Uno dei temi più rilevanti da cui non si può e deve prescindere nella definizione dei contenuti di un progetto di rilancio del sistema economico Italiano è quello relativo alla determinazione di
un nuovo modello per il sostegno della competitività delle imprese.
Il quadro, visto dal punto di vista statistico nel suo complesso, è, come noto, sconfortante.
La crisi finanziaria globale ha colpito più duramente l’economia Italiana di gran parte di quelle degli altri membri dell’Unione Europea i quali, peraltro, prima della crisi hanno vissuto un lungo periodo di crescita economica mentre, per contro,
il nostro Paese arrivava da un periodo decennale di sostanziale stagnazione economica con tassi di crescita del Prodotto Interno Lordo inferiori al 2%.
La crisi finanziaria pare pertanto avere colpito l’economia Italiana come un virus colpisce un organismo già debilitato, compromettendone le capacità di ripresa.
Sarebbe semplice reagire ad un quadro tanto sconfortante con un atteggiamento disfattista del tipo “ormai non c’è piú nulla da fare”. E’ vero,
l’Italia ha drammaticamente perso posizioni nelle classifiche economiche mondiali e si trova ad essere sempre più isolata dalle direttrici dei grandi investimenti internazionali. Tempo fa e ben prima della crisi finanziaria, un alto dirigente di una grande multinazionale americana nel corso di un incontro focalizzato sull’analisi di alcune opportunità di investimento sul mercato italiano, ha replicato all’autore di questo articolo che,
dovendo ragionare in un’ottica di allocazione ottimale delle risorse finanziarie a livello globale, l’Italia presenta ben scarsi motivi di interesse in ragione della stagnazione del mercato locale, del complesso ed ipertrofico sistema fiscale, del farraginoso sistema giudiziario che non garantisce la tutela dei diritti degli investitori ed infine, dell’
assenza di una politica economica a livello centrale.
Noi invece crediamo che ci sia ancora una strada per avviare la ripresa dell’economia nazionale a patto di agire con rapidità, competenza e lucidità. In questo senso, riprendendo la metafora della patologia di natura virale che ha colpito l’organismo della nostra economia, pensiamo che
una possibile cura possa essere ricercata studiando gli organismi (le imprese) che hanno saputo resistere al contagio che da ben prima della crisi finanziaria ha minato il terreno della nostra economia, sapendo crescere ed affermarsi come leader a livello globale nel proprio comparto di riferimento.
Non ci proponiamo in questo articolo tanto di proporre soluzioni (anzi ci piacerebbe pensare che possa nascere un dialogo tra gli utenti del sito sulle possibili strade da intraprendere) quanto di
individuare gli elementi in comune tra questi soggetti così resistenti al contagio.
Le imprese che vogliamo analizzare sono nate dopo il 1980 (in alcuni casi dopo il 1990) e si sono progressivamente affermate sui mercati internazionali.
Hanno nomi non sempre conosciuti al grande pubblico: si chiamano
Nice, che fondata nel 1993 ad
Oderzo (Treviso) è diventata uno dei leader mondiali nel settore dell’
home automation con un fatturato di 187 milioni di Euro (per l’82% realizzato all’estero in tutti i continenti) ed un margine operativo lordo del 25%. Si chiamano
Eurotech, di
Amaro (Udine), fondata nel 1992, 100 milioni di Euro di fatturato di cui l’80% al di fuori della UE, diventata rapidamente uno dei leader mondiali nel settore dell'alta tecnologia per la miniaturizzazione dei computer. Si chiamano
El.En., fondata a
Calenzano (Firenze) nel 1982 e tra i leader mondiali nel settore dei laser con 190 milioni di Euro di fatturato di cui l’85% realizzato al di fuori dell’Italia. Ed ancora
Reply, fondata nel 1996 a
Torino, oggi tra i leader Europei nel settore della fornitura di soluzioni di Information Technology alle aziende, con 384 milioni di Euro di fatturato di cui la componente fuori dal mercato Italiano è in costante crescita, anche grazie ad un’importante strategia sul fronte acquisizioni.
Sono solo quattro nomi, ma molti altri potrebbero essere menzionati. Sono società che sono state in grado di raggiungere posizioni di leadership spesso a livello globale, pur operando in comparti che, nell’immaginario collettivo, sono distanti dalle aree di eccellenza del Made in Italy.
Passiamo ora a cercare di delineare
le caratteristiche comuni di questi organismi che si sono rivelati così resistenti al virus del declino della nostra economia.
In primo luogo, tutte le imprese considerate hanno caratterizzato il proprio vantaggio competitivo fin dai primi anni di vita sull’
eccellenza del prodotto o servizio proposto, facendo leva su
forti competenze di natura manageriale, tecnologica e scientifica da parte dell’imprenditore e dei suoi principali collaboratori.
