Italia futura è di destra o di sinistra? Domanda fuori luogo, nel senso che
il luogo di questa associazione si situa nella società civile, non nella società politica. Ma in una società virtuosa
popolo e Palazzo dovrebbero abitare nello stesso condominio, mentre in Italia vivono da tempo in due città lontane. E allora proviamo a declinare la risposta, un po’ per gioco, un po’ per misurare le categorie della politica con il nostro metro di sudditi, pardon, di cittadini.
La meritocrazia, per fare un primo esempio. La rivoluzione dei talenti promessa dai costituenti francesi nel 1789, e rispolverata da quelli italiani nel 1947, attraverso la norma forse più suggestiva della nostra Carta: «I capaci e meritevoli, anche se privi di mezzi, hanno diritto di raggiungere i gradi più alti degli studi».
Vale per gli studenti, vale per i lavoratori in generale. Ma la promessa si è trasformata in un miraggio, e il miraggio in un raggiro, in questo Paese dove l’ascensore sociale è sempre fermo al piano, dove la diseguaglianza cresce come un fungo, dove insomma la tua carriera dipende dal certificato anagrafico che hai ricevuto in sorte, oppure dalla voglia di venderti l’anima a questa o a quella lobby.
Da qui le campagne (e le proposte concrete) di Italia Futura per insediare il merito nel nostro vissuto collettivo. Con un profilo di destra o di sinistra? Né l’uno né l’altro, se ci muoviamo dentro il perimetro delle categorie tradizionali. Bobbio diceva che la sinistra si distingue dalla destra perché ha nel cuore l’eguaglianza più della libertà, mentre la destra predilige la libertà sull’eguaglianza. Fino a venerare, nei suoi accenti estremi, il mercato come una divinità pagana, rifiutando qualsivoglia regola che possa imbrigliare gli spiriti selvaggi del capitalismo. All’opposto, la sinistra estrema ha teorizzato l’eguaglianza nei punti d’arrivo, fino al paradiso in terra del presidente Mao: a tutti lo stesso salario, la stessa divisa grigioverde, lo stesso paio di scarpe.
Ma il merito significa eguaglianza nei punti di partenza, poi chi ha più polmoni taglierà per primo i nastri del traguardo. Significa perciò eguaglianza e libertà congiunte in matrimonio, attraverso l’eguale libertà di diventare diseguali. Non è destra, non è sinistra – o forse tutt’e due, il meglio dell’una e dell’altra tradizione.
E la legalità? Nessuno ha il diritto di farne una bandiera solitaria, benché in Italia destra e sinistra s’accusino a vicenda d’affondare sino alle caviglie nella melma dell’illegalità. Con qualche fondamento, a scorrere le cronache locali e nazionali. E l’efficienza? Nella seconda Repubblica destra e sinistra hanno governato a turno, mentre l’economia italiana viaggiava a passo di lumaca, precipitando in tutte le classifiche internazionali.
E il ricambio delle nostre inossidabili classi dirigenti? E il valore della coesione nazionale? Sono di destra o di sinistra? Chissenefrega, verrebbe da rispondere. Il fatto è che queste due vestali della politica sono figlie del Novecento, nipotine dell’Ottocento, ma
non sanno più aiutarci nel mondo del terzo millennio. Né loro, né i partiti che vi si riflettono come un’immagine sbiadita. Consegniamole agli archivi della storia, e non ne parliamo più.

Michele Ainis, membro del comitato direttivo di Italia Futura, è ordinario di Istituzioni di diritto pubblico all'Università di Teramo. E' editorialista de
La Stampa e
Il Sole 24 Ore. Ha fatto parte di varie commissioni ministeriali di progettazione e di studio e scritto numerosi saggi, l'ultimo pubblicato è
L’assedio. La Costituzione e i suoi nemici (Longanesi, 2011).