Per vedere e per imparare

Paesaggio culturale, arte e ricerca oggi in Italia

di Francesca Cappelletti , pubblicato il 24 marzo 2011
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Si veniva in Italia, secondo Ludovico Guicciardini, che compie invece un famoso viaggio nel Nord dell’Europa nel secondo Cinquecento, “per vedere e per imparare”. Da vedere c’erano, nelle città italiane che erano definite la scuola del mondo, i capolavori degli artisti di un passato recente e di un presente importantissimo, da Raffaello a Michelangelo a Tiziano. Da alcuni di questi, con un po’ di fortuna nel caso si fossero incontrati, si poteva anche imparare direttamente. Gli stranieri si meravigliavano, con un po’ di invidia, della considerazione in cui gli artisti erano tenuti in Italia, dove si riservava, alle opere dell’ingegno e dello studio, il più grande favore.

Ma imparare dall’Italia era facile anche per il viaggiatore sprovvisto di ambizioni artistiche. C’erano le rovine dell’antichità, soprattutto a Roma, fra le quali passeggiare e trarre, oltre alla lezione della bellezza, anche quella della storia. La magnificenza delle pietre antiche, sgretolate o smaltate dalla luce nei diversi momenti del giorno, richiamava alla memoria la grandezza del passato, suscitando i primi studi antenati della moderna archeologia e i primi tentativi di conservazione e manutenzione, che oggi chiameremmo tutela. Già Leone X affidò a Raffaello l’incarico di soprintendere alle antichità, di evitare l’incuria e vigilare contro i furti, e le stesse preoccupazioni si ritrovano nelle legislazioni degli stati italiani preunitari per tutto l’Ottocento e nelle prime leggi a tutela del patrimonio del Regno d’Italia. Sempre nel corso dell’Ottocento, molte collezioni private, in tutte le città italiane, vennero acquisite dallo Stato e compirono quel delicato passaggio al museo che ne consentì l’apertura a un pubblico più ampio di visitatori.

La ricchezza del patrimonio storico artistico, diffuso in maniera capillare su tutto il territorio, quindi certamente più difficile da organizzare, conservare e valorizzare rispetto a un grande Museo della nazione, come per esempio il Louvre in Francia o il Prado in Spagna, è sempre stata, quindi, una caratteristica dell’Italia. Ne riflette la storia stessa, quella di stati e città indipendenti che si caratterizzavano per le scelte e i gusti artistici - pensiamo alle corti padane, come Mantova e Ferrara, alla rivalità per l’eccellenza della pittura fra le scuole fiorentine e veneziane - e è all’origine della gloria, del successo duraturo dell’Italia come sinonimo di arte e cultura.

L’Italia è stata ed è ancora agli occhi del mondo, un modello indiscusso proprio per la ricchezza e la diversificazione dei linguaggi artistici che ne ha fatto per secoli la meta di un viaggio dell’anima, come lo chiamava Goethe, alla scoperta non solo dei monumenti antichi e di opere straordinarie, ma anche alle radici stesse della cività occidentale. Possederle implica una grande responsabilità da parte di chi ne è custode, una responsabilità che gravava sui proprietari delle collezioni, sui pontefici del Rinascimento, sugli eruditi del Settecento che catalogavano le opere destinate al Museo e che adesso spetta allo Stato italiano.

E’ un patrimonio di cui essere orgogliosi e consapevoli; che si deve tutelare e rendere accessibile, che in gran parte è ancora da studiare.

Si è parlato molto, nei mesi scorsi, di tagli, di sprechi, di presunta inutilità della cultura, usando una spesso una stessa espressione, sia per i finanziamenti che per i tagli, definiti spesso, nella loro insensatezza, “a pioggia”. Ecco, è la metafora meteorologica - e la sua applicazione - che va rifiutata ancora prima dei tagli stessi. E’ come se si facesse riferimento a un fenomeno, come appunto quello del tempo, imprevedibile e incontrollabile. Sia sui (pochi) finanziamenti possibili alla cultura in questo momento che sui tagli, possiamo invece applicare le nostre capacità di giudizio e possiamo -dobbiamo - scegliere.

