Contro la precarietà: valore al lavoro, fisco più leggero, favorire l'impresa, investire sulla formazione

E' ora di investire sul nostro futuro

di Marco Simoni , pubblicato il 8 aprile 2011
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La condizione di sofferenza economica e sociale delle generazioni più giovani in Italia è il portato ultimo di quindici anni di mancata crescita economica. Per questa ragione, qualsiasi credibile proposta per migliorare le condizioni lavorative dei più giovani deve essere iscritta in un quadro di politiche per la crescita. Il tema della precarietà non è dunque una questione che si può ridurre alle sole problematiche derivate da una accresciuta flessibilità del lavoro, o solo alle sue forme più deleterie per la vita delle persone. Molti paesi hanno forme di flessibilità lavorativa che tuttavia non hanno condotto a una spaccatura economica e sociale di tipo generazionale come quella che è visibile in Italia. Un dato su tutti: l’ultima indagine sui bilanci delle famiglie di Bankitalia ha mostrato come l’aumento della diseguaglianza di redditi in Italia è avvenuto solo rispetto alla dimensione anagrafica: non aumenta la diseguaglianza “in generale”, ma si allarga la forbice della crescita del reddito a svantaggio soprattutto di chi ha meno di 44 anni, che negli ultimi cinque anni si è persino impoverito in termini assoluti.

Misure riequilibratici devono essere dunque inserite in un disegno complessivo. Al netto delle politiche – pur necessarie – legate a una riforma degli ammortizzatori sociali e del sostegno al welfare soprattutto per le giovani famiglie, è necessario intervenire su almeno quattro fronti:

  • unificare il mercato del lavoro e garantire diritti elementari a chi oggi ne è privo;

  • ridurre le tasse sul lavoro dipendente e sulle imprese che assumono;

  • facilitare la libera iniziativa, oggi ardua in particolare per imprenditori di prima generazione;

  • investire nella formazione accademica e professionale.


Sul primo punto, è necessario superare non solo il dualismo del mercato del lavoro, che oggi vede spesso lavoratori della stessa azienda impegnati nelle stesse attività inquadrati con contratti diversi. E’ anche necessario semplificare la disciplina rispetto alla condizione attuale in cui convivono decine di possibili rapporti di lavoro. Per questa ragione, è ormai urgente l’approvazione di un nuovo tipo di contratto di lavoro a tempo indeterminato che possa limitare drasticamente l’utilizzo di contratti precari a quei pochi casi in cui sono effettivamente giustificati (come, ad esempio, nei casi di rapporti di consulenza dai corrispettivi economici elevati, o nelle produzioni caratterizzate da picchi stagionali). Un contratto che, pur escludendo l’inamovibilità per motivi economici o organizzativi, si accompagni strutturalmente a forme di tutela del reddito più significative delle attuali scarne indennità di disoccupazione, consentirebbe da un lato di conservare per le aziende la flessibilità d’entrata (e quella d’uscita per un breve periodo di prova) per ogni lavoratore; dall’altro lato i dipendenti vedrebbero le proprie tutele di reddito in caso di disoccupazione crescere nel tempo. Va sottolineato che questo contratto configurerebbe fin da principio un rapporto a tempo indeterminato, modificando radicalmente dunque sia la condizione contrattuale individuale, che gli incentivi dell’azienda rispetto alla cura del proprio capitale umano. Sarebbe un contratto in cui ogni lavoratore godrebbe da subito di protezione contro le discriminazioni, pieni versamenti contributivi, e diritti di malattia e maternità, dunque migliorando drasticamente la condizione di tutti i nuovi assunti, senza significativi costi aggiuntivi per le imprese.

