Da ormai dieci anni il sistema politico ed istituzionale italiano - fatta eccezione per i presidenti della Repubblica Ciampi e Napolitano, per Romano Prodi, Giuliano Amato e pochi altri- ha smesso di pensare in termini costruttivi all’Unione Europea.
In generale, l’Europa viene menzionata come un organismo invasivo e regolatore da cui proteggersi o sollecitata a fronteggiare delle responsabilità (dall’immigrazione alla difesa delle minoranze cristiane nel mondo mussulmano) che, anche per l’atteggiamento frenante di molti Stati, fra cui l’Italia, non è ancora in grado di assumersi. La sola proposta di cui fare stato riguarda l’iniziativa congiunta Juncker-Tremonti sugli eurobonds che deve comunque percorrere un lungo cammino prima di convincere la Germania.
Nessuno mette ovviamente in discussione l’appartenenza dell’Italia all’Europa, interlocutore obbligato con cui fare i conti giornalmente o la circostanza che, soprattutto di fronte alla crisi dell’euro, il ruolo dell’Unione Europea sia fondamentale per la saldezza del sistema finanziario italiano. Dispiace però che la partecipazione attiva dei decenni scorsi abbia ceduto il passo all’indebolimento della capacità dell’Italia di far avanzare il processo unitario e far fronte alle proprie responsabilità di Paese fondatore delle Comunità europee.
Nel frattempo, l’Europa non ha certo aspettato l’Italia. Ormai è saldamente guidata da un solido e funzionante asse franco-tedesco. Come europei possiamo solo rallegrarci che l’Unione abbia una guida; come italiani, dobbiamo dispiacerci che la voce dell’Italia sia scivolata nell’irrilevanza. E’ grave che un Paese fondatore dell’Unione Europea abbia perso ogni capacità propositiva in materia d’avanzamento della comune prospettiva europea.
La maggioranza è cauta e distaccata mentre l’opposizione esita a misurarsi con questo riferimento fondamentale per il nostro futuro. Il Parlamento, a differenza di quanto avviene in altri Paesi, ignora l’Europa. Anche l’opinione pubblica è distratta. E’ inevitabile che, di fronte a questa mancanza di visione, alla superficiale intermittenza della nostra azione, l’Italia sia sotto rappresentata a Bruxelles e che le nostre aspirazioni, anche legittime, vengano ignorate.
Quanto durerà ancora il sonno dell’Italia sull’Europa? Certamente fino alla fine della legislatura: poi si vedrà. Non possiamo però permetterci d’attendere. I prossimi mesi ed anni coincideranno con pressanti e crescenti scadenze europee indispensabili per mettere in sicurezza la moneta unica e con la necessità di affrontare dei quesiti fondamentali: decidere se vogliamo affiancare un’unione economica a quella monetaria, realizzare un’unione politica, affrontare finalmente il tema del coordinamento fiscale. Sono problemi fondamentali anche per il nostro Paese. Riguardano direttamente le giovani generazioni.
L’Europa esige impegno, partecipazione, coraggio, determinazione. Richiede il passaggio dai compromessi minimalistici ai compromessi attivi. Di fronte all’indifferenza della politica, ci sarà pure un modo per obbligarla a fronteggiare la realtà del mondo in cui operiamo. Spetta alla società civile reagire a questa sorprendente passività, incalzare il governo, obbligarlo ad assumersi le proprie responsabilità.
I campi dove premere sono diversi: fra questi, la rimozione degli ostacoli che si frappongono al completamento del mercato unico e l’impegno per impedire ritorni nazionalistici nella gestione di questa straordinaria risorsa; l’avvio di una politica energetica comune che assicuri stabilità e sicurezza agli approvigionamenti; un rilancio della politica dell’innovazione e della ricerca che veda un pieno coinvolgimento di organismi italiani; una politica dell’immigrazione che sia espressione di un’autentica comunità di valori; il passaggio ad una politica di difesa comune; un recupero della collaborazione universitaria intereuropea; un collegamento del sistema televisivo italiano al canale franco-tedesco ARTE; la formazione di un’opinione pubblica europea; la proiezione mediterranea dell’Unione.
Questi settori sono fondamentali per il progresso economico e sociale dell’Italia; ognuno merita un approfondito impegno. Ma per farsi ascoltare ed insistere con ragionevoli prospettive di successo, la società civile deve compiere uno sforzo e porre l’Europa al centro della propria attenzione. Finora, non l’ha fatto a sufficienza. Non posso pensare ad un argomento, pur nella sua complessità, altrettanto esaltante e significativo. L’Europa rappresenta il più grande progetto unitario mai costruito nella storia dell’Occidente. E proprio noi italiani che abbiamo tutto da perdere da un suo insuccesso vogliamo contribuire al suo indebolimento?
Antonio Puri Purini è stato ambasciatore italiano in Germania dal 2005 al 2009. In precedenza era stato consigliere diplomatico della presidenza della Repubblica. Collabora regolarmente con il Corriere della Sera.