Le illusioni su Parmalat

Corriere della Sera

pubblicato il 30 marzo 2011
di Francesco Giavazzi


Le aziende italiane di maggior successo - quelle che hanno aumentato la quota di mercato creando valore per i propri azionisti e posti di lavoro per i propri dipendenti - hanno una caratteristica comune: sono cresciute all'estero. Hanno percorso questa via perché si sono rese conto che puntare sul mercato italiano, più piccolo oggi di quanto non fosse dieci anni fa, è una scelta perdente.

Ansaldo Sts ha acquisito l'americana Union Switch creando la prima azienda al mondo negli impianti di segnalamento per reti ferroviarie e metropolitane. Luxottica è cresciuta attraverso una catena di acquisizioni americane: Ray-Ban, Oakley, Sunglass Hut. Autogrill ha comprato Host dal gruppo Marriott, e attraverso questa acquisizione è entrata nei maggiori aeroporti degli Stati Uniti. Unicredit, comprando Pioneer, è entrata nel risparmio gestito Usa.

Il caso più emblematico è Prysmian, l'ex divisione cavi della Pirelli. Nel 2005 la società milanese fu costretta a cedere il suo settore cavi per rimborsare alle banche i denari che aveva preso a prestito per acquisire il controllo di Telecom Italia. Evidentemente in quel momento il monopolio dei telefoni, ben protetto dallo Stato, appariva più interessante dei cavi. (D'altronde la politica faceva il tifo per Pirelli e i suoi alleati che evitavano il rischio che uno straniero si comprasse i nostri telefoni). Da questa avventura Pirelli è uscita impoverita: quell'operazione si è mangiata il valore di Prysmian. E che ha fatto nel frattempo l'ex divisione dei cavi, acquistata dai suoi dirigenti con l'aiuto finanziario di Goldman Sachs e di alcuni fondi? Ha comprato l'olandese Draka e ha creato la prima azienda al mondo nel settore dei cavi (la seconda, la francese Nexans, ha un fatturato del 30% inferiore).

Il governo sta per adottare norme scritte per impedire che Parmalat cada in mano francese. In tutti i Paesi, anche negli Stati Uniti, c'è chi invoca norme protezioniste per evitare che proprie aziende siano comprate da stranieri. Forse riusciremo a mantenere Parmalat italiana, ma al prezzo di tarpare le ali alle nostre aziende migliori. Per esempio sarà più facile per il Congresso di Washington bloccare le prossime acquisizioni americane di Finmeccanica, un leader nel settore delicato della tecnologia militare, che spesso per crescere ha bisogno di tecnologia Usa.

Come ha scritto sabato scorso sul Corriere Roger Abravanel: «Non abbiamo bisogno di protezionismo, ma di imprenditori in grado di competere con i francesi di Lactalis per Parmalat». Se nessun imprenditore ha ritenuto di lanciare un'Offerta pubblica di acquisto conveniente quando l'azienda costava 3 miliardi di euro, perché dovrebbero farlo oggi quando costa un miliardo di più? Temo lo farebbero solo in cambio di compensazioni politiche, come quelle di cui beneficiarono i privati che hanno acquistato Alitalia-Air One, cioè se a pagare fossero ancora una volta i contribuenti.

L'Opa è la strada obbligata anche per i francesi di Lactalis cui non può essere concesso di controllare Parmalat con il 29,9%, una frazione sotto la soglia che fa scattare l'obbligo di Offerta pubblica di acquisto, soprattutto se accordi con fondi «amici» le garantiscono una maggioranza più ampia. La Consob farebbe bene a verificare se quelli avvenuti siano stati acquisti concertati e nel caso obbligare i francesi a lanciare un'Opa.



tag:  parmalat   acquisizione   francesi   lactalis  


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#1 da alfadixit.com, inviato il 4/4/2011
E le stelle stanno a guardare

Non è purtroppo solo il titolo di un film ma anche il triste riassunto della situazione industriale di un paese lasciato alla deriva. Il nostro.

Egr. Sig. Carlo Chionna

Ho atteso qualche giorno affinchè calasse il polverone mediatico sollevato da quanto pubblicato sul Corriere, prima di inviarle questa mia, così tanto per scambiare qualche opinione da uomo della strada, quale sono.

