Il neostatalismo municipale della Lega (e di Tremonti) e la solitudine di chi lavora e produce
Si è consumato il tempo delle facili promesse
di
Italia Futura ,
pubblicato il 10 gennaio 2011
In questo periodo è difficile trovare sui giornali notizie positive sullo stato del Paese. Unica eccezione il dato riguardante il saldo tra le aziende che hanno aperto e quelle che hanno chiuso nel 2010. Imprenditori, artigiani e commercianti dimostrano una capacità di reazione e di iniziativa che va oltre ogni aspettativa, provando che in Italia vi è un enorme serbatoio di competitività. E' questo il nerbo della nazione di cui tutti sembrano ignorare le necessità. Anche le rare volte in cui il dibattito pubblico vira verso argomenti concreti i ceti produttivi rimangono fuori dall'orizzonte. Accade così che la discussione sul fisco si concentra (per ragioni di allargamento di maggioranza) sul quoziente famigliare o sulle cedolari secche per chi affitta appartamenti piuttosto che su una improcrastinabile riduzione del carico fiscale per chi produce e compete. Quello che colpisce è l'assenza di qualsiasi voce che, in Parlamento o nel Governo, si batta per le ragioni e le istanze della parte più viva e dinamica del Paese.
La Lega, che pure era nata, sull'onda di un "tea party" ante litteram, come forza di contrapposizione verso il peso del fisco, dello Stato e della sua pletorica burocrazia è oramai impegnata in battaglie ideologiche e distratta da dichiarazioni e ultimatum che mai hanno a che fare con gli interessi concreti delle piccole imprese. Al contrario il Carroccio si sta rivelando il difensore più tenace delle nuove forme di statalismo etno-territoriale che si diffondono ovunque a livello locale. Tremonti, che va considerato a tutti gli effetti un esponente di punta della Lega, non è riuscito a elaborare una efficace iniziativa a favore dello sviluppo e della competitività del Paese.
Qualcuno si ricorda dell'annuncio di modifica dell'articolo 41 della Costituzione con la sospensione delle autorizzazioni per le piccole e medie imprese e le attività artigiane, che secondo Tremonti avrebbe dovuto segnare il passaggio dell'Italia dal Medioevo all'Età Moderna? Nella grande stagnazione della politica italiana il Ministro dell'Economia ha buon gioco nel dar prova di eclettismo ideologico, flirtando da ultimo con il Berlinguer dell'austerità, piuttosto che rispondere ai cittadini sulle mille promesse mancate.
Se la politica economica del Governo tradisce una categoria, quella degli imprenditori, che pure non gli ha mai fatto mancare il sostegno, la responsabilità maggiore è innanzitutto della Lega che è nata per rappresentare le istanze del Nord che produce. Sul fronte delle liberalizzazioni (in particolare quelle locali) e della concorrenza (a cominciare da trasporti e servizi professionali), sul taglio di enti inutili (province in testa), sul fisco, la Lega ha preso decisamente la strada di un "neostatalismo municipale" che penalizza le imprese private che continuano a pagare costi e tasse insopportabili. A quello che la Lega applica sui territori corrisponde il "colbertismo" di Tremonti al centro. Al netto dei conti pubblici il Ministro ha ignorato completamente le esigenze delle imprese (spesso dimostrando fastidio verso le loro legittime richieste) mentre è sembrato molto più interessato a consolidare la presa sugli snodi centrali del capitalismo italiano attraverso le aziende pubbliche, protette strenuamente da ogni forma di concorrenza privata.
L'azione del Carroccio appare sempre più limitata al federalismo inteso come panacea per tutti i mali del paese. Un federalismo i cui contenuti sono ancora poco conosciuti e per nulla approfonditi, nonostante gli ultimatum sulle date di approvazione. Stessa fumosità si riscontra sul tema della riforma del fisco a proposito della quale Calderoli, evidentemente pensando di rassicurare gli italiani, dichiara che lui e Tremonti ne hanno già in testa tutti i contenuti. Un risultato certamente non entusiasmante dopo 16 anni di attività politica!
La rivoluzione leghista partita dalle officine, dai laboratori artigiani e dalle fabbriche è evaporata nell'inconcludenza e nella ripetitività delle esternazioni dei suoi leader e nella corsa all'occupazione delle poltrone di enti e società pubbliche (e da ultimo di qualche banca). Unica eccezione il Ministro Maroni che ha saputo agire con forza, misura e senso dello Stato. Soprattutto lui coniuga oggi la concretezza della Lega delle origini e la maturità dell'esperienza di Governo.
Ma c'è un'Italia che è in marcia nonostante l'immobilismo della politica. Un'Italia che accetta le sfide della globalizzazione e non si nasconde dietro superficiali e velleitarie teorie neoprotezionistiche. Un'Italia che avrebbe bisogno di supporto e di attenzione ma che non ha ricevuto nulla, pur avendo dato e continuando a dare moltissimo. L'Italia della manifattura che dimostra, nonostante tutto, di continuare a credere in se stessa, non riesce più a trovare un riferimento concreto nei partiti e nei leader, usurati, di questa seconda repubblica. Se non vogliamo che il nostro paese, che soprattutto sull'industria ha costruito le sue fortune, diventi una nazione di piccoli e grandi rentier ogni anno più poveri, dobbiamo agire subito, il momento delle facili promesse, dei proclami ideologici e delle profezie inutili si è da tempo consumato.
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