Cos'è la Big Society?

Luci e ombre della proposta di Cameron

di Vittorino Ferla , pubblicato il 25 marzo 2011
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Il "potere alla gente", uno degli slogan più accattivanti di David Cameron, significa proprio che le persone e le associazioni di cittadini possono gestire da sole una serie di funzioni che normalmente sono monopolio dello Stato. Ne ha parlato alla fine di febbraio a Roma Lord Nat Wei, 33 anni, responsabile del Governo britannico per il progetto di Big Society. In realtà, la presenza a Roma di Wei – complici le assenze del governo italiano e della sua opposizione - è finita nel disinteresse generale. Ancora una volta si è persa un’occasione per aprire un confronto serio sull'argomento.

In Italia, il dibattito sulla Big Society non è mai decollato perché la maggioranza degli osservatori guarda al progetto con distacco, come fosse frutto di una cultura troppo lontana dalla nostra. I critici, spesso a priori, vi leggono il solito tentativo di smantellare lo stato e di tagliare posti pubblici. Tra questi molti provengono da quel mondo progressista che, guarda cin favore all'autonoma iniziativa del sociale e che quindi dovrebbero apprezzare l’idea di auto-organizzazione dal basso nel governo di beni comuni. E che invece appaiono spaventati dalla fine del dirigismo e del centralismo amministrativo: la Big Society sarebbe per loro solo un trucco usato per coprire drastici tagli con la retorica del nuovo civismo.

Viceversa, i tifosi della Big Society cantano le magnifiche sorti e progressive della proposta spesso per giustificare un approccio alla sussidiarietà in realtà assai discutibile, con la società civile che gestisce in modo corporativo i beni comuni: così si aprono spazi per soggetti quasi profit che presumono di garantire la libertà di scelta degli utenti, ma che in realtà stabiliscono nuove forme di discriminazione di fatto. In più, lo Stato, che pure apparentemente si ritira dall’intervento diretto nell’offerta di tali beni, si atteggia a negoziatore e appaltatore, spesso attraverso contiguità tutt’altro che trasparenti.

La Big Society rappresenta certamente una strategia nuova che merita attenzione. Ma, con serietà e realismo, occorrerà sciogliere alcuni nodi, specialmente in tema di responsabilità permanente delle istituzioni, di accesso universale ai diritti da parte dei cittadini, di strumenti per rendere effettivo l’empowerment delle organizzazioni civiche.

Quale potrebbe essere il ruolo dello Stato nel rafforzamento delle capacità dei cittadini di partecipare al governo delle politiche pubbliche? Le Istituzioni della Repubblica, come prevede lo stesso principio di sussidiarietà, hanno la missione di stimolare e supportare le organizzazioni civiche che si occupano dell’interesse generale, colmare le loro debolezze strutturali, tecniche e finanziarie, aumentarne le capacità di incidere nella vita del paese nei diversi ambiti d’intervento, con un investimento territoriale capillare. “Responsabilizzare” i cittadini è compito delle istituzioni che ha i suoi costi e rappresenta una vera e propria politica pubblica. Ma di questo impegno - molto serio, sia in termini culturali, che amministrativi ed economici – non c’è traccia nell’azione attuale del nostro governo.

In secondo luogo, dare spazio alla società civile, non può significare perdere di vista l’obiettivo di raggiungere e mantenere su tutto il territorio nazionale un alto livello qualitativo di risposte e un minimo di omogeneità territoriale che serve per far crescere il Paese tutto insieme e attutire le diseguaglianze tra regione e regione. Ora, è vero che oggi il tema dell’accesso, dell’universalità e della tutela eguale dei diritti sembra ormai quasi soltanto affare delle organizzazioni civiche. Ma è anche vero che le istituzioni pubbliche – anche per motivi di capacità e risorse disponibili effettive – non potrebbero esimersi da investimenti e interventi massivi in molteplici settori (istruzione, ricerca, infrastrutture, servizi sociali e sanitari, servizi di pubblica utilità, ecc.) con la duplice finalità di accompagnare le iniziative civiche e di consentire al Paese di muoversi tutto intero verso un obiettivo condiviso.





Vittorino Ferla è Direttore delle Relazioni Istituzionali di Cittadinanzattiva e componente della segreteria nazionale. Giornalista ed esperto di sussidiarietà. E' Direttore responsabile di Labsus.org





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tag:  big society   cittadini   beni pubblici   sussidiarietà  


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#1 da antonio caputo, inviato il 26/3/2011
COME EVITARE IL CORPORATIVISMO DELL'"ATORGANIZZAZIONE" DELLA SOCIETA' CIVILE
Va tutto bene. dinamismo, istanze dal basso, sussidiarieta', partecipazione.
Universalita' dei diritti fondamentali, no alle clientele, controllo democratico dal basso, trasparenza e legalita'.
Obiettivi che richiedono anche in Italia, come in 27 Paesi dell'Unione Europea (unica eccezione l'Italia) l'istituzione del Difensore Civico- Ombudsman - nazionale.
Per la tutela dei diritti fondamentali, per l'affermazione del diritto ad una "buona amministrazione=, strumento indispensabile per consentire alla societa' civile di esprimersi.
Strumento da connettere con il Mediatore europeo, col quale cooperano i Difensori Civici delle Regioni italiane, in attesa di una legge quadro sulla Difesa Civica.
Quel "potere negativo", assimilabile al Tribunato della Plebe o al Defensor Civitatis, proprio di democrazie mature, come la svedese e anche l'inglese o la tedesca e la francese, capace di avvicinare i cittadini alle Istituzioni, nel senso della trasparenza e dell'accesso informativo innanzitutto.
Promuoviamo una discussione e un movimento in tal senso!



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