Noi precari pronti al confronto

Gli organizzatori della manifestazione rispondono all'editoriale di IF

di Comitato promotore de Il Nostro Tempo è Adesso , pubblicato il 9 aprile 2011
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Pubblichiamo la risposta del Comitato promotore de "Il Nostro tempo è Adesso" al nostro editoriale Il loro tempo è adesso. Il nostro dovere è ora:

Siamo felici che l'ex Presidente di Confindustria Montezemolo, insieme a Ichino e Rossi, abbiano raccolto lo stimolo del “Il nostro tempo è adesso” ad occuparsi dei problemi veri del paese. Sarebbe anche bello continuare a parlarne, anche dal vivo, in un dibattito pubblico finalmente concentrato sul futuro dell’Italia e non solo del suo premier.

Il tema principale in Italia è la condizione del lavoro, ed oggi scendiamo in piazza per affermarlo con forza. Si tratta di un problema del lavoro tutto, dipendente ed autonomo e va affrontato aprendo un confronto serio con chi la precarietà la vive quotidianamente, rinunciando a imporre soluzioni preconfezionate.

La manifestazione di oggi è una tappa all'interno di un percorso che vuole abbattere la precarietà del lavoro e della vita di intere generazioni. E’ una novità. Per la prima volta una generazione scende in piazza unita dai propri bisogni. Una precarietà che si fa vita, che investe il diritto all’abitare, al credito, alla famiglia e alla propria realizzazione personale.

Non scendiamo in piazza contro qualcuno, ma con le forze migliori di questo paese, indipendentemente dal tipo di lavoro, dal contratto e dall'età. Il problema della precarietà non può essere superato con semplici formulette contrattuali, ma deve essere affrontato sul terreno dello sviluppo, dei diritti e di una riforma complessiva del welfare, a cominciare dalla continuità di reddito.

Ci sottraiamo a qualsiasi tentativo di contrapporre i garantiti ai non garantiti. Ben venga una “graduale stabilizzazione” di tutti i lavoratori che in questo momento subiscono forme contrattuali improprie, discriminazioni ed abusi. Anche nella pubblica amministrazione è giusto scongiurare pratiche di reclutamento indiscriminato che non tengano conto del merito e dell'impegno. Ma è necessario dare piena legittimità anche al lavoro genuinamente autonomo, come occorre ricondurre dentro i contratti nazionali tutte le forme di abuso legate al lavoro economicamente dipendente che nascondono lavoro subordinato.

Le politiche attuate dai governi degli ultimi 15 anni hanno realizzato una flessibilità monca, della quale si sono avvantaggiate esclusivamente le imprese, consegnando ai lavoratori uno scenario di odiosa precarietà. Lo sviluppo e la competitività di un paese democratico non possono essere incentrati sulla concorrenza sui costi del lavoro, erodendo diritti ed opportunità. Il lavoro deve rappresentare il motore di una crescita equa, che abbia ricadute virtuose sul piano sociale, culturale ed economico. Non è solo un sistema economico ammalato il nostro, ma è un'intera società che sta morendo.

Per rilanciare il paese abbiamo bisogno di speranza, di fiducia e di opportunità. Occorre uno sforzo di solidarietà e di lungimiranza cui devono essere chiamati tutti, non soltanto padri e figli, non soltanto i lavoratori, ma l'insieme delle forze produttive, politiche e sociali. Bisogna avere il coraggio di investire sulla ricerca e sull'innovazione per dare propulsione e dinamismo al mercato del lavoro. Un mercato del lavoro aperto ma che abbia regole precise e semplici, a tutela delle persone prima che del mercato. Il 9 aprile rappresenta l’inizio della resa dei conti con una classe dirigente miope e sorda, che tenta di relegare una generazione nella marginalità e nell’ignoranza.

Nessun silenzio delle nuove generazioni dunque ma la sordità di una classe dirigente ai problemi di questo paese, una sordità che dura ormai da troppi anni e da cui pochi possono dirsi esenti. Una generazione che il governo etichetta come “inadatta all’umiltà”, come se vivesse su una realtà ovattata e imperscrutabile, senza che abbia mai incontrato, avvicinato le mille storie che parlano di noi, di come ci organizziamo per vivere e di come vorremmo continuare a farlo. Un cambiamento dunque che parta da un dato certo: questo Paese è migliore di chi lo rappresenta.

La vita non aspetta e da oggi cominciamo a riprendercela.



