Un esempio per tutto il Medio Oriente

Aiutiamo gli egiziani a prendere in mano il loro destino

di Lorenzo Kamel , pubblicato il 11 febbraio 2011
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Per alcuni sono “pronti per la democrazia”. Per molti sono “inadatti alla democrazia”. Per altri “troppo deboli per non fare la fine dell’Iran”. I dibattiti che prendono vita sui media come cornice alle sollevazioni che hanno infuocato nelle ultime settimane strategiche aree del Maghreb e del Mashreq, Egitto in primis, sembrano riportarci indietro di oltre un secolo. Anche durante tutto l’Ottocento, conclusosi con il “fardello dell’uomo bianco” di Kipling, i teorici della democrazia erano soliti chiedersi se un determinato paese fosse “pronto per la democrazia”. Eppure dopo due guerre mondiali, la nascita delle Nazioni Unite, quella dell’Unione Europea, l’avvento di Internet e decine di eventi epocali che hanno rivoluzionato il nostro pianeta, sembrava che la storia avesse insegnato una volta per tutte che l’errore era a monte, contenuto nella stessa domanda. Un paese – parafrasando Amartya Sen – non deve essere giudicato pronto per la democrazia, ma lo deve diventare mediante la democrazia.

Il popolo di Tahir Square, come quello di Tunisi, Sana’a, Nouakchott e Algeri, chiede giustizia. Lo fa senza bruciare bandiere, americane o israeliane che siano. Lo fa usando i propri corpi al grido di Kifāya! (basta!). Lo fa chiedendo all’Occidente di considerare l’oppressione della quale sono vittime come un dato non secondario rispetto alle tre priorità delle cancellerie euroatlantiche: petrolio, prevenzione dell’immigrazione clandestina, sicurezza d’Israele. Tanto in Europa quanto negli Stati Uniti questa capacità di “osare” ha sorpreso alcuni, impaurito altri. Le preoccupazioni sono figlie di due fattori principali.

Da una parte vi è un aspetto più recondito, frutto di pregiudizi fomentati dalle semplificazioni proprie della dottrina dello “scontro delle civiltà”. Una forma mentis che, ad esempio, trova naturale appoggiare la “Rivoluzione arancione” in Ucraina, ma diffida di analoghe esigenze provenienti dal mondo arabo. Dall’altra vi è la presa di coscienza della debolezza strutturale di quello stesso “sistema arabo” che, sebbene palesemente autoritario, si era dimostrato politicamente affidabile agli occhi di Washington e delle potenze europee. L’amministrazione Obama e i suoi alleati nel Vecchio Continente sono in sostanza alle prese con un approccio almeno in parte contraddittorio: da una parte si spinge per promuovere la democrazia, dall’altra si teme per i possibili risvolti che ciò possa comportare.

Il principale motivo di apprensione relativo alla sorte dell’Egitto è collegato al pericolo che quest’ultimo possa emulare quanto accaduto in Iran. Si tratta tuttavia di preoccupazioni per molti aspetti infondate. La rivoluzione di Teheran del ‘79, quella che porterà l’Ayatollah Khoemeni al potere, aveva tra le sue principali e dirette cause le ingerenze inglesi e statunitensi. Se nel 1953 Londra e Washington non avessero costretto il Primo Ministro Mohammad Mossadeq (democraticamente eletto e molto popolare tra la sua gente) a lasciare il potere, dando quest’ultimo in mano al dispotico Mohammed Reza Pahlavi, è probabile che la storia avrebbe preso una piega diversa. Nulla di simile sta avvenendo oggi in Egitto. Hosni Mubarak non è subentrato con un colpo di stato pilotato dalla CIA o dal MI6. E non è nemmeno un “prodotto” dell’Occidente, pur essendo da esso sostenuto per ragioni di interesse. I trent’anni di dittatura del suo regime, anni in cui è stato in vigore uno “stato di emergenza” scandito da torture, arresti preventivi e controllo diretto dei media, sono il frutto di “cortocircuiti” interni. Di un approccio autocratico del quale ai giorni nostri, grazie a decenni di battaglie, non sono più vittime (o lo sono solo parzialmente), stando ai dati di Freedom House, circa i due terzi della popolazione mondiale. Il grido che viene dalle strade del Cairo non respinge qualcosa di esterno, non brucia i simboli di altri paesi, bensì è teso a concretizzare un’esigenza interna. L’esigenza di veder nascere un Egitto realmente democratico che possa far da volano a tutta la regione (e non solo a essa). Un Egitto democratico nel quale anche l’eventuale ingresso dell’Islam politico dei Fratelli Musulmani – che di certo non sono i promotori di tali sollevazioni, pur beneficiandone – non potrà che seguire le dinamiche interne della discussione pubblica. Un valore, quest’ultimo, che ha radici storiche rintracciabili ben al di là del nostro continente.

