Le ragioni del conservatorismo degli italiani e il realismo degli sconfitti
Servono cambiamenti radicali per cogliere le opportunità del futuro
di
Carlo Calenda ,
pubblicato il 14 gennaio 2011
La questione FIAT ha messo in moto un interessante dibattito sul cambiamento del paese. Molti commentatori hanno sostenuto che dal pantano nazionale sono proprio gli italiani i primi a non voler uscire. La tesi è semplice: l'intera società, a partire della sua classe dirigente, è malata di immobilismo e rifiuta tout court ogni cambiamento. Siamo insomma conservatori e felici di esserlo. Almeno in apparenza, d'altronde, ne abbiamo più di un buon motivo. E' opinione diffusa che siamo usciti dalla crisi meglio degli altri paesi grazie alle solidità patrimoniale e alla struttura tradizionale della società italiana.
Il salvagente rappresentato da un rapporto tra patrimonio e reddito tra i più alti del mondo occidentale e dalle reti di sostegno stese dalle famiglie ha tenuto. Non è cosa da poco, se si considera quello che è successo negli altri paesi. Modelli che qualche tempo fa andavano per la maggiore hanno mostrato la corda: è difficile immaginare un operaio o un dirigente italiano rimpiangere di non aver trascorso gli anni della crisi negli Stati Uniti. La verità è che riteniamo, non a torto, quello italiano il miglior assetto difensivo per affrontare periodi di crisi. Questo Governo, cui non fa certo difetto l'attenzione agli umori dei cittadini, si è adeguato: nessuna riforma radicale, via le tasse su case e affitti, poca o nessuna concorrenza che alteri gli equilibri esistenti.
Difendersi, difendersi, difendersi. Il classico catenaccio dello schema calcistico all'italiana è stato la vera parola d'ordine di chiunque sia andato al governo nella seconda Repubblica, anche prima della crisi. Con le tre M, Mamme, Mattoni e Municipi, a fare da baluardo, magari un po' terrone ma certo solido, davanti alle nuove potenze dell'economia pronte a rubare posti di lavoro e consumatori. L'ineluttabilità del declino italiano di fronte alla globalizzazione è un mito, ben propagandato, che ha attecchito a tutti i livelli della nostra società ben prima della crisi. Un po’ è colpa della classe dirigente che lo ha usato spesso per giustificare il suo immobilismo, un po' è il normale effetto che i grandi cambiamenti, i tornanti della storia, provocano in un paese che si sente inevitabilmente molto più piccolo. Sia come sia questa prospettiva rafforza i sostenitori del catenaccio come strategia di gioco. E non è un caso se l'elettorato premia le forze politiche che mettono al centro il ritorno alle radici municipali.
Nessuno è riuscito a convincere gli italiani che il cambiamento porterà benefici duraturi. Né ci si poteva aspettare che a farlo fosse una classe dirigente politica divisa tra chi pensa che stiamo relativamente bene o comunque meno peggio di quanto si potrebbe (la destra) e chi ripete incessantemente che stiamo malissimo ma in fondo pensa che non potremmo stare meglio perché abbiamo perso l'appuntamento con il sol dell'avvenire (la sinistra). Siamo insomma prigionieri del realismo degli sconfitti.
Per superare l’assetto difensivo che ci condanna a galleggiare e preclude ogni futuro, bisogna ritrovare fiducia sulla nostra possibile collocazione all’interno di un processo storico di cui trascuriamo le opportunità. La prima fase della globalizzazione, quella ancora in corso, caratterizzata da delocalizzazioni produttive e concorrenza (in molti casi scorretta) sulla fascia bassa della produzione, ci ha visto oggettivamente svantaggiati. Ma, se riusciremo a restare in piedi, il secondo atto, che sarà segnato dall’emergere di nuove economie di consumo (nel 2025 i paesi emergenti rappresenteranno la metà del mercato mondiale di consumo), potrà determinare una vera e propria rivincita per l’Italia. Anche perché abbiamo dalla nostra la forza di marchi e giacimenti culturali.
Ma non solo: il nostro stesso DNA ha le caratteristiche per affrontare al meglio una sempre maggiore integrazione tra le economie internazionali. La storia (recente e meno) del nostro paese dice che nelle fasi di internazionalizzazione siamo sempre andati avanti, facendo meglio di molti altri. Questo fatto è ben conosciuto da quella parte di Italia che non gode più, da anni, di protezioni. E non è un caso se proprio dalle imprese più internazionalizzate partono processi di cambiamento che si scontrano con l’immobilità del resto del paese.
Quello che la nostra classe politica non ha avuto il coraggio di dire, per mancanza di prospettiva e di volontà nell'andare oltre gli umori contingenti, è che dobbiamo cambiare perché ci sono enormi opportunità da cogliere in un futuro molto prossimo. Il cambiamento non potrà scaturire né da azioni di rottura individuale, pur condivisibili dal punto di vista delle singole aziende, ne dal diffondersi di un'idea punitiva sulla sua necessità. Dobbiamo convincerci che possiamo vincere la sfida e passare dalla difesa all’attacco, muovendoci su tre piani: aprendo il paese alla concorrenza, investendo sulla cultura (individuale e collettiva), restituendo centralità al mondo dell'impresa e del lavoro. Vuol dire, tanto per fare un esempio, spiegare agli italiani che invece di comprare la casa ai figli devono scommettere sulla loro educazione. O far capire loro perché è giusto che chi compra appartamenti e li affitta paghi più tasse di chi mette in piedi un'attività produttiva.
E' un compito difficile che non può che fondarsi su un’amplissima convergenza delle classi dirigenti politiche ed economiche. E’ un percorso che non può trovare applicazione né all’interno dell’ordinaria dialettica tra rappresentanze di interessi, né nella normale alternanza delle coalizioni politiche. Non è tanto guardando alla chiusura della seconda Repubblica, alle sue tante anomalie e al suo bilancio disastroso, che dobbiamo trovare le ragioni per una fase costituente quanto rivolgendo lo sguardo al futuro, alle sfide che ci attendono e alla fiducia in noi stessi che dobbiamo riconquistare.
Direttore generale del gruppo Interporto Campano, una delle principali aziende meridionali di infrastrutture e logistica. È stato Direttore dell’area Affari internazionali di Confindustria e ha lavorato in Ferrari e Sky.