Accanto alla riforma del contratto del lavoro, è necessario valorizzare i rapporti di tirocinio, o stage. Questo può essere fatto con due misure simmetriche. Innanzitutto, è necessario semplificare drasticamente la normativa che al momento prevede una macchinosa cooperazione tra enti, e regole diverse a seconda dell’età, del titolo di studio, e di altri parametri che impogono oneri gravosi dalla dubbia utilità. Lo stage deve essere un semplice rapporto tra l’individuo e l’azienda, che sono gli attori che meglio possono valutarne la bontà. Allo stesso tempo, è necessario prevedere una durata massima generalizzata di sei mesi, che lo stage sia un periodo breve di formazione sul lavoro, e di un rimborso spese minimo privo di oneri fiscali e non caratterizzabile come salario, che va corrisposto al tirocinante per consentirgli di rendere sostenibile il periodo di formazione/lavoro in azienda.

Sul fronte fiscale, c’è l’urgenza di diminuire la pressione fiscale sui lavoratori, e il costo dei lavoratori per l’azienda: il cosiddetto cuneo fiscale. Per ragioni distributive, e di equità rispetto all’andamento recente dei salari, è utile cominciare la riduzione delle tasse dalle classi d’età più giovani, per poi estendere il provvedimento ad altri gruppi. Questa riduzione delle tasse è finanziabile usando per intero, e con una nuova “regola fiscale” che lo renda automatico, ogni risorsa recuperata dal contrasto all’evasione fiscale. L’evasione fiscale che il governo ha stimato di recuperare tra il 2010 e il 2011 sarebbe sufficiente ad abbattere il cuneo fiscale per i lavoratori fino a 34 anni del 20%, portandolo al di sotto della media europea, con vantaggio per i lavoratori e le imprese, con un effetto di incentivo all’assunzione e con la liberazione di risorse per l’iniziativa privata. Questo non riduce, anzi rafforza, l’importanza di effettuare una revisione della spesa pubblica al fine di identificare le ampie sacche di inefficienze che la caratterizzano, per poter ridurre la spesa non in maniera orizzontale e indiscriminata, ma al contrario, mirata e puntuale, al fine prioritario di accelerare il processo di riduzione del carico fiscale sul lavoro e sulle imprese.

Il terzo ambito di intervento riguarda le imprese, e la necessità di facilitare l’inizio di attività imprenditoriali. Al momento l’Italia è nel mondo all’ottantesimo posto per quanto riguarda la facilità di fare impresa, a causa soprattutto dei costi necessari alle start-up, e alla massa di pratiche burocratiche necessarie ad adempiere agli obblighi fiscali. Per questa ragione non solo è in declino il numero di nuove imprese composte principalmente da giovani, ma le imprese tendono a rimanere piccole. Per questa ragione abbiamo proposto la detassazione completa per tre anni – con l’eccezione degli oneri sociali per i dipendenti – di tutte le nuove aziende di giovani. La detassazione ha l’effetto principale di ridurre il carico burocratico per le nuove imprese, consentendo ai nuovi imprenditori in una cornice temporale certa, di concentrarsi sul loro core business, sulla sostanza della loro idea, più che sugli adempimenti amministrativi. Questa misura potrebbe essere utilmente estesa fino ad un massimo di cinque anni per le imprese che decidessero di quotarsi nel mercato azionario delle piccole e medie imprese, ossia che decidessero di raccogliere ulteriori capitali per una loro successiva espansione.

Infine, è importante tornare a investire sui più giovani, e sulle loro competenze. Al momento l’Italia spende meno di ogni altro paese dell'area OCSE per sostenere la formazione del proprio capitale umano, una follia nell’era dell’economia della conoscenza. Allo stesso tempo i problemi di bilancio pubblico rendono le risorse disponibili molto scarse. Per questa ragione proponiamo di finanziare uno shock formativo – 100mila borse di studio per l’università, complete di rette, vitto e alloggio – tramite l’aumento di un anno dell’età pensionabile. Si tratta di un sacrificio da chiedere alle generazioni meno giovani, in cambio di un tangibile beneficio non solo per i 100mila studenti meritevoli che ogni anno godrebbero del supporto pubblico alla loro formazione, ma anche per la società italiana che beneficerebbe di una accresciuta dote di competenze, molte delle quali oggi non vengono raggiunte anche per le difficoltà economiche delle famiglie. Le borse di studio inoltre dovrebbero essere orientate per corrispondere alla variazione della domanda di lavoro, in modo tale da ridurre l’attuale elevata discrepanza settoriale tra disponibilità di posti di lavoro e numero di lavoratori competenti in grado di raccoglierla.

