di Massimo GaggiIl cuore gettato oltre l'ostacolo, abbandonando definitivamente i vecchi regimi mediorientali e incalzando l'alleato israeliano, non per il desiderio di rinverdire le parole d'ordine - hope e change, speranza e cambiamento - che tre anni fa lo proiettarono verso la Casa Bianca e fecero sognare il mondo, ma sulla base di una fredda analisi: per Barack Obama continuare a difendere lo status quo per paura dell'instabilità generata dal cambiamento non è più possibile né nei Paesi scossi dalla «primavera araba» né ai tormentati confini tra Israele e territori palestinesi. Meglio la temeraria sfida di negoziare un reciproco riconoscimento lungo le frontiere del 1967 (opportunamente corrette) dell'attuale, astiosa paralisi: il riconoscimento di una reciproca impotenza che sta facendo scivolare tutta l'area verso il baratro.
Nel discorso con il quale ieri ha ridefinito la sua politica mediorientale 23 mesi dopo il celebre messaggio all'Islam pronunciato al Cairo e a sei mesi dall'inizio delle rivolte contro i dittatori del mondo arabo, il presidente americano ha ammesso i rischi insiti nelle sfide che ha deciso di accettare: nel suo piano non ci sono più approdi sicuri né una vera road map. Solo la consapevolezza di dover fronteggiare situazioni molto diverse tra loro avendo a disposizione un'unica, possibile bussola: la difesa dei principi universali - libertà e diritti umani - ai quali si ispira l'America. «Abbiamo un'opportunità storica», ha scandito Obama. «Dopo aver accettato in Medio Oriente il mondo com'è, abbiamo la possibilità di batterci per il mondo come dovrebbe essere».
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