Ci sono certamente delle priorità, se è vero che a Pompei c’è un solo archeologo in servizio; se nelle Soprintentendenze più importanti mancano i funzionari storici dell’arte, quando invece molti giovani studiosi, dopo la specializzazione e il dottorato, rischiano di smarrire le loro energie intellettuali nell’impossibilità di trovare un lavoro che li impegni, li appassioni, metta a frutto le capacità e i saperi che hanno maturato negli anni di studio universitario. A volte anche i mondi più vicini sembrano delle galassie lontane, incomprensibilmente distanti. Una collaborazione fra le Università e le Soprintendenze sarebbe certamente auspicabile e l’acquisizione mirata di personale specializzato nel conservare e valorizzare il patrimonio sarebbe certamente una risorsa e non uno spreco.

Allo stesso modo vanno sostenuti i progetti di ricerca e di recupero del patrimonio che abbiano delle serie possibilità di trasformarsi in iniziative culturali importanti, in competenze specialistiche - penso per esempio a tutti gli studi e sperimentazioni nel campo del restauro e delle analisi dei materiali, in cui l’Italia è all’avanguardia - e non in temporanee e spesso fallimentari fiere della vanità. Anche le grandi mostre premiate dal pubblico sono quasi sempre basate su studi importanti, spesso di dimensione internazionale, durati anni, che rendono visibile un pezzo importante della storia e della civiltà.

Facciamo restare l’Italia, sostenendone la cultura che è la sua stessa storia e la sua stessa identità, un luogo dove si deve andare per vedere e per imparare.




Francesca Cappelletti è docente di Storia dell’Arte Moderna all’Università di Ferrara e direttrice scientifica della Fondazione Ermitage Italia. Lavora a progetti internazionali sulla storia del collezionismo e l’origine dei musei ed è fra i curatori della mostra Nature et Idéal. Le paysage à Rome 1600-1650, ora al Grand Palais di Parigi e poi al Museo del Prado di Madrid. Il suo ultimo libro è Caravaggio. Un ritratto somigliante (Electa, 2009).


Francesca Cappelletti è docente di Storia dell’Arte Moderna all’Università di Ferrara e direttrice scientifica della Fondazione Ermitage Italia. Lavora a progetti internazionali sulla storia del collezionismo e l’origine dei musei ed è fra i curatori della mostra Nature et Idéal. Le paysage à Rome 1600-1650, al Grand Palais di Parigi e poi al Museo del Prado di Madrid. Il suo ultimo libro è Caravaggio. Un ritratto somigliante (Electa, 2009).


