A voi la parola
Storia di un'impresa artigiana che resiste
Non è un paese per imprenditori, i vostri racconti
di
Ivan Lenzetti ,
pubblicato il 24 febbraio 2011
Burocrazia, costo del lavoro, lentezza dei negoziati sindacali e della giustizia civile, assenza di una politica industriale e del lavoro. Per questi ed altri motivi l'Italia, ricca di talento e creatività, non è un paese per imprenditori. Pubblichiamo oggi il primo di una serie di racconti di chi ci prova lo stesso.Brevemente descrivo la nostra attività, nel settore della subfornitura meccanica e più precisamente nella costruzione di particolari meccanici di macchine automatiche per il packaging, mercato trainante almeno nel bolognese, dove
poche aziende leader di mercato, a livello mondiale, hanno negli anni costruito e mantenuto migliaia di piccole imprese artigiane, esclusivamente al loro servizio, facendole crescere, innovare e strutturare per fornire sempre maggior qualità e costi ridotti; in tanti casi, queste piccole aziende erano pressoché mono-cliente, dove il titolare, molto spesso un fuoriuscito dalla stessa azienda committente, con le sue capacità, formava personale altamente specializzato e tarato sulle specifiche esigenze del cliente.
Negli anni del boom, dal 1980 ai primi del 2000, nonostante qualche crisi ciclica del settore,
più o meno tutti si sono “arricchiti”, anche qualche piccolo artigiano è diventato grande, il più delle volte a scapito del cliente, poi dal 2000 la tendenza si è un po’ invertita, si sono aperti nuovi mercati, l’offerta di subfornitura si è moltiplicata nei paesi in via di sviluppo e molte aziende hanno investito denaro in quei paesi, economicamente più vantaggiosi, ma con scarse competenze e qualità delle lavorazioni, ma d’altra parte l’economicità era tale da invogliare ingenti investimenti in stabilimenti e formazione del personale.
In questi ultimi anni, oltre alla delocalizzazione, secondo il mio parere è avvenuta anche una sorta di
“demonizzazione” del fornitore locale, troppo esigente dal punto di vista economico, ma anche dal punto di vista organizzativo; è vero che, come ho detto prima, molti artigiani se ne sono approfittati del cliente, ma anche il cliente stesso, negli anni ha generato esigenze di struttura, volte al miglioramento del servizio e comunque richiesto anche per far fronte alle normative che via via diventavano sempre più stringenti e complesse, che hanno generato costi indiretti notevoli e hanno fatto si che
l’artigiano bravo a lavorare diventasse più improduttivo, in modo da sopperire alle carenze organizzative del cliente stesso.
Negli anni pre-crisi, già
il cliente non riconosceva più al subfornitore “il servizio”, ad esempio a noi è successo che un grosso cliente che ci commissionava gruppi meccanici in fornitura completa e per il quale noi gestivamo anche il magazzino ricambi, dapprima non riconoscesse più l’onere finanziario del magazzino, poi non ci supportasse più nelle previsioni di vendita (cosa che ci impediva di raggiungere performance elevate nella riduzione di tali oneri), fino ad arrivare a suggerirci di gestire un magazzino “just in time” di 10000 articoli!
Poi è arrivata la crisi, oltre alla delocalizzazione, le scarse vendite del cliente hanno generato una sensibile riduzione degli ordinativi a noi subfornitori, in quanto il lavoro veniva svolto prima internamente al cliente, poi dato alle aziende estere più economiche e ciò che rimaneva (veramente poco) a noi artigiani locali.
Quindi chi ha potuto licenziare o aveva riserve liquide in conto corrente è sopravvissuto,
gli altri hanno chiuso o si sono fortemente indebitati e al prossimo “soffio di vento” voleranno via.
Vorrei riflettere su alcune cose, prima di tutto sul fatto che
l’Italia è un paese prevalentemente manifatturiero, con forti competenze pratiche, dove però
la scuola non forma giovani lavoratori ma la formazione è demandata alle aziende, le aziende artigiane ora non possono più permettersi di avere costi indiretti elevati a scapito dell’organizzazione e del tempo da dedicare alla formazione di giovani lavoratori, se assumo oggi qualcuno, devo avere già il lavoro per coprire il suo costo, ma soprattutto la persona deve già saper lavorare come mi serve e deve essere produttiva,
avrei bisogno di flessibilità da parte dei lavoratori, ma sembra che per alcuni di loro l’importante sia lavorare dalle 8 alle 17, avere garantito un pasto e guai a scendere sotto i 1.300 euro netti di stipendio (come biasimarli, considerando il costo della vita), ma fino ai 1.500 netti, si è sempre in pericolo di abbandono (un dipendente è un investimento, se va via perdo l’investimento).
E’ impossibile per un azienda artigiana fare ricerca innovativa, può al limite fare innovazione di processo ma non di prodotto, il prodotto è del committente, non può dotarsi di un commerciale per andare a vendere il suo servizio, non ha la capacità finanziaria,
bisogna dialogare con le aziende che hanno “il mercato” e trovare una soluzione che soddisfi tutti, ma l’artigiano deve fare l’artigiano, eseguire al meglio ciò che il cliente chiede, rispettando qualità, tempi di consegna e prezzo.
Bisogna che i committenti mettano in condizione noi artigiani di farlo e poter garantire una relativa certezza di continuità ai propri lavoratori, che a loro volta devono capire che i nostri concorrenti (quindi anche loro concorrenti), sono popoli ancora da “civilizzare” in materia di condizioni di lavoro, che prima o poi ci arriveranno ai nostri standard qualitativi, di sicurezza sul lavoro, di qualità della vita, ma fino ad allora siamo noi a dover scendere di livello, è un problema culturale, è uno sforzo culturale quello che si chiede, non tanto di lavorare di più o con migliore qualità di esecuzione, ma ci vuole una migliore organizzazione del lavoro, di sfruttamento degli impianti e degli investimenti fatti dall’azienda, senza troppe discussioni sindacali, o diritti acquisiti, dobbiamo
lavorare tutti, quando richiesto, come richiesto, con il fine ultimo di massimizzare la produttività dell’azienda, cui il committente si è affidato per, a sua volta, ottimizzare la propria.
Non dobbiamo diventare come i cinesi che lavorano senza sicurezza, giorno e notte, mangiando solo una ciotola di riso al giorno, dormendo in azienda,
ma quelli sono i nostri concorrenti e non dobbiamo ignorarlo, dobbiamo fare un passo indietro noi, mentre ne fanno uno avanti loro, per il bene del nostro paese, dei nostri figli e delle prossime generazioni, che forse potranno trasformare il nostro paese da manifatturiero a ricercatore, ma per ora bisogna rimboccarsi le maniche, non guardare in faccia a nessuno e lavorare, rispettandosi l’un l’altro, operai, impiegati, “padroni” e con organi di vigilanza che tutelino la salute e la dignità di ognuno, senza eccedere nelle pretese né da una parte, né dall’altra e
la ricetta c’è, si chiama buon senso.
Ivan Lenzetti, 36 anni, è socio di un'impresa artigianale di subfornitura meccanica nel settore del packaging. E' membro del consiglio dell'unione produzione di Cna-Bologna e ha collaborato, nell'ambito dello sviluppo dei propri prodotti, con vari istituti universitari di ricerca.E' possibile spedire i propri racconti a lavostrastoria@italiafutura.it o ilvostroeditoriale@italiafutura.it