Se il mondo irrompe in Italia
Qualcosa si muove negli equilibri del capitalismo italiano
di
Italia Futura ,
pubblicato il 16 febbraio 2011
L'Italia è un mondo a sé. Abbiamo spesso ceduto alla tentazione di ritenere che i processi di modernizzazione economica, sociale e politica potessero restare fuori dalla nostra porta. E' una convinzione radicata in primo luogo nella politica che pensa di riuscire a resistere a tutto, nonostante il vero e proprio baratro che oramai la separa dai cittadini. Nulla esprime meglio questo orgoglioso e tenace immobilismo dei riti e delle liturgie di una parte della nostra classe dirigente politica, economica e sindacale. Eppure qualcosa si è mosso negli ultimi mesi proprio a partire dall'economia.
Il sistema delle relazioni industriali è stato, piuttosto facilmente, messo in discussione dall'azione della FIAT. In quello che rimane dei cosiddetti salotti buoni, le pratiche talvolta opache del "capitalismo relazionale", vengono poste all'indice senza tanti complimenti. Il fatto rilevante non sta tanto nel contenuto di queste azioni di rottura (sostenere che le strategie di un'azienda si fanno nei Consigli di Amministrazione e non tra pochi iniziati o che per investire ci vogliono regole certe e contratti al passo con i tempi appare quanto mai scontato) ma nel modo (e nei luoghi) in cui queste iniziative sono state condotte.
Vi è un fastidio sempre più manifesto da parte di imprenditori abituati a competere nel mondo con i propri prodotti verso le pratiche obsolete e le alchimie di alcuni santuari fino ad oggi ritenuti inviolabili. Le novità di questi ultimi mesi dimostrano una cosa: la struttura del capitalismo italiano non è immune dalle spinte ad una modernizzazione che provengono da relazioni industriali e finanziarie sempre più globalizzate. Cercando ostinatamente di tenere il mondo fuori dall'Italia (e l'Italia fuori dal mondo) alcuni centri tradizionali di potere economico si sono oggettivamente indeboliti. Siamo all'inizio di un processo, a lungo ritardato, di modernizzazione del paese? E' presto per dirlo.
Se qualche novità in ambito economico finalmente si vede, sul fronte politico (quasi) tutto tace. Ed è estremamente difficile pensare che senza un cambiamento profondo di contesto, che solo la politica può determinare, azioni di rottura individuale riescano a determinare evoluzioni durature nel paese. Per questo sarebbe importante, particolarmente in questo momento, che la svolta del Governo verso una politica economica orientata alla crescita, attraverso l'introduzione di massicce dosi di concorrenza e liberalizzazioni, trovasse finalmente concreta applicazione.
In fondo la promessa del Berlusconismo per tanti imprenditori "di mercato" avrebbe dovuto riguardare proprio la liberazione dal dominio dei salotti buoni e dagli intrecci tra capitalismo, monopoli, spesa pubblica e presenza dello stato nell'economia. Negli ultimi anni la politica economica del Governo ha invece puntato su un colbertismo nostrano che ha come obiettivo il mantenimento dello status quo e la conquista, piuttosto che lo smantellamento, dei tradizionali centri di potere della nostra economia pubblica e privata. Un obiettivo in parte raggiunto, anche complice la crisi.
Da ciò deriva anche l'assordante silenzio sulla situazione politica degli esponenti di spicco della grande borghesia. Il divario tra il paese reale che lavora, produce e compete, spesso con successo se si vedono i dati sull'export, e una parte rilevante della classe dirigente politica ed economica, immobile e timorosa, ha raggiunto una dimensione difficilmente colmabile e chiama il centro-destra ad una decisa ancorché tardiva scelta di campo.
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