Se venisse chiesto ai cittadini ed agli operatori economici quale debba essere l’obiettivo prioritario perseguito da una riforma sulla giustizia, sono quasi certo che
risponderebbero: “l’efficienza”. Auspicherebbero, in particolare, tempi ragionevoli per la conclusione definitiva dei processi e tempi ugualmente molto ristretti per poi ottenere l’esecuzione delle decisioni giudiziarie.
Questo modesto, ma davvero importante obiettivo troverebbe, almeno in astratto,
d’accordo anche la maggioranza degli avvocati e dei magistrati. E’ convinzione oramai diffusa, infatti, che
il cattivo funzionamento della macchina giudiziaria incida, in primo luogo, negativamente sui rapporti sociali, perché non consente una rapida soluzione dei conflitti reali e potenziali. Ma
incide persino sullo sviluppo dell’economia; studi di organismi internazionali hanno individuato fra le cause dei limitati investimenti di imprese, gruppi finanziari e banche straniere in Italia anche le difficoltà di ottenere una efficace risposta giudiziaria.
Un processo per ottenere la risoluzione di un contratto o un risarcimento di un danno impiega mediamente dai 7 ai 10 anni per i tre gradi di giudizio e poi dopo, se il soccombente non eseguirà spontaneamente gli obblighi stabiliti nella sentenza, ci vorranno altri 4 o 5 anni per cercare di ottenere soddisfazione effettiva. Allo stesso modo se si è parte civile in un giudizio penale per truffa è probabile che all’esito del complessivo giudizio il tutto si concluderà con una prescrizione che imporrà di rivolgersi al giudice civile per ottenere soddisfazione. Un cittadino (o peggio ancora un imprenditore) coinvolto in un processo penale, (con le conseguenze che questo potrà avere sulla sua vita di relazione e sulle sue attività economiche) che ritiene di avere ragioni per essere assolto difficilmente riuscirà ad esserlo, anche se imputato di un reato minore (cosiddetto bagattellare), prima di 4 o 5 anni.
Questi sono i veri problemi che avvertono coloro che entrano in contatto con il sistema giudiziario nazionale e la soluzione di essi, certamente non semplice, non richiede complicate alchimie costituzionali.
Basterebbe, invece,
ammodernare la macchina giudiziaria, investendo in uomini e risorse, tagliare i rami secchi, costituti da tribunali piccoli, cercare di intervenire su procedure in qualche caso bizantine, informatizzandole o razionalizzandole; credo che solo nel nostro paese colui che riceve una “multa” per divieto di sosta, dell’importo di meno di 40 euro, possa adire tre gradi di giudizio!
Bisognerebbe anche avere il coraggio di ridurre il contenzioso, riservando la giurisdizione – sia civile che penale –
alle controversie che davvero la meritano o evitando che qualunque ipotesi di contrasto finisca davanti ad un giudice.
Le soluzioni proposte si scontrerebbero certamente con non poche resistenze corporative, ma chi volesse passare alla storia come il riformatore “epocale” forse potrebbero pensare a sciogliere questi nodi.
Raffaele Cantone è un magistrato italiano. Fino al 2007 è stato pubblico ministero presso la Direzione Distrettuale Antimafia di Napoli dove si è occupato delle indagini sul clan camorristico dei Casalesi. Vive sotto scorta dal 2003. E’ autore di diversi libri. Attualmente lavora presso l'Ufficio del Massimario della Suprema Corte di Cassazione.