Agli albori della democrazia moderna, la richiesta di un compenso per chi svolgeva un incarico rappresentativo o di governo fu una delle rivendicazioni di più limpido senso progressista. “La politica non può essere un lusso concesso solo a chi vive di rendita” – si diceva in quel tempo lontano – “e per questo è indispensabile garantire un salario anche a coloro che lasciano il proprio lavoro per dedicarsi al bene della collettività”.
Ma c’è salario e salario, verrebbe da dire, così come c’è privilegio e privilegio. E chissà cosa direbbero oggi quegli illuminati pensatori e militanti democratici di fronte all’esplosione dei costi della politica italiana. O anche solo dinanzi alla
notizia, pubblicata dal Corriere della Sera, secondo la quale
le spese di rappresentanza del presidente del Consiglio regionale del Lazio superano di ben 23 volte quelle assegnate alla presidenza della Repubblica Tedesca, con tanto di apertura nel centro di Roma di una sede di rappresentanza dello stesso consiglio regionale (del Lazio!) della modesta estensione di 600 mq.
Per carità,
la politica rimane un mestiere dignitoso che deve poter contare su risorse di provenienza pubblica per garantirsi autonomia e professionalità. Ma c’è qualcosa di profondamente malato in una politica che ritiene di non essere vincolata da alcun limite nel concedersi risorse illimitate, anche e soprattutto
a livello locale. Perché
è qui, in barba ad ogni retorica sul federalismo e sul radicamento territoriale, che la politica italiana mostra ormai la sua faccia più disinibita e insieme più lontana dalle preoccupazioni dei cittadini. Una politica locale che già concede ai suoi consiglieri regionali un salario mensile superiore ai dodicimila euro netti, ovvero di cinque-sei volte superiore allo stipendio di un impiegato di medio livello. Con una sproporzione tra la vita del palazzo e la vita reale che supera qualsiasi preoccupazione di autonomia per farsi privilegio. O peggio, per diventare una sorta di bene di natura privata da difendere con le unghie e con i denti e se possibile da trasmettere per via ereditaria a famigli di vario genere.
Privilegi di questa natura sarebbero difficilmente digeribili per qualsiasi comunità civile, ma diventano del tutto
intollerabili per una nazione che in questo periodo storico riceve dalla politica solo il peggio: ovvero l’eterno ritorno di temi, retoriche e personaggi che da anni sono stati già abbondantemente utilizzati fino all’ultimo riciclo possibile. Per questo, anche se ogni allarme sui costi della politica viene scambiato per connivenza qualunquistica con l’antipolitica, chi ha a cuore la salute delle istituzioni e il loro legame con i cittadini non può che sollevare ancora una volta il tema sul quale si giocherà una parte del futuro della nostra democrazia. Soprattutto
in un momento in cui tutti veniamo chiamati a sostenere sacrifici e mentre scompaiono risorse pubbliche destinate alla cultura, alla formazione e alla crescita: quelli che dovrebbero essere i cantieri dell’Italia di domani, ma che evidentemente non godono degli stessi privilegi della politica locale.
Andrea Romano è direttore di Italia Futura, docente di storia contemporanea all'Università di Roma Tor Vergata, collaboratore del Sole 24 Ore e autore di numerosi libri sulle culture politiche del Novecento.