Ricerca scientifica, nel 2013 la Cina sorpasserà gli Usa

La Stampa

pubblicato il 30 marzo 2011
di Piero Bianucci

Secondo lo studio della Royal Society inglese Pechino diventerà la prima potenza mondiale per creatività teorica e tecnologica. Quindici anni fa produceva appena un decimo degli studi pubblicati in America: quali sono le ragioni del balzo in avanti?

ià nel 2013 la produzione scientifica cinese potrebbe superare quella degli Stati Uniti e diventare la prima del mondo. E’ la conclusione di uno studio della Royal Society, l’Accademia delle scienze inglese, diffuso ieri dalla Bbc. La Cina che inventò la carta, la bussola e la polvere da sparo, dopo decenni passati a copiare (a basso costo ma in modo impeccabile) le tecnologie occidentali, ora approda alla creatività scientifica pura.

Chris Liewellyn Smith, che ha diretto la ricerca, trae la sua profezia dalla tendenza degli ultimi quindici anni.


Nel 1996 le pubblicazioni di scienziati americani su riviste di livello internazionale furono 296.513, quelle di scienziati cinesi 25.474, cioè meno di un decimo. Da allora la produzione americana è cresciuta poco. Nel 2008 è stata di 316.317 lavori pubblicati, con un modesto aumento dell’otto per cento in 12 anni. Sempre nel 2008 gli scienziati cinesi hanno pubblicato 184.080 ricerche: uno sviluppo esplosivo.

Se queste tendenze fossero stabili, il sorpasso della Cina sugli Stati Uniti arriverebbe nel 2020. Ma le proiezioni annunciano un graduale declino della produzione scientifica americana. Nel caso che la previsione venga confermata, già nel 2013 i cinesi vincerebbero la gara mondiale della produttività scientifica, e nel 2020 gli Stati Uniti verrebbero doppiati dalla Cina. Dietro arrancherebbero nell’ordine Regno Unito, Germania, Corea del Sud, India, Francia, Giappone e Brasile. L’Italia nella classifica non compare neppure. Possiamo però aggiungere che oggi il nostro Paese dovrebbe occupare la decima posizione, mentre nel 1996, anno di riferimento dello studio della Royal Society, eravamo al settimo posto. Il nostro declino è innegabile, Cina e Corea sono i nuovi arrivati nel gruppetto di testa della ricerca mondiale.

Liewellyn Smith si domanda anche quali siano i motivi del sorpasso cinese. La sua risposta è brutalmente economica: dal 1996 ad oggi Pechino ogni anno ha aumentato del 20 per cento gli investimenti in ricerca e ora è arrivata a 100 miliardi di dollari l’anno. I risultati si misurano prima di tutto nel numero dei laureati in discipline scientifiche e in ingegneria, che già nel 2006 avevano raggiunto il milione e mezzo l’anno.

Il criterio di Liewellyn Smith ha il pregio di essere molto concreto ma forse non è sufficiente a spiegare il miracolo scientifico cinese. Anche negli Stati Uniti ormai da qualche anno i cinesi sono diventati più bravi dei colleghi americani, pur lavorando negli stessi laboratori e con gli stessi finanziamenti. A questo dato se ne affianca un altro che Barack Obama dovrebbe considerare preoccupante: il numero dei cervelli importati nei laboratori Usa ha superato quello dei nativi. Da noi la crisi di iscritti in facoltà tecnico-scientifiche si spiega con i continui tagli alla ricerca e una classe politica culturalmente balbettante, ma negli Usa dev’esserci qualcosa di più strutturale.

In un articolo intitolato «Il ruggito della mamma tigre», Annie Murphy Paul attribuiva il successo cinese al fatto che in quel Paese i genitori, al contrario degli americani, «partono dal presupposto che i figli sono forti, non fragili», e quindi pretendono molto da loro, in modo inflessibile, senza disdegnare il ricorso alla vecchia pedagogia fondata sul binomio premi/punizioni (con una preferenza per le punizioni...). Esercizi mnemonici, ortografia, studio sistematico della matematica, delle scienze e della musica, in Cina sono pietre angolari nella scuola dell’obbligo. Quando questi ragazzi ben temprati arrivano all’università e poi nel mondo della ricerca, hanno una capacità di concentrarsi sull’obiettivo da raggiungere che manca ai giovani americani. Specializzazione e disciplina sono la loro arma vincente.

