di Luca di Montezemolo,
pubblicato il 20 gennaio 2011
Guarda il videoOggi la nostra associazione premia i migliori progetti che hanno partecipato alla seconda edizione del concorso
"Accade Domani", che quest'anno abbiamo dedicato ai temi dell'ambiente e della green economy.
Non è stato facile scegliere i vincitori perché al concorso hanno partecipato più di duecento progetti di ottima qualità, con buone idee sia civili che imprenditoriali.
Ma una scelta era indispensabile, e in questo siamo stati aiutati dalla giuria di esperti (che ancora una volta voglio ringraziare, insieme ai nostri sponsor) e dalle migliaia di associati a Italia Futura che hanno espresso una valutazione attraverso il nostro sito web.
Tra le molte iniziative che Italia Futura ha realizzato nel suo primo anno di attività,
il concorso Accade Domani è quella che rappresenta meglio la nostra profonda fiducia nelle capacità del paese. Lo abbiamo chiamato "venture capital delle idee", legandolo quest'anno al tema fondamentale dell'economia verde, proprio perché crediamo che questi siano i temi centrali per il nostro futuro.
A maggior ragione ci piace parlare di questi temi proprio oggi, in giornate in cui gli italiani vivono un profondo turbamento. E oggi
l'unica risposta è guardare avanti, oltre l'orizzonte di una situazione paese sempre più incomprensibile.
Abbiamo deciso di investire sui tanti giacimenti di creatività presenti nel paese, mettendo a disposizione risorse economiche e organizzative per la scoperta e la realizzazione di buone idee civili e imprenditoriali, convinti come siamo che l'Italia sia molto meglio di come spesso ce la raccontiamo.
Penso all'Italia reale, all'Italia dei milioni di giovani che studiano, si impegnano per migliorare il proprio futuro e quello del proprio paese. Penso ai
tanti italiani ignoti che nonostante tutto ogni giorno fanno il proprio dovere per sé, per le proprie famiglie e per la propria comunità in tanti e diversi settori della vita civile. Penso ai milioni di giovani, uomini e donne, che rappresentano la vera risorsa decisiva per il nostro futuro, quella carta vincente che attende di essere scoperta da chi vorrà avere fiducia in questa straordinaria nazione.
E quando mi chiedono se l'Italia ce la farà, io rispondo che
non ci può essere alcun dubbio su questo. L'Italia deve farcela, deve ripartire e rimettersi in piedi perché non c'è nessuna maledizione che ci costringa ad un destino di declino e rassegnazione.
Eppure da troppi anni l'Italia reale, quella vera, è vittima di un'inerzia, di una rassegnazione che sembra impossibile vincere. Siamo prigionieri di un equilibrio malato, prodotto dall'incrocio di troppi anni di non scelte e dai cascami di conflitti ideologici che appartengono ad un altro secolo. E sempre più forte è l'urgenza di
recuperare il senso di speranza, fiducia ed entusiasmo che la nostra nazione ha saputo mostrare nei suoi momenti migliori.
La seconda repubblica ha fallito la sfida della modernizzazione in primo luogo perché ha trasferito nel bipolarismo all'italiana larga parte dei conflitti ideologici della prima repubblica. Sono morte le ideologie ma non il clima da guerra civile permanente che nasconde la paura di un declino che ci appare inevitabile.
Molte tra le sfide che abbiamo davanti possono sembrarci insormontabili. Oggi grandi nazioni ci stanno contendendo mercati, clienti, materie prime, lavoro e persino giovani laureati che preferiscono lasciare il proprio paese. Ci siamo dimenticati che l'Italia, nella sua storia passata e recente, ha sempre saputo prosperare nei momenti di maggiore apertura degli scambi internazionali. E anche oggi quel poco di crescita che consente al paese di reggersi in piedi proviene proprio dall'export, dall'apertura ai mercati internazionali e dalle tantissime aziende che affrontano con coraggio la sfida della globalizzazione. Aziende che si sono ristrutturate, al contrario del paese. Imprese che vogliono tornare ad investire
costruendo un rapporto nuovo - reciprocamente vantaggioso - con i lavoratori, pagando più salario, dando premi di risultato, rendendoli partecipi ai risultati dell'azienda in cambio di maggiore produttività e maggiore flessibilità. È una rivoluzione importante e positiva che in tantissime imprese, anche piccole e medie, sta già avvenendo.
L'Italia è talmente intossicata da un cattivo dibattito pubblico da non accorgersi di come i paesi colpiti dalla crisi stiano mettendo in campo riforme profonde, attrezzandosi per riconquistare rapidamente quello che hanno perduto. Ci ripetiamo sempre, con soddisfazione: “Non siamo finiti come la Grecia!”. È vero. Ma nel frattempo dovremmo anche dirci con grande franchezza che i paesi con i quali dovremmo confrontarci, non solo la Germania, stanno tornando nella competizione internazionale più forti di com’erano prima della crisi.
