Si veniva in Italia, secondo Ludovico Guicciardini, che compie invece un famoso viaggio nel Nord dell’Europa nel secondo Cinquecento,
“per vedere e per imparare”. Da vedere c’erano, nelle città italiane che erano definite la scuola del mondo, i capolavori degli artisti di un passato recente e di un presente importantissimo, da Raffaello a Michelangelo a Tiziano. Da alcuni di questi, con un po’ di fortuna nel caso si fossero incontrati, si poteva anche imparare direttamente. Gli stranieri si meravigliavano, con un po’ di invidia, della considerazione in cui gli artisti erano tenuti in Italia, dove si riservava, alle opere dell’ingegno e dello studio, il più grande favore.
Ma imparare dall’Italia era facile anche per il viaggiatore sprovvisto di ambizioni artistiche. C’erano le rovine dell’antichità, soprattutto a Roma, fra le quali passeggiare e trarre, oltre alla lezione della bellezza, anche quella della storia. La magnificenza delle pietre antiche, sgretolate o smaltate dalla luce nei diversi momenti del giorno, richiamava alla memoria la grandezza del passato, suscitando i primi studi antenati della moderna archeologia e i primi tentativi di conservazione e manutenzione, che oggi chiameremmo tutela. Già Leone X affidò a Raffaello l’incarico di soprintendere alle antichità, di evitare l’incuria e vigilare contro i furti, e le stesse preoccupazioni si ritrovano nelle legislazioni degli stati italiani preunitari per tutto l’Ottocento e nelle prime leggi a tutela del patrimonio del Regno d’Italia. Sempre nel corso dell’Ottocento, molte collezioni private, in tutte le città italiane, vennero acquisite dallo Stato e compirono quel delicato passaggio al museo che ne consentì l’apertura a un pubblico più ampio di visitatori.
La ricchezza del patrimonio storico artistico, diffuso in maniera capillare su tutto il territorio, quindi certamente più difficile da organizzare, conservare e valorizzare rispetto a un grande Museo della nazione, come per esempio il Louvre in Francia o il Prado in Spagna,
è sempre stata, quindi, una caratteristica dell’Italia. Ne riflette la storia stessa, quella di stati e città indipendenti che si caratterizzavano per le scelte e i gusti artistici - pensiamo alle corti padane, come Mantova e Ferrara, alla rivalità per l’eccellenza della pittura fra le scuole fiorentine e veneziane - e è all’origine della gloria, del successo duraturo dell’Italia come sinonimo di arte e cultura.
L’Italia è stata ed è ancora agli occhi del mondo, un modello indiscusso proprio per la ricchezza e la diversificazione dei linguaggi artistici che ne ha fatto per secoli la meta di un viaggio dell’anima, come lo chiamava Goethe, alla scoperta non solo dei monumenti antichi e di opere straordinarie, ma anche alle radici stesse della cività occidentale.
Possederle implica una grande responsabilità da parte di chi ne è custode, una responsabilità che gravava sui proprietari delle collezioni, sui pontefici del Rinascimento, sugli eruditi del Settecento che catalogavano le opere destinate al Museo
e che adesso spetta allo Stato italiano. E’ un patrimonio di cui essere orgogliosi e consapevoli; che si deve tutelare e rendere accessibile, che in gran parte è ancora da studiare. Si è parlato molto, nei mesi scorsi, di tagli, di sprechi, di presunta inutilità della cultura, usando una spesso una stessa espressione, sia per i finanziamenti che per i tagli, definiti spesso, nella loro insensatezza, “a pioggia”. Ecco, è la metafora meteorologica - e la sua applicazione - che va rifiutata ancora prima dei tagli stessi. E’ come se si facesse riferimento a un fenomeno, come appunto quello del tempo, imprevedibile e incontrollabile.
Sia sui (pochi) finanziamenti possibili alla cultura in questo momento che sui tagli, possiamo invece applicare le nostre capacità di giudizio e possiamo -dobbiamo - scegliere.Ci sono certamente delle priorità, se è vero che a Pompei c’è un solo archeologo in servizio; se nelle Soprintentendenze più importanti mancano i funzionari storici dell’arte, quando invece molti giovani studiosi, dopo la specializzazione e il dottorato, rischiano di smarrire le loro energie intellettuali nell’impossibilità di trovare un lavoro che li impegni, li appassioni, metta a frutto le capacità e i saperi che hanno maturato negli anni di studio universitario. A volte anche i mondi più vicini sembrano delle galassie lontane, incomprensibilmente distanti. Una collaborazione fra le Università e le Soprintendenze sarebbe certamente auspicabile e l’acquisizione mirata di personale specializzato nel conservare e valorizzare il patrimonio sarebbe certamente una risorsa e non uno spreco.
Allo stesso modo vanno sostenuti i progetti di ricerca e di recupero del patrimonio che abbiano delle serie possibilità di trasformarsi in iniziative culturali importanti, in competenze specialistiche - penso per esempio a tutti gli studi e sperimentazioni nel campo del restauro e delle analisi dei materiali, in cui l’Italia è all’avanguardia - e non in temporanee e spesso fallimentari fiere della vanità. Anche le grandi mostre premiate dal pubblico sono quasi sempre basate su studi importanti, spesso di dimensione internazionale, durati anni, che rendono visibile un pezzo importante della storia e della civiltà.
Facciamo restare l’Italia, sostenendone la cultura che è la sua stessa storia e la sua stessa identità, un luogo dove si deve andare per vedere e per imparare.
Francesca Cappelletti è docente di Storia dell’Arte Moderna all’Università di Ferrara e direttrice scientifica della Fondazione Ermitage Italia. Lavora a progetti internazionali sulla storia del collezionismo e l’origine dei musei ed è fra i curatori della mostra Nature et Idéal. Le paysage à Rome 1600-1650, ora al Grand Palais di Parigi e poi al Museo del Prado di Madrid. Il suo ultimo libro è Caravaggio. Un ritratto somigliante (Electa, 2009).