Un osservatore sensibile ai fenomeni ai quali stiamo assistendo non dovrebbe porre come fulcro ciò che “noi” temiamo. La priorità, per ragioni strategiche prima ancora che etiche, deve essere ciò che vogliono le donne e gli uomini d’Egitto. Essi pretendono in primis un sistema di democratizzazione delle istituzioni. Chiedono che venga dato vita a un emendamento della costituzione che vincoli la carica presidenziale a un massimo di due mandati, ognuno dei quali di massimo quattro o cinque anni. Vogliono che il sistema elettorale sia condotto seguendo il principio dell’identità nazionale, escludendo una volta per tutte le tessere elettorali distribuite in modo arbitrario nelle stazioni di polizia del Paese. Rivendicano il diritto di critica e la prerogativa di costituire nuovi partiti politici senza dover temere persecuzioni (esemplare al riguardo il caso di Ayman Nūr e del partito al-Ghad). Vogliono poter manifestare liberamente, magari in favore del popolo iracheno e di quello palestinese, senza dover temere repressioni.

Ognuna di queste richieste non va ovviamente circoscritta al solo contesto dell’Egitto. In Giordania, in Siria, nello Yemen, in Libia, in Kuwait, in Mauritania, in Arabia Saudita: in quasi ogni angolo del mondo arabo le popolazioni autoctone sono tenute sotto scacco da regimi basati su clan familiari in cui, come confermano i documenti rilasciati da Wikileaks, la corruzione permea quasi ogni aspetto della vita pubblica. Si tratta di regimi, la cui longevità politica è spesso percepita in Occidente come sinonimo di una necessaria “stabilità politica”, che sovente rappresentano solo minoritarie percentuali dei loro rispettivi popoli (si pensi alla dinastia alawita al potere in Siria). Non stupiscono quindi le affannate reazioni che le rivolte hanno suscitato a Teheran e, per rimanere al mondo arabo, a Sana’a, a Damasco, ad Amman, a Tripoli, senza dimenticare Ramallah e Gaza. Sono loro, gli autoproclamati regnanti di questi paesi, i primi a temere un Egitto democratico. Un motivo in più per sostenere gli egiziani nel loro diritto a prendere in mano il proprio destino. Il giusto non può continuare a essere “l’utile del più forte”.




Lorenzo Kamel (M.A. Hebrew University) è dottorando in Storia all'Università di Bologna e autore di diverse pubblicazioni tra cui il libro "Israele-Palestina. Due Storie, una speranza" (Editori Riuniti). Vive tra l'Italia e Israele/Palestina, da dove scrive come corrispondente per quotidiani e mensili.





tag:  egitto   piazza tahrir   mubarak   protesta   il cairo  


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#6 da domenico pasquariello, inviato il 17/2/2011

L’agitazione dei paesi del nord Africa che si affacciano sul Mediterraneo, non sono casuali. Sono una naturale conseguenza dei rapporti economici con l’Europa.
L’Europa industrializzata non ha mai preso in seria considerazione il motivo del grande esodo dei cittadini del nord Africa.
Per mero tornaconto l’Europa, guardava i propri interessi, senza attenzione agli altri popoli e alle loro esigenze di vita. Il solo interesse era ed è sfruttare le loro risorse energetiche. Creando un divario un divario economico esasperato.
Non ci siamo mai preoccupati della vita di questi popoli, del loro sviluppo economico e della loro autosufficienza. Noi che esportiamo la “democrazia” e la difesa dei diritti umani in molti paesi (con i soldati), per egoismo e cinismo abbiamo creduto ben sapendo che non era vero, che i popoli del nord Africa vivessero in modo sufficiente.
Ora siamo in fibrillazione e immobili.
Noi siamo stati gli artefici di tutto il malessere che attualmente viviamo, noi abbiamo il dovere di ripristinare un equilibrio economico in questi paesi.
Abbiamo tutti i requisiti per farlo.
Questa è la grande sfida.
Distribuire la ricchezza per tutti i popoli, vincere le nostre paure e egoismo.
Ricordarsi che tutti hanno il diritto di vivere nessuno escluso.
Riflettere che l’economia che governa le nostre società risulta da una appropriazione indebita del principio umano di convivenza e civiltà.



