Immigrazione: oltre la demagogia per un nuovo patto di cittadinanza
Diritti e doveri per i "nuovi cittadini italiani"
di
Miguel Gotor ,
pubblicato il 13 dicembre 2010
Ci ricordiamo degli immigrati solo quando parliamo di sicurezza: un furto, una rapina, un omicidio. Il più delle volte, purtroppo, lo facciamo con ipocrisia, con allarmismo, con demagogia, con ideologia. L’ipocrisia di chi grida contro lo straniero e intanto gli affitta in nero la casa; l’allarmismo dei sistemi di comunicazione di massa che contribuiscono a diffondere una sindrome di assedio e di emergenza continui; la demagogia di quanti soffiano sul fuoco del disagio per lucrare una manciata di voti in più sotto elezioni; l’ideologia di coloro che vedono solo bianco o nero (porte aperte per tutti o repressione pura, irenismo o xenofobia), e, così facendo, si rifiutano di affrontare in modo ragionevole il tema del governo dell’immigrazione. Perché questo soprattutto serve: ragionevolezza, un’attitudine che si accompagna alla consapevolezza che non esistono ricette immediate e risolutive poiché siamo davanti a una sfida complessa non solo italiana, ma globale. Una sfida che richiede di assumere scelte coraggiose e persino impopolari, ma può affidare alla buona politica un compito all’altezza delle sue migliori ambizioni: non solo amministrare il presente come se bisognasse tappare le falle di una barca che sta affondando, ma delineare un progetto che sia anche una rotta di navigazione sicura in cui sia possibile immaginare il nostro futuro con speranza e gusto dell’attesa.
Sappiamo tutti come è finita, o, per meglio dire, come sta finendo con l’attuale governo: la Lega vinse le elezioni nel 2008 impegnandosi a risolvere il problema dell’immigrazione con guardie padane a ogni angolo di strada e finanziamenti straordinari alle forze dell’ordine. Promesse di Pinocchio. Nessuno ha mai visto una guardia padana e il ministro degli Interni ha persino tagliato le risorse alla polizia che in questi giorni è arrivata a protestare davanti alla casa del presidente del Consiglio. E ovviamente, le regolarizzazioni degli immigrati clandestini sono continuate, come era inevitabile che fosse: 300.000 nel solo 2009. Perché? Perché gli immigrati ci servono non solo perché svolgono lavori pesanti e usuranti in settori come l’agricoltura, l’edilizia, l’industria, l’assistenza famigliare che ormai gli italiani si rifiutano di fare, ma perché senza i loro contributi al sistema pensionistico e all’erario pubblico saremmo già sull’orlo della bancarotta. Senza dimenticare che, se per incanto, si bloccassero i flussi migratori, le conseguenze, in base al nostro tasso di decrescita demografica, sarebbero drammatiche sul piano economico. Questa è la pura verità, il resto è chiacchiera, propaganda, cattiva politica che si rifiuta di guardare in faccia la realtà e di affrontare con serietà i problemi.
Bisogna rendersi conto che l’immigrazione si può governare soltanto tenendo insieme l’ordine pubblico, l’integrazione sociale e lo sviluppo economico, coniugando la solidarietà con il rigore. Per ogni diritto garantito ci deve essere un dovere riconosciuto e viceversa, perché solo così si può costruire un nuovo patto sociale, elaborare una nuova cittadinanza, moderna e competitiva, all’altezza delle sfide globali in cui anche il nostro paese è immerso e paurosamente in ritardo. La strada della cittadinanza è l’unica che possa favorire l’isolamento del delinquente e valorizzare chi lavora onestamente, innescando un processo virtuoso che è interesse dello stesso immigrato garantire e rispettare.
Alcuni dati della Caritas del 2010 sullo stato dell’immigrazione italiana sono impressionanti: oggi gli immigrati partecipano per l’11,8 % al prodotto interno lordo e versano nelle casse pubbliche più di quanto ricevano in termini di assistenza e servizi sociali. Il più delle volte sono lavoratori giovani che con i loro 11 miliardi di euro in contributi previdenziali e 33 miliardi in imposte pagate hanno aiutato attivamente il bilancio dell’Inps e quello dello Stato. Ciò nonostante questo governo ha puntato sull’immigrazione di passaggio, quella più dequalificata, che produce i maggiori problemi perché non impone all’emigrante di costruire un patto sociale e culturale con il paese ospitante. Esso rimane sempre e solo un lavoratore, ma non diventa mai un cittadino, ossia un soggetto con diritti e doveri. Ci illudiamo che così se ne vada via prima, ma le statistiche mostrano quanto questi calcoli siano sbagliati: la stragrande maggioranza resta e vive male, ci guarda in cagnesco, ricambiando il nostro sguardo carico di diffidenza e paura. Ancora una volta sono i dati a dirci che ben il 13% degli immigrati è formata da bambini e ragazzi nati in Italia da genitori stranieri che hanno deciso di stabilirsi nel nostro paese. I loro figli parlano la nostra lingua, crescono nei nostri quartieri, frequentano le stesse scuole dei nostri bambini, nelle grandi come nelle piccole città. Eppure, incredibile a dirsi, essi sono privi di cittadinanza, proprio come i loro genitori, che, ad esempio, non possono votare, neppure nelle elezioni amministrative.
Speriamo che il tempo delle finte promesse e della demagogia a tutto spiano sia ormai alle nostre spalle e sia finalmente giunto il momento della responsabilità e quello della concretezza. Come Italia Futura auspichiamo che sia possibile costruire un nuovo patto di cittadinanza che includa anche i cosiddetti «nuovi italiani» e definisca diritti e doveri per un paese più moderno, più dinamico e più giusto.
Docente di storia moderna all’Università di Torino e collaboratore del Sole 24 ore, con il volume “Aldo Moro, Lettere dalla prigionia” del 2008 ha vinto il premio Viareggio-Repaci per la saggistica.