A voi la parola
Sono un lavoratore precario: cosa vorrei dalla politica?
Le vostre reazioni alla vicenda Fiat
di
Tommaso Merlo ,
pubblicato il 17 gennaio 2011
Quando, il 5 gennaio, è stato pubblicato l'editoriale "L'esempio Mirafiori e la latitanza della politica" vi abbiamo chiesto di raccontarci quali sono le difficoltà che incontrate ogni giorno nel mondo del lavoro. Pubblichiamo oggi, dopo l'esito del referendum di Mirafiori, il primo racconto tra i tanti ricevuti. Sono un uomo di sinistra, laureato, masterizzato, precarizzato. Ho finito di studiare a 26 anni e nei dieci successivi ho passato più tempo a cercare lavoro che a lavorare. Non so che cosa significhi avere un sindacato, la pausa pranzo, l’orario di lavoro, gli straordinari. Una volta sono stato licenziato con una mail per una causa profondamente ingiusta e non ho potuto parlarne con nessuno.
Per me i contratti sono pezzi di carta dove c’è scritto cosa devo fare e quanto prendo.Al momento sono disoccupato e seguendo le vicende Fiat mi chiedo:
come lavoratore, cosa vorrei dalla politica? Di sicuro non vorrei un contratto a tempo indeterminato, mi deprime solo l’idea. Chissà, forse è solo questione di carattere o forse a questa vita da precario ormai mi sono abituato.
Mi piace la sfida continua, il dover sempre ripartire, il credere e investire in se stessi. Ma allora cosa vorrei? Vorrei che la politica intervenisse per rendere il settore in cui lavoro più competitivo anche a livello internazionale, vorrei opportunità di lavoro e di formazione, vorrei essere pagato degnamente per poter vivere nei periodi d’inattività e vorrei pagare tasse e contributi che non sappiano di furto. Non mi interessa che i miei contratti blindino quel poco che ottengo ma mi interessa che una volta scaduto un contratto io possa firmarne presto un altro. Vorrei, quando sono sul mercato, potermela giocare alla pari con gli altri anche se non conosco nessuno. Meritocrazia, trasparenza, moralità in un paese proiettato nella costante ricerca di nuove opportunità.
Ma poi mi dico che è facile parlare quando non si è alla catena di montaggio.
E penso sia giusto che più il lavoratore è debole sul mercato più vada protetto. E che parole come cassa integrazione, mobilità, liquidazione sono fuori dal mio vocabolario ma hanno un significato. Capisco meno gli sbarramenti per difendere assenteismi e pausa pranzo quando l’alternativa, che su ogni mercato suona come un ricatto, è quella di chiudere a favore dei paesi dove il lavoro costa meno. Come si fa a sostenere che cedendo su alcuni diritti secondari poi si apre la strada allo sfruttamento dei lavoratori? Come se il mio mondo precario non esistesse o come se si desse per scontato che vuole essere metalmeccanizzato. E come se la globalizzazione fosse evitabile.
In altri paesi europei si sperimentano forme di partecipazione dei lavoratori ai rischi d’impresa, si studiano nuove forme d’interazione tra capitale e lavoro, si affronta cioè la crisi economica come sfida in cui ideare nuove vie nell’economia globalizzata, e non come ideologiche guerre tra poveri.
Il cambiamento, che piaccia o meno, va gestito, non evitato. E noi precari ne sappiamo qualcosa.
Tommaso Merlo ha 37 anni e ed è operatore umanitario. Ha lavorato per diverse Ong e agenzie delle Nazioni Unite in vari teatri di guerra: in Kosovo in 1999, in Afghanistan tra il 2002 e il 2004, e in Libano nel 2006.E' possibile spedire i propri racconti a lavostrastoria@italiafutura.it o ilvostroeditoriale@italiafutura.it