Innanzitutto la ringrazio di cuore per l’urlo di dolore, finalmente reso pubblico, per una situazione di inaccettabile incuria in cui versa, non solo il settore della moda, ma l’industria italiana intera. Grazie per il coraggio della provocazione e per la passione alla vicenda che traspare da tutti i pori della pagina. Devo dirle che, pur essendo completamente d’accordo con l’analisi, non ne condivido la prognosi ed i rimedi, benché espressi in tono volutamente enfatico. Il mercato, oggi più che mai di dimensioni mondiali, premia, infatti, i prodotti che offrono un vantaggio competitivo tangibile, in qualità, prezzo, immagine, più difficilmente per provenienza. La globalizzazione è ormai una declinazione obbligatoria della nostra società e, se ben utilizzata, ne rappresenta anche una portentosa risorsa. Questo mi dice la quotidiana esperienza di lavoro. Il problema vero è che non siamo assolutamente in grado di approfittarne in termini di sistema paese.

L’industria italiana contiene in sé un mare di eccellenze in cui siamo maestri indiscussi; tutto il vasto settore della moda e del lusso, certamente, ma, ad esempio, penso anche all’alimentare, alla componentistica meccanica, alle macchine utensili e automazione, al turismo, l'energie alternative, le imbarcazioni, all’industria del mobile. Ma ha anche un enorme problema legato alle frammentazione e alla dimensione medio piccola delle aziende che, per questa ragione, hanno profonde difficoltà a competere su scala maggiore, a crearsi un’immagine, ad accedere alle risorse finanziarie e alle competenze manageriali, a trovare nel mondo gli spazi che meriterebbero insomma. Saranno quindi facile preda di coloro che tutto questo lo sanno fare, e molto bene, saranno depauperate le competenze progettuali, creative, produttive, ne verranno cioè decise le sorti secondo interessi diversi, lasciandoci le briciole, o magari le rovine. Questa è una peculiarità tutta nostra.

Non le sarà certamente sfuggito come in questi giorni la maison italiana Bulgari sia stata assorbita dal gruppo francese LVMH, dopo Gucci, Bottega Veneta, e solo per fare un esempio. Il tutto nell’indifferenza più assordante, nonostante, secondo le dichiarazioni dell’AD Trapani, ci sia stato il tentativo di formare un “sistema Italia” del lusso. Sempre secondo Trapani, sia da parte degli industriali del settore, sia da parte delle istituzioni, non vi è stata alcuna manifestazione di interesse. E, caro sig. Chionna, se c’è indifferenza per i nomi di tale calibro, figuriamoci per i piccoli. Non stiamo parlando di nazionalismo o chiusura preconcetta, stiamo parlando di settori che sono la “punta di diamante” del paese, “il nostro pane” e quello dei nostri figli, settori cioè sui quali dobbiamo puntare con grinta e determinazione, così come altri paesi hanno già fatto nei campi di loro interesse, magari con modalità diverse perchè diverse sono le condizioni al contorno. La sua lettera e la questione Bulgari, Parmalat, Edison, BNL, Fondiaria ecc.. sono due facce della stessa medaglia. L’incuria, il disinteresse, l’indifferenza, l’incapacità di curare i propri interessi, di coagularsi attorno a linee guida sicure ed autorevoli, il tutto nascosto dietro fumose filosofie del libero mercato.

La nostra sonnacchiosa società è ormai ripiegata su se stessa, tutta presa da problemi di gossip, di lottizzazione dei media, di giustizia o di referendum piuttosto che stimolare la ricerca, l'innovazione, la qualità dei prodotti, suggerire nuove relazioni industriali, aggregare poli e reti di business eccellenti, ridurre la burocrazia e la pressione fiscale, aiutare e fare squadra nell'esportazione, puntare sui giovani e sulla cultura, piuttosto che sviluppare, insomma, le enormi potenzialità che ci sono proprie, in altre parole, il sistema paese. Del resto siamo rimasti per mesi senza un ministro dello sviluppo economico, abbiamo una Confindustria debole che non si indigna neppure di fronte alla trascuratezza più sfacciata, cosa potremo mai pretendere? Siamo, purtroppo, passivi osservatori degli eventi, come le stelle appunto, finchè ci rimarrà qualche bagliore da spendere.

Intanto, come sul Titanic, le propongo un bel brindisi riparatore e la saluto con sincera simpatia e cordialità. Arrivederci, o meglio, au revoir.

Claudio Donini per alfadixit.com

Alfadixit.com, opinioni e pensieri dell’uomo della strada, è anche una pagina di facebook.

Articolo pubblicato anche da Agoravox Italia




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