Chi lavora o studia nell’Università italiana è sempre più attonito rispetto a ciò che sta accadendo nel nostro Paese, la cronaca di una morte annunciata proprio in quella che è stata la sua culla e dove sono nati la stessa denominazione di “Universitas” e la sua concezione di “Madre dell’Anima”.
Professori demotivati, desiderosi di andare quanto prima in pensione e non sostituiti (i concorsi sono fermi da anni e quelli residui non bastano nemmeno a garantire i requisiti minimi di organico); genitori e studenti disorientati da offerte formative confuse e prostrati da strutture in larga parte obsolete ed inadeguate, in cui la carenza di fondi impedisce talvolta persino di accendere il riscaldamento o di dotare i bagni di carta igienica; personale tecnico ed amministrativo burocratizzato e rassegnato al declino.
L’agonia è accelerata dal modo con cui i nostri politici affrontano questa emergenza. Quelli al governo, differenziandosi dai colleghi di tutti gli altri Paesi importanti del mondo (ad eccezione della Gran Bretagna) che, per affrontare la crisi corrente, cercano di tagliare su tutto, ma non su ricerca ed università; gli altri, all’opposizione, in preda a una sostanziale indifferenza.
E se alcuni principi della riforma in discussione in Parlamento non possono non essere condivisi, sconcerta la meccanica con cui essa è stata concepita e promossa,
senza alcuna discussione e ricerca di consenso con professori, ricercatori e studenti, e il qualunquismo mediatico con cui si attribuisce soltanto ai “baroni” (le cui colpe sono innegabili) la responsabilità di un declino che vede invece la sua ragione principale nella passività e nella connivenza di molti (politici, rettori, professori in primis) nelle cui stesse fila vi sono però anche quei veri e propri eroi ignoti che quotidianamente consentono ai nostri giovani di acquisire una preparazione che gli permette di primeggiare quando hanno la forza ed il coraggio di abbandonare il Paese e di andare dove il loro talento e gli studi che hanno fatto li rendono competitivi ed “appetibili” sia dall’accademia che dalle imprese.
Dovremmo (dobbiamo!) fare uno sforzo enorme per far sì che l’Università italiana ritorni ad essere la sede naturale della ricerca, dell’innovazione, della formazione superiore, della valorizzazione del talento, delle opportunità per tutti, indipendentemente da condizionamenti di carattere geografico, economico e sociale, come avviene in molti Paesi e come può essere anche da noi.
Come? Le parole chiave sono conosciute e ripetute da decenni: trasparenza, merito, valutazione, responsabilizzazione, incentivazione, sanzione, ma per realizzarle sul serio è necessario avviare e realizzare un processo, da parte sia del Governo che delle Regioni che delle Università italiane, che porti alla
predisposizione di uno specifico Piano Universitario Nazionale, ricordando che, nello sviluppo di tale strategia, dovranno essere attentamente tenuti in considerazione i cambiamenti dello scenario economico-sociale, politico e finanziario e della domanda di ricerca e formazione universitarie, così come della capacità concreta del Paese di mettere in atto un cambiamento ed un miglioramento effettivo.
Il primo requisito per realizzarlo è la credibilità di chi lo propone e di chi lo deve concretizzare, sia in ambito politico che universitario, e non possono certamente essere né coloro che, mentre si riempiono la bocca di lodi per il merito, hanno affollato il governo e il parlamento con metodi molto lontani dalla meritocrazia, né coloro che hanno determinato, da dentro, l’involuzione dell’Università italiana.
Date le premesse, è un’impresa difficilissima, ma non impossibile. Già in altre occasione l’Italia e gli Italiani hanno dimostrato di saper reagire a situazioni apparentemente irrecuperabili, l’auspicio è che lo facciano anche ora, facendo perno sulle forze migliori del Paese, per un’istituzione che è l’unica che può garantire un futuro prospero e produttivo ai nostri giovani.
Walter Ricciardi, del Comitato promotore di Italia Futura, è Direttore dell'Istituto di Igiene dell'Università Cattolica di Roma e dell'Osservatorio Nazionale per la Salute nelle Regioni Italiane. E' il primo Editor non inglese dell'Oxford Handbook of Public Health e componente non americano del National Board of Medical Examiners degli Stati Uniti d'America.