Il bipolarismo all'italiana senza politica estera
Il Sole 24 Ore
pubblicato il 22 marzo 2011
di Andrea Romano
Lo spettacolo di una coalizione di governo che si presenta divisa all'appuntamento della crisi militare internazionale è un grande classico della Seconda Repubblica. Fin dal 1997, quando Romano Prodi fu costretto a cercare il sostegno del centro-destra per varare la missione in Albania contro il parere di Bertinotti, ne hanno fatto le spese tutti i presidenti del Consiglio con la sola eccezione del breve governo di Giuliano Amato.
Si potrebbe sostenere che non vi sia alcuna novità nelle ultime manifestazioni di neutralismo della Lega, che già in occasione della guerra del Kosovo si era spesa con grande energia in favore del regime di Milosevic. Secondo questa lettura, il bipolarismo all'italiana avrebbe il suo punto di maggior debolezza sulla politica estera. E la crisi libica non sarebbe che l'ultimo episodio della tendenza ad affrontare le crisi internazionali con maggioranze trasversali per definizione traballanti, dalle quali si escludono ora i partiti della sinistra radicale ora i campioni del localismo padano e anti-globalista.
Sulla carta è tutto vero. Ma nella realtà politica dei nostri giorni un problema esiste, con dimensioni molto considerevoli. Perché non è detto che quanto accadeva nel '97 sia vero anche dopo quattordici anni, nonostante l'impressione d'immobilismo che ci viene dalla politica italiana. Il problema esiste e riguarda soprattutto Silvio Berlusconi, il quale è stato dominus democratico per gran parte di questo quindicennio ma che non è riuscito a dotarsi di un profilo di politica estera ben riconoscibile. Un profilo di coalizione che sia capace di resistere alla prova delle armi, come accade oggi, ma che in prospettiva si possa immaginare anche come un'eredità politica in grado di sopravvivere alla sua leadership.
Si è già scritto dei limiti della diplomazia personale del Cavaliere e della debolezza che ne deriva per gli interessi nazionali, come in queste ore ci racconta la nostra difficoltà a trovare uno spazio di manovra tra il nuovo protagonismo francese e la più tradizionale confusione europea. Il ministro Frattini ha ragioni di merito e di metodo nel pretendere che la Nato diventi il luogo istituzionale di comando delle operazioni. Ma l'impressione è che per l'Italia la frittata sia fatta e che niente ci possa restituire quel vantaggio di partenza che avremmo potuto vantare nella crisi libica, se solo si fosse investito di più nella gestione e nel disegno del dopo-Gheddafi. Eppure non è stato solo un problema di rapporti personali o di tempismo dell'azione diplomatica. Il punto riguarda la coincidenza tra la debolezza del governo e l'emergenza libica, che di colpo è diventata il pettine al quale stanno venendo i nodi di un berlusconismo che non è riuscito a diventare una stabile cultura di governo anche in politica estera.
Il neutralismo leghista sarebbe ben poca cosa se il "duro monito" di Calderoli contro le "operazioni colonialiste" (e anche in questo caso si noterà la sua lontananza dalla più concreta moderazione di Maroni) avesse potuto essere assorbito da una coalizione di governo con le idee chiare su cosa fare e quando farlo. Ma non è questo il caso. E oggi, piuttosto che per il peso residuo di un pacifismo anti-occidentale sempre più contorto e incapace di distinguere tra il fascino dell'impotenza e le ragioni dei deboli, la politica estera italiana si fa notare per la mancanza di una guida credibile e riconoscibile proprio nel momento in cui ce ne sarebbe più bisogno.