Scegliere di fare l’artigiana a vent’anni, oggi, sembra strano.
Acquisire manualità e poterla usare nel proprio mestiere è invece secondo me, e molti altri, una grande ricchezza. Lavoro da sola, preparo i colori, i pennelli, il tessuto, e poi dipingo. I vari stadi della lavorazione vanno ben oltre queste fasi abbastanza piacevoli e nell’insieme è un lavoro stancante, manuale, ma
le soddisfazioni sono tante.
La solitudine non mi crea grandi problemi, per arrivare al prodotto finito mi devo ovviamente affidare ad altri artigiani, tappezzieri, sarte, pellettieri, che lavorano con me. Trovare persone valide, di esperienza e con uno spirito affine, è difficile soprattutto perché, al centro delle grandi città, moltissime botteghe hanno chiuso o devono continuamente stare al passo con l’affitto sempre più alto. Dalla mia esperienza posso dire che spingendosi un po’ oltre le mura del centro si trovano piccole botteghe che si sono spostate, sono sempre esistite e resistono ancora, grazie al
valore della manualità spesso tramandata di padre in figlio e la qualità che ne risulta.
La collaborazione è molto importante, anzi fondamentale. Riporre la propria fiducia nelle capacità di un altro è un rischio perché se la lavorazione viene fatta male, essendo pezzi unici, si andrebbe a perdere l’intero lavoro dal principio. Ma è anche un azzardo che viene spesso ricompensato, ogni volta mi meraviglio davanti ad un lavoro fatto “a regola d’arte”. Ecco, uno degli aspetti che amo nel mio lavoro è l’imprevisto, la necessità di conviverci nel bene e nel male. L’errore, l’imperfezione, fanno parte integrante del lavoro manuale, rendendolo mai banale.
Da quando ho dodici anni dipingo su tessuto. All’inizio fu un po’ per gioco, era d’estate in una casa in campagna dove non c’era un granché da fare e mia madre per occuparmi mi mise a disposizione pennelli, bottigliette di colori e stoffa e e mi insegnò i primi rudimenti della pittura su stoffa: come creare un colore che si ha in mente ma soprattutto quanta acqua aggiungere nel colore, come scolare il pennello prima di dare la pennellata, come dare la pennellata. Quel giorno iniziò
un apprendistato molto lungo, in parte dura ancora oggi.
Per imparare le tecniche che uso oggi per lavorare ci sono voluti anni e anni, anche soltanto saper mescolare i colori per poter raggiungere la tonalità desiderata, è qualcosa di delicato che io stessa avrei difficoltà a spiegare.
Nell’artigianato l’importante è saper osservare per cogliere ogni sfumatura. La teoria serve a poco, la cosa fondamentale è la pratica e, come dice
Richard Sennett, il dover
ripetere più volte lo stesso procedimento, lo stesso gesto, non è banale routine. Ad ogni passaggio si aggiunge un particolare in più, e la mano si allena a fare sempre meglio la cosa a cui il lavoro la destina.
Molti tra i giovani rifiutano oggi l’idea di imparare un mestiere e farne la propria specialità, preferiscono essere dei “tuttologi” piuttosto che scegliere di specializzarsi in un ambito preciso, meno che mai se implica l’uso delle proprie mani, la fatica fisica sembra spaventare. Eppure
conosco altri ragazzi che come me tornano verso un imprenditorialità portata avanti in prima persona, grazie all’auto impiego e a un desiderio di ritorno alla qualità e alla raffinatezza del fatto a mano.
Il Made in Italy contro la massificazione delle vocazioni e soprattutto dei desideri.
Le nuove tecnologie hanno cambiato in positivo il volto del lavoro, ma a causa loro
si sono anche perse di vista moltissime pratiche antiche, che richiedono più sforzo, ripagandolo però con un risultato totalmente diverso, di maggiore qualità o semplicemente più bello esteticamente.
Avere finalmente tra le mani, dopo ore di lavoro, un oggetto o un piccolo pezzo di tessuto creato personalmente sia nell’ideazione che nella produzione, è una soddisfazione rara. Nel mio lavoro non ho avuto bisogno di formazione particolare perché ho avuto la fortuna di iniziare con mia madre come insegnante. Ho conseguito comunque una laurea in Scienze della Comunicazione. Ho scelto comunicazione un po’ per caso e infatti credo sia il corso di laurea più generico che ci sia, e deve essere difficile scoprire la propria vocazione frequentandolo. Io sono stata fortunata, sono fortunata, perché fin da piccola ho sviluppato la mia passione per la pittura su stoffa e non l’ho mai realmente interrotta, affinando la tecnica e la mano. Anche mentre frequentavo l'università, e arricchivo il mio bagaglio culturale, la mia mente era rivolta
al mio angolo di manualità dove sperimentare cose nuove e "sporcarmi le mani".
Zazie Gnecchi Ruscone ha venticinque anni, da dieci realizza tessuti che dipinge a mano. Era presente allo scorso Salone del Mobile per l'inaugurazione di un negozio che distribuisce i suoi lavori, apparsi su numerose riviste specializzate e visibili sul suo sito. -Invia il tuo racconto all'indirizzo mail
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