Il Comitato Promotore de “Il Nostro Tempo è Adesso”

Salvo Barrano, archeologo freelance, Associazione Nazionale Archeologi
Eleonora Voltolina, giornalista, Repubblica degli Stagisti
Pierpaolo Pirisi, portuale interinale, Rete precari portuali di Civitavecchia
Luca Schiaffino, ricercatore precario, Coordinamento precari università
Ilaria Lani, sindacalista, Giovani NON+ disposti a tutto-Cgil
Marco Palladino, imprenditore, fondatore del progetto Mashape
Alessandro Pillitu, avvocato a p.iva, Associazione praticanti 6° piano
Claudia Cucchiarato, giornalista, autrice del libro "Vivo altrove"
Raffaella Ferrè, scrittrice, Coordinamento giornalisti precari Campania
Ilaria Di Stefano, operatrice precaria dello spettacolo, Duncan 3.0
Francesco Vitucci, assegnista di ricerca, ADI Associazione dottorandi e dottori di ricerca italiani
Teresa Di Martino, giornalista precaria, Diversamente occupate
Francesco Brugnone, operatore call center, 4U di Palermo
Imane Samia Oursana, redattrice precaria, associazione Going to Europe



tag:  precariato. precari   lavoro   futuro   montezemolo   italia futura   il nostro tempo è adesso   classe dirigente   flessibilità   diritti  


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#3 da Marco D'Egidio, inviato il 13/4/2011
Il precariato, la trasformazione a "sistema" di una condizione individuale che non permette ai giovani di progettare il futuro (e "se non ora, quando?"), è senza paura di esagerare il dramma sociale italiano di questi anni. La politica non sente, e se sente dimentica alla svelta. La classe dirigente in senso esteso (quella economica, accademica, le forze sociali) forse è più sensibile, ma meno incisiva in quanto priva del consenso democratico e della possibilità riservata alla politica di tradurre le idee in riforme concrete. D'altra parte, i precari sono invisibili proprio perché precari, privi di vera forza contrattuale, giocatori su un campo che sembra inclinato a loro sfavore. Forse è questa invisibilità che i precari sentono tragicamente connaturata alla loro condizione il motivo della scelta, durante la manifestazione dello scorso 9 aprile, di vestirsi da fantasmi, o di celarsi il volto con le maschere. Il difetto di comunicazione è in questa irriconoscibilità reciproca degli interlocutori: da una parte, una politica quanto mai visibile e autoreferenziale, quindi sorda ai maggiori movimenti del tessuto sociale; dall'altra, una fitta massa di giovani senza nome che non riescono a trovare rappresentanza se non momentanea o di effimera convenienza nei workshop. Per questo la manifestazione del 9 aprile, se pure condivisibilissima e assolutamente sacrosanta dal punto di vista degli obiettivi, forse non ha fatto centro: non per sua intrinseca debolezza, ma per la visibilità che di questi tempi non è più concessa alla piazza. La piazza -temo- oggi più che mai è vista dai Palazzi del potere come uno "sfogatoio", gran brutta parola che esprime lo spazio concesso di tanto in tanto alle istanze che non si riesce o non si vuole ascoltare, facendo finta (è questo il problema) di farsene carico. Purtroppo la piazza non dà visibilità se non in forma di massa, di numero, peraltro oggetto delle solite polemiche tra chi lo gonfia e chi lo sgonfia. Mi chiedo se altri mezzi comunicativi non possano essere più efficaci, sempreché si voglia conservare un minimo di fiducia sulla possibilità effettiva di instaurare pure un sottilissimo filo di dialogo con chi ci amministra. Se si vuole mantenere quel briciolo di ottimismo che spinge in piazza nel pessimismo generale che costringe in piazza, allora forse ci si può adoperare per dare un'identità ai fantasmi e un volto alle maschere. E magari sostituire o affiancare un sito internet alla classica manifestazione, uno spazio virtuale in cui ogni precario, da casa sua senza per questo sentirsi "fuori", "posta" la sua storia professionale, magari nascondendo il nome e i delicati riferimenti se preferisce, ma pur sempre facendola pesare in termini sostanziali e non solo di numero. Queste testimonianze poi potrebbero essere raccolte in un libro, e chissà quanto alto potrebbe essere questo libro da consegnare ai nostri rappresentanti come voce silenziosa delle migliaia di precari che un futuro lo cercano e il presente lo vivono come fossero in prestito.

#2 da Antonella Rizzo, inviato il 9/4/2011
io oggi a genova c'ero..e gli altri??? dov'era il resto della città? dov'erano i sindacati???? dov'erano i precari? i disoccupati, gli stagisti????

#1 da Fulvio Aversa, inviato il 9/4/2011
Quando istanze così profonde ed articolate prendono voce spontaneamente allora è tempo di agire. I promotori della manifestazione hanno creato un manifesto politico di una chiarezza e completezza sconosciute ai partiti della Seconda Repubblica. Sarebbe un peccato che un tale patrimonio di idee e di stimoli andasse perduto, come tante volte è successo in passato, fra schemi di cinico opportunismo che tuttora inducono i partiti a sostenere questa o quella causa in base alle necessità del momento. Non c'è più spazio per la strategia ma è l'ora di pretendere e restaurare un civismo che troppi nell'attuale classe dirigente hanno dimenticato. E allora si dia ancora più voce a chi è fuori dal coro, a chi "stecca" rompendo una litania che va avanti da troppo tempo ormai; spero che dietro il sipario di Italia Futura si stia preparando un concerto i cui spartiti sono stati raccolti passo passo fin qui toccando ogni possibile accordo.



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