#5 da giuliano rudi, inviato il 15/2/2011
Concordo in toto con l'articolo, a cominciare dalla citazione di Trasimaco. Aggiungo che le preoccupazioni europee sugli immigrati sono legittime, ma che è' pericoloso generalizzare, come ha fatto anche il ministro Maroni. Tra essi ci sono migliaia di persone che hanno il sacrosanto diritto di chiedere asilo politico. Spesso li chiamiamo "clandestini", condannandoli a priori. Quando invece ci riferiamo a parti del mondo distanti da noi, ad esempio Afghanistan o Iraq, mostriamo molto più cuore e allora diventano "profughi"...

#4 da stefano, inviato il 13/2/2011
Quanto avvenuto in Egitto è un esempio non solo per il medio oriente ma anche per il nostro sonnecchiante paese, anestetizzato da anni di televisione indecente ed inutile politica.
Dovremmo trovare il coraggio di scendere in massa in piazza per pretendere che anche da noi il nostro faraone con la sua corte finalmente prenda coscienza che questo paese non è a disposizione per il suo sollazzo e finalmente ceda il passo, insieme ad un'opposizione complice, ad una classe dirigente pulita e preparata che l'Italia nell'anniversario dei 150 anni sicuramente merita.
Quindi Italiani destiamoci perchè il peccato maggiore è guardare con invidia al coraggio dimostrato dai nostri vicini e pur sempre continuare a far finta di nulla.

#3 da stefania pie, inviato il 13/2/2011
Considerare come fulcro di ciò che sta accadendo il possibile esodo ´senza precedenti´ verso il nostro continente, rischia di leggere la realtà in un´ottica meramente eurocentrica. Ciò va esattamente in contrasto con quanto richiedono questi popoli, come peraltro menzionato nell´articolo. Per quanto mi riguarda, voglio vivere in un mondo più equo, indipendentemente dagli interessi geostrategici della ´fortezza Europa´.

#2 da Enrico Lo Giudice, inviato il 13/2/2011
"Rassegnando le sue dimissioni, Mubarak ha risposto alla fame di cambiamento" Barack Obama. Personalmente credo che non ci sia nulla di più bello e gioioso di un popolo intero in grado di scoprire un nuovo senso di libertà.

#1 da Agostino Ratto, inviato il 11/2/2011
Egitto e Tunisia, due nazioni del mediterraneo che in poco tempo hanno dato una svolta decisiva al loro destino. Ma l'Italia con tanta storia di contatto ed a poca distanza di mare come si comporta? Ci rendiamo conto che potremmo assistere ad un esodo senza precedenti verso l'Europa attraverso le nostre regioni meridionali? Questo può rappresentare una eventualità seria da affrontare con buon senso, spirito pratico, sensibilità vera alla luce della realtà economica nostra interna ed alle reali possibilità di accoglienza che noi possiamo realizzare. Voglio essere più chiaro: quanti si imbarcano per raggiungere l'Italia hanno cognizione che il nostro paese può oggi offrire ben poco? Vogliamo creare ancora altri sfruttati ghettizzati vaganti dal Sud al Nord? A mio parere è urgentissima una zione comunitaria tesa ad offrire a Egitto e Tunisia possibilità di occupazione, anche parziale, affinchè possano vivere nel loro ambiente, quindi meglio, con meno difficoltà rispetto a quelle che incontrerebbero all'estero. Ma stesso ragionamento a mio parere è valido anche per tutti gli altri immigrati di altre nazionalità che vagano senza occupazione sul nostro territorio. Mi rendo conto che è un ragionamento duro, ma è l'unico reale e pratico. Domandiamoci: siamo in grado di accogliere in modo decoroso tutti coloro che vorrebbero venire in Italia? Ci rendiamo conto che potrebbero essere miglia e addirittura milioni se non ci fossero reazioni intelligenti e razionali? Questi i miei ragionamenti.



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