Accanto alla cura per la formazione universitaria, è necessario anche investire e rilanciare la formazione nei settori produttivi di tradizionale eccellenza dell’Italia che soffrono di impianti con impostazioni tradizionali. Per questa ragione è importante promuovere una Ivy League dell’artigianato che potrà condividere alcune risorse di base generaliste, che rispondano ai temi comuni che caratterizzano l’economia contemporanea, e che potrà specializzarsi in aree elettive coerenti con le diverse vocazioni territoriali. Corsi di eccellenza che facciano leva su quanto di meglio abbiamo saputo sviluppare nelle diverse regioni sarebbero in grado di attrarre nel nostro paese talenti di tutto il mondo, interessati ai mestieri artigiani e alla cultura italiana. Allo stesso tempo il rilancio della formazione artigiana, con la predisposizione di nuovi curricula, capaci di interpretare il nuovo ruolo dell’artigiano nell’economia globale, favorirebbe una diversa percezione del lavoro manuale nella società italiana, sarebbero in grado di fornire sbocchi professionali sia nella media che nella piccola impresa, e rafforzerebbero tutto il comparto.

In conclusione, questa breve nota comprende politiche del lavoro, politiche fiscali, politiche per le imprese e politiche della formazione. E’ una sintesi che si accompagna a documenti più approfonditi già elaborati da Italia Futura e che offre non una semplice “lista” di cose da fare o di desideri irrealistici, ma una visione di politiche organiche, che si sostengono le une con le altre, e che immaginano un futuro prossimo per l’Italia diverso dalla stagnazione attuale. Un futuro in cui esista una maggiore chiarezza tra prelievo fiscale e spesa; una gestione dell’economia pubblica e della attività di regolamentazione dei mercati basata sulla fiducia negli attori economici e nella loro responsabilità; un paese che sceglie di investire sul proprio futuro e sulle generazioni più giovani, anziché lasciare che siano le prime vittime di una economia precaria.

Insegna economia politica alla London School of Economics, dove è coordinatore del Master in Public Administration in European Public and Economic Policy.


tag:  precariato   precari   9 aprile   tempo indeterminato   flessibilità   disoccupazione   stipendi   lavoro  


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#7 da Gianfranco, inviato il 13/4/2011
Per concludere direi che un contratto di lavono unico con possibilità di licenziamento per tutti non risolverebbe i problemi, anzi probabilmente li aumenterebbe in maniera esponenziale. Se la domanda di lavoro fosse stabile o (meglio)crescente, la flessibilità non sarebbe un problema, ma un punto di forza. Vista la situazione attuale una forte detassazione di giovani impiegati e aziende che fanno contratti a tempo indeterminato, sarebbe, come già dicevo, il vero antidoto al precariato.
In ultimo, spingere sulla formazione dei giovani anche attraverso il finanziamento di 100mila borse di studio barattate con un anno di pensione è una buona idea ed una buona "provocazione", ma solo nel caso sia lasciata facoltà al dipendente di restare in servizio, di partecipare quindi spontaneamente alla creazione del futuro del paese. Sono certo che la quasi totalità dei dipendenti finirebbero per aderire.

