Se muore l’Università, nel paese che ha inventato l'Università

Principi condivisibili ma metodo discutibile

di Walter Ricciardi , pubblicato il 10 dicembre 2010
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Chi lavora o studia nell’Università italiana è sempre più attonito rispetto a ciò che sta accadendo nel nostro Paese, la cronaca di una morte annunciata proprio in quella che è stata la sua culla e dove sono nati la stessa denominazione di “Universitas” e la sua concezione di “Madre dell’Anima”.

Professori demotivati, desiderosi di andare quanto prima in pensione e non sostituiti (i concorsi sono fermi da anni e quelli residui non bastano nemmeno a garantire i requisiti minimi di organico); genitori e studenti disorientati da offerte formative confuse e prostrati da strutture in larga parte obsolete ed inadeguate, in cui la carenza di fondi impedisce talvolta persino di accendere il riscaldamento o di dotare i bagni di carta igienica; personale tecnico ed amministrativo burocratizzato e rassegnato al declino.

L’agonia è accelerata dal modo con cui i nostri politici affrontano questa emergenza. Quelli al governo, differenziandosi dai colleghi di tutti gli altri Paesi importanti del mondo (ad eccezione della Gran Bretagna) che, per affrontare la crisi corrente, cercano di tagliare su tutto, ma non su ricerca ed università; gli altri, all’opposizione, in preda a una sostanziale indifferenza.

E se alcuni principi della riforma in discussione in Parlamento non possono non essere condivisi, sconcerta la meccanica con cui essa è stata concepita e promossa, senza alcuna discussione e ricerca di consenso con professori, ricercatori e studenti, e il qualunquismo mediatico con cui si attribuisce soltanto ai “baroni” (le cui colpe sono innegabili) la responsabilità di un declino che vede invece la sua ragione principale nella passività e nella connivenza di molti (politici, rettori, professori in primis) nelle cui stesse fila vi sono però anche quei veri e propri eroi ignoti che quotidianamente consentono ai nostri giovani di acquisire una preparazione che gli permette di primeggiare quando hanno la forza ed il coraggio di abbandonare il Paese e di andare dove il loro talento e gli studi che hanno fatto li rendono competitivi ed “appetibili” sia dall’accademia che dalle imprese.

Dovremmo (dobbiamo!) fare uno sforzo enorme per far sì che l’Università italiana ritorni ad essere la sede naturale della ricerca, dell’innovazione, della formazione superiore, della valorizzazione del talento, delle opportunità per tutti, indipendentemente da condizionamenti di carattere geografico, economico e sociale, come avviene in molti Paesi e come può essere anche da noi.

Come? Le parole chiave sono conosciute e ripetute da decenni: trasparenza, merito, valutazione, responsabilizzazione, incentivazione, sanzione, ma per realizzarle sul serio è necessario avviare e realizzare un processo, da parte sia del Governo che delle Regioni che delle Università italiane, che porti alla predisposizione di uno specifico Piano Universitario Nazionale, ricordando che, nello sviluppo di tale strategia, dovranno essere attentamente tenuti in considerazione i cambiamenti dello scenario economico-sociale, politico e finanziario e della domanda di ricerca e formazione universitarie, così come della capacità concreta del Paese di mettere in atto un cambiamento ed un miglioramento effettivo.

Il primo requisito per realizzarlo è la credibilità di chi lo propone e di chi lo deve concretizzare, sia in ambito politico che universitario, e non possono certamente essere né coloro che, mentre si riempiono la bocca di lodi per il merito, hanno affollato il governo e il parlamento con metodi molto lontani dalla meritocrazia, né coloro che hanno determinato, da dentro, l’involuzione dell’Università italiana.

Date le premesse, è un’impresa difficilissima, ma non impossibile.
Già in altre occasione l’Italia e gli Italiani hanno dimostrato di saper reagire a situazioni apparentemente irrecuperabili, l’auspicio è che lo facciano anche ora, facendo perno sulle forze migliori del Paese, per un’istituzione che è l’unica che può garantire un futuro prospero e produttivo ai nostri giovani.






Walter Ricciardi, del Comitato promotore di Italia Futura, è Direttore dell'Istituto di Igiene dell'Università Cattolica di Roma e dell'Osservatorio Nazionale per la Salute nelle Regioni Italiane. E' il primo Editor non inglese dell'Oxford Handbook of Public Health e componente non americano del National Board of Medical Examiners degli Stati Uniti d'America.

Direttore dell'Istituto di Igiene dell'Università Cattolica di Roma e dell'Osservatorio Nazionale per la Salute nelle Regioni Italiane. E' il primo Editor non inglese dell'Oxford Handbook of Public Health e componente non americano del National Board of Medical Examiners degli Stati Uniti d'America.


