La concorrenza come bene pubblico
Mercati liberi fanno imprese libere di crescere e di competere
di
Luca di Montezemolo ,
pubblicato il 10 marzo 2011
L’Italia ha bisogno di più concorrenza a tutti i livelli della sua vita pubblica. Ne ha bisogno la politica, da troppi anni al riparo da meccanismi di competizione interna e che anche per questo deve mettere al centro del paese l’impresa: non già come categoria sociale o come soggetto da proteggere, ma come strumento di crescita economica e civile. Nelle fasi di espansione economica, sono stati la concorrenza e il mercato ad aver fatto crescere il mondo a ritmi sconosciuti. L’Italia, con la sua crescita vicina allo zero, è un’eccezione. Tale eccezione non è dovuta all’aumento della concorrenza internazionale, ma alla nostra scarsa competitività. È lì che dobbiamo intervenire. Non possiamo frenare il mondo, perché noi possiamo farcela.
Accanto ad imprese manifatturiere che competono bene sui mercati mondiali, abbiamo lavoratori preparati, famiglie industriose, amministratori pubblici impegnati, ricercatori ed intellettuali noti nel mondo. Abbiamo copioso risparmio. Abbiamo un Paese meraviglioso e abbiamo bisogno di mercati liberi dove le imprese possano crescere e competere. Quello che ci manca è l’assunzione della concorrenza e del mercato come valori fondanti del nostro essere una comunità nazionale capace di crescere: valori che sarebbe bene potessero essere fatti circolare tra i nostri ragazzi fin dalla scuola, anche per contrastare i troppi pregiudizi storici che in Italia vi si oppongono da decenni.
Mercati liberi fanno imprese libere di crescere e di competere. Noi lo sappiamo bene. E’ la nostra storia di imprenditori italiani, è la nostra esperienza di imprese che sono cresciute in giro per il mondo. Ma in Italia - e anche in molte zone d’Europa - non abbiamo molti mercati liberi. E la concorrenza ha tanti nemici, tanti avversari. Soprattutto nel nostro Paese, dove funziona spesso la cultura del “battitore libero”, del free rider. Ossia quella del furbo, che agisce al riparo di regole corporative, regole che vuole egli stesso poter aggirare, quando gli serve. In questa cultura possono emergere – come sta accadendo - veri fenomeni degenerativi nell’area grigia ai confini tra il pubblico e il privato. L’esempio macroscopico è quella sorta di neo-statalismo municipale che si sta diffondendo a macchia d’olio nei nostri comuni, nelle province, nelle regioni, insomma negli Enti locali di ogni colore. Nel 1996 c’erano 30 aziende municipalizzate in forma di SpA, oggi ce ne sono oltre 800.
Sta avvenendo il contrario di quanto sarebbe necessario: invece di liberalizzare il mercato, si allarga la concorrenza sleale di chi opera in regimi protetti con i soldi dei cittadini. Non solo: si sottraggono spazi vitali per iniziative veramente imprenditoriali dove soprattutto le nostre piccole e medie imprese potrebbero essere protagoniste. Questo comporta una discriminazione odiosa tra imprenditori, troppo spesso divisi tra coloro che rischiano e investono con coraggio e coloro che invece possono operare in settori protetti al riparo dalla vera concorrenza. D’altra parte proprio le liberalizzazioni sono le vittime eccellenti della “politica degli annunci” che affligge il nostro Paese. Quante volte abbiamo sentito parlare di grandi ondate di liberalizzazioni, senza che vi fosse alcuna conseguente decisione operativa? Quante volte abbiamo visto governi che si dicevano liberali solo a parole, ma in realtà incapaci di aprire nuovi spazi di concorrenza?
Tutto ciò non è senza costi per i cittadini e per le imprese. Sprechi e inefficienze si traducono infatti in una sorta di tassazione occulta, fatta di tariffe elevate per servizi di scadente qualità, prestati in condizioni di assoluto monopolio. E questo è esattamente il contrario della riduzione delle tasse. Questa cultura va cambiata. E occorre farlo in fretta se non vogliamo perdere altro terreno. Abbiamo vissuto troppo a lungo un’epoca di assistenzialismo. Ed oggi abbiamo un Paese che si è imborghesito senza aver creato una vera borghesia che sia classe dirigente!
Presidente di Italia Futura