I sanguinosi eventi in Libia hanno sorpreso l'Italia, l'Europa e gli Usa, che all'inizio sono rimasti attoniti e indecisi. Per due motivi. Il primo, i giganteschi interessi coinvolti. Il secondo, la crescente incapacità di fare previsioni sulle tendenze del mondo contemporaneo globalizzato e post-americano. Ancora una volta, dopo l’11 settembre,
falliscono i professionisti: soprattutto
i sempre più autoreferenziali servizi di sicurezza occidentali, insieme alla comunità di analisti ed esperti che hanno fatto una magra figura, pari solo a quella dei sovietologi nel 1989.
Questa “nebbia” è molto imbarazzante per l'Italia, che in Libia ha tradizioni e legami che nessuno può vantare: eppure sembriamo uno scolaretto che balbetta impreparato in un'improvvisa interrogazione. Questa impreparazione chiama in causa la povertà delle risorse scientifiche dedicate ad un mondo per noi molto importante (quando finanzierà lo Stato italiano un vocabolario arabo-italiano degno di questo nome?) come anche l'efficienza analitica degli apparati di sicurezza e la difficoltà italiana di pensarsi nel nuovo mondo di oggi.
Eppure
gli interessi coinvolti sono di grande portata e messi a repentaglio da quella che in Libia sembra una secca alternativa tra restaurazione o rivoluzione. Per la Libia, al contrario degli altri paesi arabi, sembra infatti abbastanza calzante il paragone della rivoluzione iraniana del 1979. E in mancanza di un condizionamento esterno, una rivoluzione fuori controllo metterebbe in discussione gli interessi petroliferi nel “Kuwait” del Nord Africa.
Ecco quindi il repentino cambio di passo della comunità internazionale. Finora essa seguiva un omertoso piano A: sperare che Gheddafi rimanesse al potere. Di qui i palesi imbarazzi e gli inspiegabili silenzi europei. Qualche giorno dopo gli eventi del 17 febbraio, è apparso però sempre più chiaro che lo status quo non avrebbe tenuto.
Quindi si è passati all'interventismo del piano B: per due motivi, uno confessabile e uno no. Il primo, è far vedere di voler accelerare tale passaggio mollando l'ex alleato, per cercare di non rimanere sotto le macerie. C'è, infatti, molto da farsi perdonare dai possibili vincitori:
le armi con cui Gheddafi spara sulla folla e sugli oppositori sono vendute per lo più da paesi europei. Secondo un rapporto dell’Unione Europea di gennaio, nel 2009 la Ue ha venduto armi alla Libia per 343 milioni di euro, assicurandosi una ricca fetta nella riapertura di questo mercato avvenuta dopo lo sdoganamento di Gheddafi del 2003. In questa lista fanno la parte del leone l'Italia – con più di metà della somma, se si conta che gli 80 milioni di Malta sono una probabile triangolazione italiana -, seguita dalla Germania – che ha anche curato l'imbarazzante training delle forze speciali di Gheddafi - e poi da Francia e Gran Bretagna.
Non a caso oggi la voce più limpida contro Gheddafi è quella degli Usa, che da questo mercato sono stati estromessi oramai da decenni. Il mutare dello status quo coglie questi paesi con le braghe calate: cercando di non inciampare si affrettano verso un riparo, seguendo per ora le più decise volontà del Congresso Usa.
La preoccupazione non è però certo verso un mercato delle armi che comunque è già saturo, bensì verso corposi interessi petroliferi. La politica parsimoniosa delle riserve che Gheddafi portava avanti pensando di gestire un patrimonio personale, infatti fa ora della Libia una specie di paese di Bengodi: malgrado sia dal punto di vista petrolifero un paese “maturo”, con pochi giacimenti scoperti dopo il 1990, ciononostante mantiene intatte metà delle sue riserve e una produzione costante di circa 2 milioni di barili al giorno sugli 88 mondiali.
L'interventismo del piano B offre poi una copertura per allacciare relazioni bilaterali privilegiate con parti della composita e spuria coalizione anti-Gheddafi. La sua funzionalità è dunque anche nel suo possibile risvolto separatista. Al momento gli insorti siedono sui campi petroliferi ad est, mentre il colonnello su un mucchio di sabbia ad ovest. E sarebbe certo più vantaggioso trattare con autorità solo locali piuttosto che con uno Stato centrale.
La Gran Bretagna sembra così puntare in modo sottilmente antitaliano a rapporti con le tribù della Cirenaica e ieri Cameron si è affrettato a dichiarare sospese le vendite di armi alla Libia. La Francia e la Germania – ma anche Russia e Cina - sembrano invece puntare sugli spezzoni di regime che sono passati con gli insorti, mentre gli Usa si tengono le mani libere e puntano ad un rinnovamento del quadro complessivo che li vedrebbe ritornare alla grande dopo anni di assenza.
L'Italia, occupata in altro, si offre senza bussola un po' a chiunque - e così a nessuno -
le possa garantire il mantenimento della presenza Eni. Dovrebbe piuttosto farsi alfiere di un piano C: una strategia combinata di assistenza umanitaria, rottura dei legami militari con il passato regime e un exit strategy per Gheddafi e il suo clan, come unica
proposta capace di tutelare ad un tempo la popolazione libica, l'integrità territoriale del paese e anche i nostri interessi nazionali.
Fabio Nicolucci è coordinatore del Master in Studi di Intelligence e Sicurezza Nazionale presso la Link Campus University of Malta.