#6 da Gianfranco , inviato il 12/4/2011
L'articolo è molto interessante ed offre, a mio avviso, alcuni spunti che potrebbero essere approfonditi, ad esempio: la diminuzione della pressione fiscale su dipendenti a tempo indeterminato ed aziende che offrono questo tipo di contratti, offrirebbe il doppio vantaggio di stimolare l'occupazione (ovviamente quella a tempo indeterminato) e fare in modo che il beneficio fiscale sia reinvestito da dipendenti ed aziende nel sistema economico e diventare nuovo PIL, nuovo reddito per l'Italia. Dal calcolo dell'effetto che il reinvestire il beneficio fiscale predetto avrebbe sul sistema economico, sarebbe chiaro che servono meno risorse rispetto a quelle alle quali lo Stato avrebbe rinuncerebbe con la diminuzione della pressione fiscale. La restante parte potrebbe essere coperta con la lotta all'evasione come si diceva. La cosa non potrebbe che stimolare la stabiltà del sistema economico stesso.
La semplificazione della burocrazia è necessaria alla creazione di nuove imprese, ma è fondamentale avere poche regole (e certe) rispetto a come si apre un'impresa e a quali sono gli adempimenti di carattere fiscale, contributivo ecc.. Questa premessa unita alla certezza della non interpretabilità delle leggi che regolano l'attività d'impresa e alla certezza della pena per chi non le segue, consentirebbe agli investitori stranieri di guardare al mercato italiano con altri occhi. Una piccola metafora: Voi investireste in una banca che ha 30 sportelli che aprono a turno quando vogliono? Il parallelo è forse un po' largo, ma mi pare che renda l'idea.

#5 da Davide Aceti, inviato il 12/4/2011
Insisto da tempo su una domanda, nessuno ancora mi ha dato una risposta esaustiva:
un giovane oggi quando entra nel mondo del lavoro deve farlo attraverso stage, contratto di formazione, contratto di apprendistato ecc... (per non dire poi della gavetta che fanno i giovani che vogliono avviarsi all'avvocatura o che vogliono fare i commercialisti ecc...).
Tutto questo è giustificato dal fatto che il giovane entra nel mondo del lavoro senza averlo ancora conosciuto. Io penso che in questo ci sia qualcosa di corretto. Ma allo stesso tempo, perchè alcune professioni stanno togliendo la possibilità al giovane appena entrato di applicare per esempio una tariffa minore? Perchè il giovane avvocato deve applicare la stessa tariffa minima che viene applicata dai "principi del foro"?

Viene chiesto (ed io reputo correttamente) ai giovani che entrano di accettare uno stipendio minore (es. apprendistato).
Viene chiesto (che coerenza) ai giovani che entrano di applicare gli stessi prezzo dei super professionisti.
Si possono fare riforme, e a costo zero.

#4 da elena, inviato il 11/4/2011
Vorrei segnalarvi il post pubblicato sul nostro blog a questo proposito che offre interessanti spunti di riflessione.
http://balbettantipoietici.blogspot.com/

#3 da piera messina, inviato il 8/4/2011
Condivido pienamente le proposte, mi permetto citare un dato personale:ho dato le dimissioni da dirigente scolastico dopo oltre 40 di servizio e dal giorno 1° Settembre u.s.sono in pensione. Tanti hanno cercato di dissuadermi con tante argomentazioni di cui alcune, secondo il mio parere sopravvalutando i miei meriti, per continuare ancora per i tre anni che avrei potuto svolgere. La mia risposta è stata che avrei potuto essere convinta a continuare il servizio attivo a condizione che il sacrificio di continuare potesse essere utile ai giovani e non alla ricerca di lavoro, questa prospettiva non c'era. Naturalmente il vostro articolo mi ha anche emozionato.

#2 da NELLO GORI, inviato il 8/4/2011
Sottoscrivo pienamente quanto esposto.
Il problema è che questa classe politica manca della giusta conoscenza per capirlo. Per attuare il suo progetto c'è bisogno di una nuova classe politica il cui fine sia il bene comune. Lei gentile professore e tutti gli uomini illuminati come lei devono passare all'azione:assumersi la responsabilità di guidare la nostra Nazione.

#1 da Angelo C., inviato il 8/4/2011
è esattamente quello di cui abbiamo bisogno. Ci avete dato una ottima spiegazione delle problematiche. Non resta che iniziare concretamente...ovviamente avrete il mio appoggio. Buon lavoro a tutti.



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