'area euro), non rispecchia la situazione del nostro paese. Tremonti liquida con alcune battute l'approfondita analisi dell'Istat, sottolineando che "la ricchezza delle famiglie italiane è cresciuta nell'ultimo decennio" e chiede poi ad una platea in Senato "quanti si sentano poveri". L'impressione che emerge da queste battute è che probabilmente Tremonti non abbia avuto tempo o voglia di leggere attentamente il rapporto dell'Istat.
Anzitutto, sotto un profilo metodologico, è curioso che Tremonti critichi l'Istat, forse non ricordando che le statistiche sulla povertà delle famiglie riportate dall' Istat sono state in realtà elaborate a livello europeo da Eurostat, l'Istituto di Statistica Europeo. Si tratta oltretutto delle statistiche ufficiali utilizzate dalla Strategia Europa 2020, cioè il grande piano di 5 obiettivi che l'intera Unione Europea si prefigge di raggiungere nei prossimi dieci anni. Le stesse statistiche su cui ciascun paese UE, compresa l'Italia, viene chiamato ogni anno a misurare di fronte a tutta la UE i propri progressi rispetto agli obiettivi di Strategia 2020. Come dire, non vorremmo che l'Italia si stesse preparando ad una figuraccia di fronte all'Unione Europea giustificando la sua incapacità di raggiungere gli obiettivi UE di Strategia 2020 con l'argomento che l'Istituto Europeo di Statistica non sa fare i conti.
La seconda fonte di sorpresa nel leggere dell'attacco di Tremonti all'Istat riguarda il contenuto stesso delle sue affermazioni. Le cose che ci apprestiamo a dire sarebbero scusabili se non stessimo parlando, lo ricordiamo, di un ministro dell'economia che attacca l'istituto centrale di statistica. Non capiamo come Tremonti abbia potuto confondere l'articolato indicatore di povertà calcolato da Eurostat (e riportato dall'Istat) con la "ricchezza delle famiglie italiane". Eurostat calcola l'indicatore di povertà sulla base di tre misure: le persone con un reddito netto familiare sotto il 60% del reddito mediano disponibile (quindi un indicatore della disuglianza dei redditi, non dello stock di ricchezza); un indicatore di deprivazione materiale, basato sull'incapacità delle famiglie di sostenere una serie di consumi; il grado di intensità lavorativa all'interno delle famiglie. Una famiglia è considerata "a rischio di povertà o di esclusione se soddisfa almeno uno dei tre criteri". Come si vede, si tratta di un indicatore composito, imperniato principalmente sulla disuglianza dei redditi e dei consumi, mentre Tremonti ha fatto riferimento improprio allo stock di ricchezza delle famiglie italiane.
L'Italia è notoriamente un paese con una marcata disuglianza dei redditi e una meno forte disuglianza della ricchezza; Eurostat e Istat non hanno fatto altro che fotografare in maniera fedele la marcata disuguaglianza dei redditi nel nostro paese. Tremonti attacca quindi l'Istat dicendo che sbaglia, ma in realtà è lui a non aver letto attentamente i numeri di Istat e Eurostat. Se poi andiamo a leggere nel dettaglio, scopriamo che la determinante fondamentale del 24.7% delle famiglie a rischio povertà è appunto rappresentato dal primo degli indicatori sopra citati (le persone con un reddito netto familiare sotto il 60% del reddito mediano disponibile), cioè un indicatore preciso di disuguaglianza dei redditi. In particolare, nel 2009 le famiglie italiane con redditi bassi rappresentavano il 18.4% della popolazione, contro il 15.9% nell'area Euro e il 16.3% nella UE27. Una situazione di disuglianza dei redditi non attribuibile alla crisi, ma che rappresenta ormai un problema strutturale dell'Italia: come riporta Eurostat, questi numeri sono molto simili a quelli del 2005, prima cioè della crisi.
Infine, un'osservazione riguardo alla battuta di Tremonti che nell'ultimo decennio la ricchezza della famiglie italiane è cresciuta. Un dato fondamentale che non viene quasi mai citato da Tremonti è che, come riportato dalla Banca d'Italia nel suo supplemento al Bollettino Statistico sulla "Ricchezza delle Famiglie Italiane", nel periodo 1995-2009 il risparmio delle famiglie ha contribuito alla crescita del valore del ricchezza netta per circa il 60 per cento, mentre il restante 40 per cento è stato essenzialmente dovuto ai capital gains su case (di cui le famiglie italiane sono diffuse proprietarie) e su attività finanziarie. Oltretutto, come riportato dalla Banca d'Italia, il peso dei capital gains nell'aumento della ricchezza è cresciuto nel tempo. Un paese in cui la crescita della ricchezza delle famiglie si è basata soprattutto sull'aumento dei prezzi delle case e delle attività finanziarie rischia (e non poco). I risparmi sono infatti relativamente stabili nel tempo mentre, come la recente crisi ci ricorda, i prezzi delle case e delle attività finanziarie sono molto più volatili e, quando si riducono, danno un contributo negativo alla crescita della ricchezza delle famiglie. Liquidare quindi l'allarme dell'Istat sulla caduta dei risparmi con una battuta è poco saggio.
L'Italia non cresce e la sua capacità di creare reddito e risparmio è sempre più debole. Fingere di ignorare questa realtà contando su qualche bolla che gonfiando magari i prezzi degli immobili dia l'impressione che le famiglie italiane continuino ad essere ricche, non è quello che ci si aspetta da un governo ragionevole.
Professore di economia presso la Michigan State University. Ha collaborato anche con altre istituzioni come il Fondo Monetario Internazionale, la Banca Mondiale, la Federal Reserve degli Stati Uniti e l'Istituto Einaudi per l'Economia e la Finanza.