È del tutto evidente che
siamo ormai giunti ad un punto di non ritorno nella nostra storia nazionale. Esiste la concreta possibilità che la tenuta del paese, il suo equilibrio interno e la sua pace sociale vengano messi in discussione dall'oggi al domani dal concatenarsi degli effetti della crisi economica, della perdita di autorevolezza della politica e dal crescere di inquietudini radicali nel corpo più profondo del paese. Se a ciò si aggiungesse una nuova e più aspra stagione di conflitti tra istituzioni e poteri dello stato, come in queste ore si teme da più parti,
l'effetto potrebbe essere davvero catastrofico.
È ora di fermarsi, di deporre le armi. È venuto il momento per tutti coloro che hanno un ruolo nelle diverse istituzioni dello stato di
recuperare il senso della misura nei comportamenti, nelle dichiarazioni e nello svolgimento delle rispettive funzioni.
I problemi del paese non possono più attendere.
Penso ai livelli della nostra
crescita economica, ben al di sotto di quelli di altri paesi europei. Penso alla
disoccupazione giovanile, il vero e più grande scandalo di cui siamo responsabili. Penso agli insufficienti
investimenti in educazione e ricerca, unici strumenti di mobilità sociale che possono
dare ai nostri figli la possibilità di migliorare la propria condizione di vita. E a proposito di figli, mi domando quale sia l'insegnamento che stiamo dando loro. Perché è arrivato il momento di parlare con maggiore forza e convinzione non tanto di diritti ma soprattutto di doveri. Doveri che dobbiamo testimoniare concretamente con l'esempio personale.
Dunque, lo ripeto, è arrivato il momento di deporre le armi. D'altra parte molti avevano sperato all'inizio di questa legislatura che vi fosse uno sforzo condiviso per una grande riforma dello stato che trasformasse il paese e lo rendesse competitivo. È sotto gli occhi di tutti come sono andate le cose. Ma credo che proiettandosi nel futuro
sia sempre più indispensabile una legislatura costituente che nel corso di due-tre anni realizzi quelle poche riforme indispensabili a far ripartire l'Italia.
Ne voglio citare solo alcune, a mio parere quelle fondamentali.
Un patto per la crescita economica, che rimetta al centro lavoro, produzione e concorrenza a scapito di rendite e neostatalismi. Un patto per la crescita che ruoti intorno ad
una radicale riforma fiscale, dove
le risorse recuperate all'evasione vadano automaticamente a ridurre il carico su chi paga davvero le tasse. Poi una vera, ineludibile riforma dello stato che si accompagni ad
un federalismo autentico fatto nell'interesse di tutto il paese e non sull'onda degli ultimatum di un partito. Un federalismo solidale che sia dunque un nuovo patto nazionale, per ridurre la frattura sempre più scomposta tra Nord e Sud e anche per
celebrare i 150 anni della nostra storia unitaria con forte senso della realtà. Infine un disegno di
riforma della pubblica amministrazione incardinato sul doppio binario della riduzione della burocrazia e della scommessa sulla sussidarietà, e non solo su slogan buoni per poche giornate.
Sono passi semplici ma radicali, che possono essere intrapresi solo con il concorso di tutti e attraverso un'operazione rivolta ad affrontare nel medesimo tempo diverse emergenze della nostra vita nazionale.
Gran parte degli italiani vuole guardare ad una nuova stagione del nostro paese. Una nuova stagione costituente, per l'appunto, che nasca dal confronto aperto tra le migliori risorse politiche, civili, intellettuali, economiche e morali della nostra nazione. E dunque recuperando
la cultura della coesione, così importante in tanti momenti difficili della nostra vita nazionale.
Naturalmente si tratta di provvedimenti che avrebbero potuto essere adottati da una politica meno rissosa e più attenta al futuro. E in questi ultimi anni, e anche in alcuni momenti di questa legislatura, abbiamo sperato che le forze politiche più responsabili avrebbero trovato la strada per dar vita ad uno sforzo condiviso su queste linee. Tuttavia dobbiamo prendere atto con molta franchezza che questo fino ad oggi non è avvenuto, anche se la speranza è l’ultima a morire.
Eppure si tratterebbe di una strada per riaprire il paese al futuro e ridarci il senso di
una comunità nazionale coesa e fiduciosa. Un periodo disastroso per l'Italia si sta chiudendo, nel peggiore dei modi, ma pur sempre chiudendo. Dobbiamo avere un profonda fiducia nelle nostre capacità, dei nostri talenti, della nostra immaginazione. Perché l'Italia è stata capace di superare paludi ben peggiori, quando ha saputo credere in sé stessa e nelle proprie grandi potenzialità.
Quelle potenzialità sono là e attendono di essere valorizzate, mentre quello che dobbiamo temere è solo e soltanto la nostra rassegnazione.