L’Italia è penultima in Europa, seguita solo da Malta, per tasso di occupazione femminile. Solo il 45.8% delle donne tra i 15 e i 64 anni lavora sul mercato. Il 27.1% delle donne occupate abbandona il lavoro dopo la maternità.
Recenti dati Eurostat pubblicati in occasione dell’8 marzo mostrano anche che per la coorte 25-64 anni, il tasso di occupazione delle donne senza figli è pari al 63.9%, con un figlio scende al 59%, con due figli al 54.1% e con tre o più figli crolla al 41.3%.
Per i padri invece si osserva un trend opposto: il tasso di occupazione aumenta quando in famiglia arrivano i bambini.Queste tendenze sono particolarmente accentuate nel nostro Paese rispetto al resto d’Europa.
Eppure in Italia il differenziale di genere dell’istruzione è ormai superato, anzi è invertito: oggi il 60% dei laureati è donna, un risultato migliore di Stati Uniti e Regno Unito.
Seguendo il ragionamento elaborato nel nostro libro
“Donne in attesa. L’Italia delle disparità di genere” (Egea, 2010), quello che osserviamo è il risultato di un insieme di fattori che potremmo definire familiari, culturali e istituzionali. In particolare, la (mancata) condivisione delle responsabilità familiari e del lavoro di cura nella coppia limita molto le opportunità lavorative delle donne italiane.
La famiglia italiana è ancora basata su una marcata divisione dei ruoli, con la donna protagonista del lavoro domestico e della cura dei figli. Sulle mamme ricade un’enorme quantità di lavoro che, insieme ai costi diretti di cura da sostenere, le induce a smettere di lavorare o blocca le loro carriere.
Su questa asimmetria nella divisione del lavoro nella coppia
si innesta inoltre un circolo vizioso: le imprese anticipano che la donna sarà meno dedita al lavoro e più alla cura della casa e della famiglia e preferiscono assumere o promuovere uomini. Nella coppia, se la donna guadagna di meno o ha meno possibilità di carriera, sarà lei a dedicarsi di più al lavoro domestico e all’attività di cura. Le aspettative delle imprese si rivelano corrette e il cerchio si chiude.
Una misura per iniziare a sbloccare questo equilibrio è rappresentata dai congedi di paternità, un periodo riservato esclusivamente ai padri, non cedibile alla madre e pienamente retribuito.
Congedi di questo tipo sono presenti in alcuni paesi Europei e sono in discussione nel nostro paese, attraverso
la proposta di legge di Alessia Mosca e Barbara Saltamartini,
che prevede il papà a casa per quattro giorni alla nascita del figlio, obbligatoriamente e con retribuzione piena. Quattro giorni sono davvero pochi, ma la proposta va nella direzione giusta. I congedi di paternità esclusivi aiuterebbero a promuovere la cultura della condivisione della cura dei figli, delle responsabilità e diritti tra madri e padri.
Aiuterebbero anche a rimuovere la percezione che la maternità, all’interno dell’impresa, riguardi unicamente le donne e modificherebbe la prassi secondo cui il tema della gestione della maternità e dei costi organizzativi ad essa associati debba essere affrontato solo quando una dipendente diventa mamma, ma non quando un dipendente diventa papà,
con conseguenze positive sulla parità di occupazione, salari e carriere.
Alessandra Casarico è professore associato di scienza delle finanze all’Università Bocconi e direttore di Econpubblica, Centro di Ricerca sull’Economia del Settore Pubblico dell’Università Bocconi. Dal 2007 collabora con Il Sole 24 Ore in qualità di esperta su temi di occupazione femminile. Ha pubblicato in diverse riviste di prestigio.Paola Profeta è professore associato di scienza delle finanze all’Università Bocconi, Research Fellow di Econpubblica e del Centro Dondena sulle Dinamiche Sociali. Dal 2007 scrive per Il Sole 24 Ore in qualità di esperta sui temi di occupazione femminile. Ha pubblicato in diverse riviste internazionali di prestigio. Sui sistemi fiscali ha scritto una monografia per E. Elgar e curato una serie di volumi per Routledge.