Per alcuni sono “pronti per la democrazia”. Per molti sono “inadatti alla democrazia”. Per altri “troppo deboli per non fare la fine dell’Iran”. I dibattiti che prendono vita sui media come cornice alle
sollevazioni che hanno infuocato nelle ultime settimane strategiche aree del Maghreb e del Mashreq, Egitto in primis, sembrano riportarci indietro di oltre un secolo. Anche durante tutto l’Ottocento, conclusosi con il “fardello dell’uomo bianco” di Kipling, i teorici della democrazia erano soliti chiedersi se un determinato paese fosse “pronto per la democrazia”. Eppure dopo due guerre mondiali, la nascita delle Nazioni Unite, quella dell’Unione Europea, l’avvento di Internet e decine di eventi epocali che hanno rivoluzionato il nostro pianeta, sembrava che la storia avesse insegnato una volta per tutte che l’errore era a monte, contenuto nella stessa domanda. Un paese – parafrasando Amartya Sen – non deve essere giudicato pronto per la democrazia, ma lo deve diventare mediante la democrazia.
Il popolo di Tahir Square, come quello di Tunisi, Sana’a, Nouakchott e Algeri,
chiede giustizia. Lo fa senza bruciare bandiere, americane o israeliane che siano. Lo fa usando i propri corpi al grido di Kifāya! (basta!).
Lo fa chiedendo all’Occidente di considerare l’oppressione della quale sono vittime come un dato non secondario rispetto alle tre priorità delle cancellerie euroatlantiche: petrolio, prevenzione dell’immigrazione clandestina, sicurezza d’Israele. Tanto in Europa quanto negli Stati Uniti questa capacità di “osare” ha sorpreso alcuni, impaurito altri. Le preoccupazioni sono figlie di due fattori principali.
Da una parte vi è un aspetto più recondito, frutto di pregiudizi fomentati dalle semplificazioni proprie della dottrina dello “scontro delle civiltà”. Una forma mentis che, ad esempio, trova naturale appoggiare la “Rivoluzione arancione” in Ucraina, ma diffida di analoghe esigenze provenienti dal mondo arabo. Dall’altra vi è la presa di coscienza della debolezza strutturale di quello stesso “sistema arabo” che, sebbene palesemente autoritario, si era dimostrato politicamente affidabile agli occhi di Washington e delle potenze europee. L’amministrazione Obama e i suoi alleati nel Vecchio Continente sono in sostanza alle prese con un approccio almeno in parte contraddittorio: da una parte si spinge per promuovere la democrazia, dall’altra si teme per i possibili risvolti che ciò possa comportare.
Il principale motivo di apprensione relativo alla sorte dell’Egitto è collegato al pericolo che quest’ultimo possa emulare quanto accaduto in Iran. Si tratta tuttavia di preoccupazioni per molti aspetti infondate. La rivoluzione di Teheran del ‘79, quella che porterà l’Ayatollah Khoemeni al potere, aveva tra le sue principali e dirette cause le ingerenze inglesi e statunitensi. Se nel 1953 Londra e Washington non avessero costretto il Primo Ministro Mohammad Mossadeq (democraticamente eletto e molto popolare tra la sua gente) a lasciare il potere, dando quest’ultimo in mano al dispotico Mohammed Reza Pahlavi, è probabile che la storia avrebbe preso una piega diversa. Nulla di simile sta avvenendo oggi in Egitto. Hosni Mubarak non è subentrato con un colpo di stato pilotato dalla CIA o dal MI6. E non è nemmeno un “prodotto” dell’Occidente, pur essendo da esso sostenuto per ragioni di interesse. I trent’anni di dittatura del suo regime, anni in cui è stato in vigore uno “stato di emergenza” scandito da torture, arresti preventivi e controllo diretto dei media, sono il frutto di “cortocircuiti” interni. Di un approccio autocratico del quale ai giorni nostri, grazie a decenni di battaglie, non sono più vittime (o lo sono solo parzialmente), stando ai dati di Freedom House, circa i due terzi della popolazione mondiale. Il grido che viene dalle strade del Cairo non respinge qualcosa di esterno, non brucia i simboli di altri paesi, bensì è teso a concretizzare un’esigenza interna. L’esigenza di veder nascere un Egitto realmente democratico che possa far da volano a tutta la regione (e non solo a essa). Un Egitto democratico nel quale anche l’eventuale ingresso dell’Islam politico dei Fratelli Musulmani – che di certo non sono i promotori di tali sollevazioni, pur beneficiandone – non potrà che seguire le dinamiche interne della discussione pubblica. Un valore, quest’ultimo, che ha radici storiche rintracciabili ben al di là del nostro continente.
Un osservatore sensibile ai fenomeni ai quali stiamo assistendo non dovrebbe porre come fulcro ciò che “noi” temiamo. La priorità, per ragioni strategiche prima ancora che etiche, deve essere ciò che vogliono le donne e gli uomini d’Egitto. Essi pretendono in primis un sistema di democratizzazione delle istituzioni. Chiedono che venga dato vita a un emendamento della costituzione che vincoli la carica presidenziale a un massimo di due mandati, ognuno dei quali di massimo quattro o cinque anni. Vogliono che il sistema elettorale sia condotto seguendo il principio dell’identità nazionale, escludendo una volta per tutte le tessere elettorali distribuite in modo arbitrario nelle stazioni di polizia del Paese. Rivendicano il diritto di critica e la prerogativa di costituire nuovi partiti politici senza dover temere persecuzioni (esemplare al riguardo il caso di Ayman Nūr e del partito al-Ghad). Vogliono poter manifestare liberamente, magari in favore del popolo iracheno e di quello palestinese, senza dover temere repressioni.
Ognuna di queste richieste non va ovviamente circoscritta al solo contesto dell’Egitto. In Giordania, in Siria, nello Yemen, in Libia, in Kuwait, in Mauritania, in Arabia Saudita: in quasi ogni angolo del mondo arabo le popolazioni autoctone sono tenute sotto scacco da regimi basati su clan familiari in cui, come confermano i documenti rilasciati da Wikileaks, la corruzione permea quasi ogni aspetto della vita pubblica. Si tratta di regimi, la cui longevità politica è spesso percepita in Occidente come sinonimo di una necessaria “stabilità politica”, che sovente rappresentano solo minoritarie percentuali dei loro rispettivi popoli (si pensi alla dinastia alawita al potere in Siria). Non stupiscono quindi le affannate reazioni che le rivolte hanno suscitato a Teheran e, per rimanere al mondo arabo, a Sana’a, a Damasco, ad Amman, a Tripoli, senza dimenticare Ramallah e Gaza. Sono loro, gli autoproclamati regnanti di questi paesi, i primi a temere un Egitto democratico. Un motivo in più per sostenere gli egiziani nel loro diritto a prendere in mano il proprio destino. Il giusto non può continuare a essere “l’utile del più forte”.
Lorenzo Kamel (M.A. Hebrew University) è dottorando in Storia all'Università di Bologna e autore di diverse pubblicazioni tra cui il libro "Israele-Palestina. Due Storie, una speranza" (Editori Riuniti). Vive tra l'Italia e Israele/Palestina, da dove scrive come corrispondente per quotidiani e mensili.