Con l’approvazione del quarto decreto attuativo del federalismo, si aggrava la situazione per le imprese dell’ospitalità. Le prime mosse del Governo Berlusconi erano buone.
L’attuazione del decreto legge 78/2010, che prevede misure di detassazione al 10% e di decontribuzione delle retribuzioni legate agli incrementi di produttività del lavoro, è un positivo sostegno alle aziende più competitive. Manca ancora una politica sul lavoro ‘competente’, su come scoraggiare il sommerso, la destagionalizzazione per stabilizzare le competenze, il de-skilling dell’arte di arrangiarsi, nonché il supporto alle nuove competenze (si pensi al web marketing), come sostenuto dall'Ebit (Ente bilaterale industrie turistiche) in due recenti rapporti, rintracciabili sul sito dell’ente.
Anche il sostegno alla gestione delle risorse umane è strettamente collegata alla produttività del lavoro. Poi si peggiora con la tassa di soggiorno. E’ stata voluta dall’Anci (Associazione nazionale dei comuni italiani), che ha perso un’occasione per utilizzare il federalismo fiscale come strumento per responsabilizzare le spese locali. Infatti, nella richiesta iniziale della tassa, la motivazione esplicita è quella di ‘fare cassa’ per compensare i tagli del Governo Berlusconi. Del resto, i turisti non votano e le imprese turistiche sono poche, meglio non toccare i residenti, un’idea sostenuta per primo dal sindaco Alemanno. Il federalismo fiscale ha mostrato da subito le sue penalizzazioni con la re-introduzione di una vecchia tassa.
Il ministro Brambilla ha cercato di mettere una toppa mediatica e ha dichiarato che la finalizzazione turistica verrà discussa dai sindaci e dalle imprese su scala locale. Un’altra occasione perduta: sarebbe stato più semplice proporre che la tassa di soggiorno serva unicamente al sostegno di piani di sviluppo
bottom up, concorrendo a migliorare le carenti performances dei sistemi turistici locali, istituiti con la legge 135 del 2001. Più in generale,
‘prima’ viene il piano di miglioramento dell’ospitalità e ‘poi’ la eventuale tassa di scopo, intesa come investimento produttivo a livello urbano e territoriale. E adesso l’Imu, la nuova imposta che entrerà in vigore nel 2014 sostituendo Ici e Irpef sugli immobili non locati, con un aumento del 18% dei costi alberghieri rispetto al quadro attuale. Francamente, pesano di più, nel declino turistico nazionale, i ‘pacchi’ rifilati dagli operatori scorretti (troppi), che non sanno neanche che cosa significa la
customer satisfaction dei clienti, ma di certo
l’appesantimento della pressione fiscale è una zavorra per chi vuole competere nell’economia turistica legale. In tale contesto, il dibattito sulla questione fiscale è scorporato dal dibattito sui ‘lavoratori della conoscenza’, sull'"economia esperenziale", sulle "reti territoriali". Decade a livello di assoluta mediocrità e di basso profilo politico.
A quando un Piano strategico sul turismo, magari riprendendo il Piano nazionale elaborato da Federturismo?
Nicolò Costa è docente di Sociologia del Turismo e dello Sviluppo locale all’Università degli Studi di Roma Tor Vergata e direttore scientifico del portale scienzaturismo.it . Oltre che di numerosi articoli su riviste scientifiche nazionali e internazionali è autore di Sociologia del Turismo (Cooperativa libraria IULM, Milano 1989) e I professionisti dello sviluppo turistico locale (Hoepli, Milano 2005) e di “La città ospitale” (Mondadori, Milano 2008).