C’è poi un altro ragionamento da fare. Gran parte del futuro della ricerca di un Paese dipende dal libero accesso all’università. Questo deve essere il più possibile aperto a tutti, a cominciare da chi ha pochi mezzi e molta intelligenza. Negli Stati Uniti le università buone costano un occhio. Certo, Harvard, Stanford, Berkeley diplomano geni. Ma la selezione è avvenuta prima, tagliando fuori geni potenziali. In Cina non è così. In più i cinesi sono tanti. Come alle Olimpiadi, la quantità diventa qualità. Queste ovvie riflessioni avrebbe dovuto farle anche chi ha appena riformato l’università italiana.

E a noi europei che cosa rimane? Forse quel pensiero divergente e sintetico che risulta estraneo a chi si accontenta di sostituire il testo di scienze al Libretto Rosso di Mao.



tag:  royal society   pechino   stati uniti   miracolo scientifico  


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#1 da Silvio Garofalo, inviato il 2/4/2011
Ho lavorato per un decennio in Università americane ed ho avuto molti studenti provenienti dalla Cina nel periodo di Tiananmen Square (dal 1989 al 1993), in cui era facilitata l'entrata in USA dalla Cina come profughi. La maggior parte di loro erano studenti di dottorato che hanno lasciato il loro programma cinese per preferirne uno USA. Il loro livello medio era eccellente, le loro performance sono state di gran lunga superiori alla media, soprattutto degli studenti americani. Con molti si è instaurato un rapporto di grande confidenza. I loro racconti erano impressionanti. Per dare un'idea, il migliaio di studenti che entravano ogni anno in un programma di dottorato cinese sono selezionati da una base di circa 20 milioni di studenti/anno ed erano davvero il meglio del meglio delle generazioni di quel paese. Tuttavia nel 1989 in grandissimo numero lasciarono la Cina per gli USA spaventati dall'arroganza del partito unico che imponeva scelte basate sulla fedeltà o affidabilità politica piuttosto che sul merito. Tutti questi studenti sono oggi accademici in Università USA e godono di eccellente reputazione. Funzionari del governo cinese venivano periodicamente a controllare per capire che cosa avesse generato quell'incredibile fenomeno. Molti studenti erano spaventati da queste visite per le ritorsioni che potevano colpire i familiari in Cina. Tutti inviavano i pochissimi risparmi (scarso qualche migliaio di dollari) a supporto dei congiunti cinesi. I miei tentativi di spiegare che la Cina era il più grande mercato mondiale e si preparava a divenire, con la caduta del comunismo, la più grande e popolosa potenza asiatica, benchè apprezzati, non erano mai accettati. Per tutti questi giovani il sistema politico bloccato avrebbe impedito ai cittadini di raggiungere benessere e qualità di vita occidentali. Oggi molti di loro, che sono sempre rimasti molto riconoscenti ed affezionati, mi dicono che forse ero stato lungimirante e che molto probabilmente la ricerca cinese si appresta a divenire più ricca e produttiva di quella occidentale. Rimane in tutti loro però la convinzione che la loro fuga dalla abbia obbligato il più potente partito comunista a cambiare attitudine ed a confrontarsi con il moderno non con l'ideologia ma con investimenti generosi in ricerca e sviluppo tecnologico. Spero tanto che la stessa storia si possa ripetere in altri paesi in cui il sistema politico agisce come freno alla creatività individuale ed alla naturale tendenza degli esseri umani di perseguire il benessere delle loro comunità e che qualcuno dei miei vecchi studenti cinesi possa aiutare cervelli nostrani fuggiti da situazioni non tanto diverse da quelle che loro hanno conosciuto ed a cui con vergogna io non so più che cosa consigliare.



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