tag:  cultura   patrimonio artistico   finanziamenti   identità  


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#4 da Mario Trabucco, inviato il 5/4/2011
Salve, sono uno di quei "giovani studiosi" che "dopo la specializzazione e il dottorato, rischiano di smarrire le loro energie intellettuali nell’impossibilità di trovare un lavoro che li impegni, li appassioni, metta a frutto le capacità e i saperi che hanno maturato negli anni di studio universitario" e ho molto apprezzato l'articolo della prof. Cappelletti. Nondimeno volevo arricchirlo, nei limiti delle mie scarne capacità, di qualche commento. Mi è molto piaciuto l'accenno al patrimonio culturale come risorsa, come elemento capace di attrarre flussi sia all'interno della dimensione nazionale che al suo esterno. Ritengo che questo concetto dovrebbe essere ampliato e che debba diventare uno dei motori di una nuova e più meditata politica economica nazionale, che ridimensioni l'importanza di ciò che non abbiamo e che vorremmo avere (grande industria in testa) per concentrarsi su ciò che invece è sotto gli occhi di tutti e che altri (la Grecia e la Turchia in testa) sono stati in grado meglio di noi di strutturare come una vera e propria industria nazionale. Abbiamo, come giustamente sottolineato, un patrimonio diffuso; tutt'altro che diffuso invece è lo sviluppo economico, con sperequazioni grandissime da una punta all'altra del Paese e tra centri metropolitani e hinterland. Puntare sul patrimonio culturale come perno del sistema turistico sarebbe certamente utile a diffondere un po' di sviluppo in modo più coerente con la localizzazione delle risorse. Inoltre va rilevato come il patrimonio culturale sia in effetti l'ideale per una politica economica che voglia incentivare l'imprenditoria giovanile. Si tratta infatti di un tipo di impresa in cui il bene produttivo è già dato, dai nostri antenati. Bisogna aggiungere un capitale minimo e tanta buona volontà, solo questo. Non è certo difficile come metter su una fabbrica, seppure di modeste dimensioni. In questo ambito le aperture all'iniziativa privata offerte dal nuovo Codice dei Beni Culturali e del Paesaggio sono fondamentali e ancora fortemente sottostimate. L'arte è sicuramente una risorsa, ma lo è anche dal punto di vista economico. Limitarsi, come talvolta si fa, ad un romantico vagheggiamento della rovina, ad una estatica contemplazione del bello, non porta sviluppo, a fronte di una spesa per la tutela e la conservazione che sarà tanto più giustificata quanto più la metteremo in condizione di produrre frutto. Con questo ovviamente non intendo dire che vada finanziata la tutela o la conservazione solo quando abbia una diretta ricaduta economica, lungi da me (sono pur sempre un archeologo). Ma è sotto gli occhi di tutti che un patrimonio vasto come il nostro, al di là delle mutevoli stime dei giornalisti, ha comunque dei costi di gestione che ancora sono tutti da calcolare nella loro complessità e a livello di frammentazione e polverizzazione della spesa data la diffusione (e dispersione) del nostro patrimonio. Se riusciamo a metterne a frutto almeno una parte tanto male non farà di certo. Ma lo Stato da solo non può farcela, questo va detto. Ogni giorno il numero dei beni e dei siti oggetto di tutela aumenta, mentre i fondi e l'organico del Ministero diminuiscono. E' qui che deve entrare in gioco quella sussidiarietà orizzontale tra privati e pubblico che sola può portare le risorse che mancano per un obiettivo tanto importante. Certo aprendo un po' gli occhi dobbiamo anche ammettere che non si può chiedere ai privati di dar soldi ad ufo. Il privato, specie se imprenditore, ha diritto a ricercare il suo utile, anche nella sponsorizzazione, anche nell'intervento di gestione. In due parole si tratta di accordare gli interessi di pubblico e privato in una mutua convenienza, che possa far bene al patrimonio, che viene tutelato maggiormente, e anche al pubblcio che si trova in condizione di fruire più beni nel modo migliore, a tutto vantaggio di quella economia diffusa intorno al patrimonio culturale (albergatori, ristorazione, settore viaggi, professionisti della cultura, guide turistiche, editori culturali, etc) che da solo può dare la scossa che manca all'economia nazionale e all'occupazione, soprattutto giovanile. Mario Trabucco Palermo

#3 da Daniele Conti, inviato il 28/3/2011
La cultura di un Paese è lo specchio di una società, nel senso più alto del termine, e delle persone che la compongono. Lasciar da parte la nostra cultura significa abbandonare una parte di noi stessi all'incuria, all'oblio ed all'indifferenza, senza rendersi conto che le intemperie ne stanno erodendo lentamente la sua ricchezza. Senza rendercene conto noi italiani stiamo perdendo lo spessore della nostra cultura e memoria, della nostra anima. Il mondo ci sbeffeggia perchè siamo noi i primi a non capire il nostro valore.

#2 da Alessandro Dal Col, inviato il 25/3/2011
Credo che il miglior modo per preservare il nostro patrimonio artistico e culturale sia quello di valorizzarlo, mettendo il turismo culturale al centro delle attività del Sistema Paese. Vi sono migliaia di piccole realtà economiche turistiche che andrebbero supportate nella ricerca di clienti all'estero (magari attraverso percorsi più efficaci di quelli proposti dai carrozzoni pubblici, ENIT in testa). Oltre a questo dobbiamo migliorare la percezione che c'è all'estero del nostro paese.

#1 da Giulio Portolan, inviato il 24/3/2011
L'archeologia rimanda al senso del tempo per l'uomo moderno. Ma nella prospettiva dei milioni di anni futuri, i resti passati sono polvere. Ciò che conta nello studio dell'antichità è la capacità dell'uomo di riprodurne la bellezza. La bellezza nelle diverse epoche della storia segue canoni che non sono confrontabili tra loro. Le epoche non si succedono progressivamente, e nulla esclude nel futuro il ritorno del passato. Per questo questi modelli devono permandere a futura memoria. L'uomo è creatore di forme che lo vuole Nietzsche. Sbaglia il Maestro Giulini quando dice che la musica classica non potrà prdurre più niente. E' il sistema economico che lo impedisce, che soffoca il parto del genio, sempre attuale, sempre prennemente rivolto al futuro. Il futuro non è il transumanismo dell'arte, ma è il canone classico. La bellezza è univoca e la tecno-scienza può solo imitarla, partorendo i mostri della presunzione prometeica.



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