tag:  riforma   università   governo   piano universitario nazionale  


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#4 da Daniele Conti, inviato il 23/12/2010
L'articolo del professor Ricciardi è eccellente nel mettere a nudo i nervi scoperti del nostro sistema universitario, ma io vorrei descriverli da un altro punto di vista: quello di chi ogni giorno partecipa alla vita di tale sistema. Sono studente di ingegneria fisica al secondo anno del Politecnico di Torino; l'obiettivo naturale del mio corso è lavorare a contatto con dispositivi elettronici realizzati con l'impiego di nanotecnologie. Il Politecnico è un'università virtuosa nel contesto globale e, a mio parere ha saputo reagire bene ai primi colpi di crisi e riforma. Tuttavia i segni di una dura riorganizzazione sono evidenti. Ormai l'università sta diventando sovraffollata, dato che le sedi decentrate non sono più sostenute; le lezioni, anche se molto prima di altri atenei, sono iniziate in ritardo e, soprattutto, la didattica ha perso un quarto delle ore disponibili. Insegnanti con grandi qualità discutono programmi didattici che tendono alla superficialità, dato che manca il tempo per approfondire, analizzare e permettere di padroneggiare gli argomenti; per non parlare degli immatricolati in questo anno accademico. Le "matricole" hanno a disposizione circa la metà delle ore di lezione dell'anno passato! Ma quando si tratta si imparare a gestire strumenti matematici, elettronici, informatici e meccanici per la realizzazione di un qualunque nuovo dispositivo, posso assicurare che anche il nostro ammontare di lezioni non è abbastanza. Pergiunta noi, che siamo nella fase di transizione, facciamo parte dei corsi "a esaurimento" poichè abbiamo conservato la passata organizzazione accademica. Questo ci ha portato a sostenere esami trimestrali nei fine settimana. Infine se anche professori che stimo affermano che "stanno mandando a ramengo l'università", che "la didattica perde drasticamente qualita" e che "andiamo a rotoli", credo di avere il diritto di essere preoccupato per la mia istruzione. Nonostante questo quadro non sia particolarmente roseo, ogni giorno però mi rendo conto che abbiamo enormi energie positive: non conosco esattamente le statistiche, ma l'italia pur investendo molto meno in ricerca è tra i primi dieci stati al mondo per produzione scientifica, il quarto esportatore di macchine utensili e robotica, ma soprattutto io vedo ogni giorno dentro al Politecnico studenti che corrono alle lezioni, studiano fino a tardi nelle "sale studio" e si impegnano per raggiungere risultati eccellenti senza pensare unicamente a bloccare stazioni e nodi stradali. Per questo, pur essendo in una situazione difficile, io, da studente, sono fiducioso nella nostra università di ignoti.

#3 da Mario Placidi, inviato il 20/12/2010
Ringrazio il prof.Ricciardi, di cui condivo le idee e il modo incisivo di come sono state espresse. Qualsiasi altra argomentazione che, cerchi di spiegare il passato senza avere il coraggio reciderlo diventa pura accademia. Purtroppo occorrono idee radicali e persone giovani non compromesse con il passato. Se i nostri giovani migliori vanno a studiare e lavorare all'estero favoriscono i mediocri che rimangono e a maggior ragione chi rimane deve impegnarsi per un vero rinnovamento.

#2 da Maria Silvia, inviato il 14/12/2010
da giovane accademica, strutturata presso una delle più antiche università statali italiane, non posso che condividere totalmente le parole espresse nell'articolo del prof.Ricciardi.

#1 da Giulio Portolan, inviato il 11/12/2010
Da studente a scuola, poi all'università, e oggi frequentando l'ambiente della scuola, non ho mai incontrato un insegnante o professore universitario impreparato. Ho sempre incontrato insegnanti e professori preparati, competenti, motivati, capaci di trasmettere il senso di una loro superiorità e dell'importanza della loro missione. Vedo rispetto dei genitori verso gli insegnanti. Certamente ci sono i commenti degli studenti verso gli insegnanti, osservando che essi guadagnano 1300 Euro al mese e lavorano solo la mattina (18 ore a settimana). Ma oltre a questa (un pò infantile) considerazione, essi non vanno. La situazione della disciplina in alcune classi è drammatica. Ragazzi demotivati, che non sanno perchè studiare. Nelle aule universitarie c'è invece silenzio e serietà. Ho osservato che i concorsi sono spesso attuati per scegliere il candidato interno. Nè potrebbe essere diversamente. Questo è spesso il migliore, ed è conosciuto. Io propongo il metodo delle "tre vie". Ci devono essere tre modi con cui un giovane può accedere all'università come ricercatore e poi come associato (attuati in ogni concorso): uno, scelto direttamente dal professore titolare della cattedra (e, se è un parente, in altra sede); uno, per cooptazione e merito insieme, con accordo tra professori, in base a titoli e pubblicazioni; uno, infine, in base a puri criteri di merito, in base a titoli, pubblicazioni e capacità, senza alcuna interferenza da parte della commissione. Se i tre metodi sono attuati insieme, da un lato viene tolta l'ipocrisia, dall'altro i giovani sapranno di potersi presentare sensatamente. Il problema della scuola e dell'univeristà, sotto il profilo della loro qualità, può risolversi così: brevi unità o moduli da portare all'esame, con la richiesta di molte nozioni da sapere a memoria. E' la memoria il segreto dello studio (la comprensione è un processo inconscio). Per memoria non intendo le strategie di apprendiento che evitano la fatica, ma intendo proprio la fatica (tradizionale) dello studio, senza strategie. Non sapere senza fatica, ma sapere con fatica. E' evidente che ciò richiede concentrazione, e la concentrazione richiede autodisciplina.



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