In secondo luogo le imprese d’eccellenza spesso basano la propria strategia competitiva sul
presidio diretto di alcune funzioni chiave (quali ad esempio la ricerca e sviluppo, l’attivitá commerciale ed il marketing, la distribuzione, il design),
delegando altre attività ritenute a minore valore aggiunto (quale ad esempio la produzione) ad una rete di subfornitori fortemente legati all’azienda ed in grado di condividere la filosofia di ottimizzazione dei processi e della qualità del prodotto. Le nuove tecnologie sono ampiamente utilizzate per coordinare l’attività dei fornitori, configurando
un’evoluzione del tradizionale modello del distretto produttivo verso la rete di imprese non necessariamente vicine a livello geografico.
Le imprese eccellenti inoltre investono un significativo ammontare di risorse finanziarie nella ricerca e sviluppo, perseguendo un obiettivo di costante innovazione il quale ricopre un posizionamento centrale nel sistema dei valori dell’impresa.
Spesso queste imprese hanno deciso di
finanziarie la crescita tramite l’apertura del capitale ad investitori istituzionali o tramite la quotazione in Borsa, superando la tradizionale ritrosia di una parte dell’imprenditoria Italiana a diversificare la struttura proprietaria con l’ingresso di soggetti esterni alla compagine familiare.
Le imprese di eccellenza tendono inoltre a definire il proprio mercato di riferimento non a livello nazionale ma globale, perseguendo con convinzione e dinamismo
strategie di internazionalizzazione sia tramite investimenti diretti che, soprattutto, tramite acquisizioni di competitors che possano facilitare la penetrazione in nuove geografie. Non è un’internazionalizzazione volta alla mera delocalizzazione produttiva, ma all’espansione strategica come leva per ottenere economie di scala anche per quanto riguarda le attività nel nostro Paese.
Accanto all’attenzione alla qualità del prodotto, i nostri campioni ricercano
l’efficienza nella gestione del ciclo degli incassi e dei pagamenti come leva per la massimizzazione della produzione di cassa finalizzata all’autofinanziamento dell’impresa, pur preservando l’equilibrio finanziario dei fornitori.
Questa focalizzazione sull’ottimizzazione finanziaria è particolarmente meritoria in considerazione del fatto che viviamo in un Paese in cui il peggiore pagatore è proprio lo Stato, il quale spesso arriva a termini di pagamento superiori all’anno, con effetti che poi si propagano sull’intero sistema.
Infine queste imprese prestano
una fortissima attenzione sulla valorizzazione del personale sia con investimenti rilevanti sulla formazione dello stesso (andando, in alcuni casi, a colmare le lacune del sistema educativo Italiano) sia assicurando ai dipendenti
ambienti di lavoro all’avanguardia, perseguendo il progetto che fu di
Adriano Olivetti. Nice, per esempio, garantisce ai propri dipendenti un ambiente di lavoro all’interno di un architettura avveniristica con una palestra all’avanguardia, saune, bagni turchi ed un lounge bar.
Come far si che questi organismi virtuosi che brevemente abbiamo cercato di descrivere si moltiplichino, stimolando la crescita dell’economia Italiana nel suo complesso?
Intervenendo sul sistema educativo in modo da riformare ed
incentivare l’educazione professionale e la ricerca tecnologica. Facilitando la nascita e lo sviluppo delle imprese che agiscono da fornitori di servizi
non core (per esempio tramite la riduzione del cuneo fiscale come leva di riduzione del costo del lavoro o perseguendo un reale processo di liberalizzazione dei servizi di cui beneficerebbe il sistema nel suo complesso e le imprese di minori dimensioni in particolare) al fine di
evitare che il modello di rete di fornitori non porti troppe attività al di fuori del Paese. Incentivando gli
investimenti in ricerca e sviluppo (per esempio tramite stimoli fiscali del modello delle leggi Tremonti che hanno proposto la detassazione degli investimenti in macchinari ed attrezzature). Supportando
l’attività degli investitori istituzionali e attirando investitori internazionali tramite strumenti quali ad esempio
la semplificazione e velocizzazione del processo civile, leva per la garanzia del basilare diritto ad una giustizia certa e rapida.
Ed ancora
aiutando il processo di internazionalizzazione delle aziende offrendo
stimoli e supporto anche manageriale o consulenziale allorquando l’internazionalizzazione non persegua unicamente finalità di delocalizzazione produttiva.
Velocizzando i pagamenti da parte dello Stato e degli enti pubblici con effetti a cascata sull’intero sistema produttivo che andrebbero a
liberare risorse finanziarie da investire nella ricerca e nella crescita. Incentivando gli
investimenti sulla formazione continua dei dipendenti, sia con incentivi fiscali che proponendo pacchetti formativi (tramite la riqualificazione anche delle competenze esistenti nel sistema dell’istruzione superiore in Italia che, a fronte di un eccesso di capacità “produttiva”, spesso manca di un posizionamento sul mercato in linea con i tempi).
C’è ancora una speranza che gli organismi che sono stati in grado di sopravvivere in un ambiente ostile passino da interessanti casi di laboratorio ad organismi endemici nella nostra economia.
E’ da qui che passa il futuro del nostro Paese ed il benessere delle future generazioni.
