L'equilibrio malato di un paese immobile
"Operazione verità" per rimettere in moto l'Italia
di
Carlo Calenda ,
pubblicato il 21 dicembre 2010
I dati della Banca d’Italia pubblicati ieri collocano il nostro paese ai primi posti nel mondo in termini di ricchezza. Il rapporto tra patrimonio e reddito disponibile, di 8 a 1, è più alto di qualsiasi altro paese sviluppato. In questo dato, apparentemente positivo, si cela una delle ragioni di fondo per cui modernizzare l’Italia risulta una missione quasi impossibile. L’economia delle famiglie, che ruota in larga parte intorno a Bot, case (e spesa pubblica), non può che favorire il radicarsi di una visione conservatrice e statica del paese. Occorre prendere atto che esiste oggi in Italia un equilibrio malato che rappresenta un rifugio sicuro contro la prospettiva, largamente condivisa, di un ineluttabile declino. Gli esempi di questo equilibrio malato sono molteplici. Metà del paese, quella del lavoro dipendente, paga tasse altissime, guadagna poco e riceve servizi spesso scadenti ma è stata fino ad oggi sostanzialmente al riparo da rischi e immune da pretese di efficienza e produttività. L’altra metà del paese, fatta di professionisti e imprenditori, è al contrario esposta (seppure in gradi molto diversi) alla concorrenza ma è detentrice di un tacito diritto ad evadere. Così il Sud, assistito e inefficiente, è un bacino di mano d’opera e di consumo per il Nord più ricco ma più tartassato. Le tasse universitarie sono tra le più basse d'Europa ma la qualità dei nostri atenei peggiora inesorabilmente. Tutti hanno il diritto di frequentare l'università ma questo diritto vale ogni anno meno. Si potrebbe continuare con esempi infiniti che dimostrano come l’Italia abbia fatto del “compromesso al ribasso” il proprio metodo di sopravvivenza. Spesa pubblica e patrimonio delle famiglie sono stati i due elementi fluidificanti che hanno consentito al paese di mantenere questo equilibrio malato.
Cambiare lo stato di cose non è semplice anche perché la crisi finanziaria ha messo in discussione la maggior parte dei modelli di sviluppo che potevano rappresentare un’ispirazione per il cambiamento (a partire da quello americano). Lo spesso permafrost che ci avvolge rappresenta per tutti anche la speranza di poter rimanere a riparo dalle intemperie di un mondo che consideriamo ostile. Allo stesso modo gli allarmi sulla pressione che la globalizzazione imprime verso un cambiamento dai contorni incerti e dalla connotazione negativa non possono che sortire l’effetto opposto a quello sperato: il desiderio di scavare una buca più profonda nella quale nascondersi.
Rispetto a questa situazione del paese non esistono buoni e cattivi, colpevoli e innocenti. Se siamo a questo punto è perché abbiamo scelto insieme una strada, probabilmente sbagliata, che ha dato a ciascuno il suo piccolo vantaggio ma ha bloccato il paese nel suo complesso. Se non partiamo da questo dato di fatto rischiamo, come sta accadendo, di nascondere la paura di cambiare dietro uno scontro perenne tra pezzi di paese e di società. Di questo equilibrio malato la politica italiana è forse più l’effetto che la causa, ma certamente gli opposti atteggiamenti della destra, che dà del paese un’immagine rassicurante e consolatoria, e della sinistra, che dipinge un’Italia sempre sull’orlo del baratro, determinano il medesimo effetto di favorire lo status quo.
Da questa stasi non si può uscire con azioni di rottura individuali, occorre creare una consapevolezza diffusa sulle cause di questa situazione (facendo una grande “operazione verità” sullo stato del paese), restituire fiducia nel futuro, spiegare in maniera chiara e trasparente qual è il percorso da seguire per rimetterci in moto.
Marchionne ha ragione circa lo scarso orientamento alla competitività del nostro sistema contrattuale, e fa il suo dovere di manager quando indica quali sono le condizioni minime per portare avanti gli investimenti. L’amministratore delegato della FIAT agisce sulla base di parametri che sono identici a quelli di tante aziende (italiane e straniere) che rischiano di essere costrette ad abbandonare il nostro paese.
Ma l’Italia non è la FIAT e occorre trovare soluzioni che rispondano al problema complessivo dei contratti. Esiste un equilibrio fatto di bassi salari e alti livelli di garanzie che ha retto per lungo tempo il sistema delle relazioni industriali italiano. Se dobbiamo, e certamente dobbiamo, abbandonarlo occorre spiegare in maniera chiara quale sarà il punto d’approdo che deve essere compatibile con la nostra storia e con il nostro futuro. La stragrande maggioranza degli operai ha dimostrato in questi anni difficili, caratterizzati da una bassissima conflittualità, di saper sopportare molti sacrifici per mantenere la competitività delle aziende e del paese. Un atteggiamento opposto a quello dell’operaio politicizzato degli anni ‘70 che voleva “abbattere il sistema”.
La battaglia, fortemente condizionata da elementi ideologici, portata avanti da Confindustria e Governo per isolare la CGIL (che ha anch’essa le sue responsabilità), iniziata ben prima del manifestarsi del caso FIAT, ha reso oggettivamente più difficile dare vita ad un processo condiviso di modernizzazione del sistema dei contratti. Il risultato è che adesso sono obbligati a rincorrere la FIAT, mettendo pezze qua e là, con l’obiettivo prioritario di non veder ridimensionato il proprio ruolo.
L’Italia è prigioniera di un equilibrio malato, da cui tutti hanno tratto piccoli e grandi benefici e per raggiungere il quale tutti hanno compiuto sacrifici.
Nessun cambiamento positivo potrà avere luogo se daremo l’impressione di navigare a vista tra le minacce (spesso strumentalizzate) di un mondo difficile e la ricerca di colpevoli immaginari a cui addossare gli esiti negativi delle scelte che insieme abbiamo compiuto.
Direttore generale del gruppo Interporto Campano, una delle principali aziende meridionali di infrastrutture e logistica. È stato Direttore dell’area Affari internazionali di Confindustria e ha lavorato in Ferrari e Sky.