Occupazione giovanile
Rimettiamo in moto l'Italia

2 dicembre 2010

Proposta 3 - In dettaglio

Uno scambio tra generazioni

di Marco Simoni

immagine documento Finanziare le borse di studio innalzando di un anno l'età pensionabile.


Uno degli aspetti più problematici della disoccupazione giovanile in Italia riguarda la cosiddetta disoccupazione intellettuale. Una fetta ampia, infatti, di giovani laureati rimane a lungo disoccupata: nel 2009 la percentuale di laureati era persino leggermente superiore tra i disoccupati che tra gli occupati. Questo dato certamente dipende dalla fragilità complessiva del sistema competitivo e dalla scarsa capacità dell’economia italiana di mettere a frutto, fino in fondo, il capitale umano di cui dispone. Da un altro punto di vista, tuttavia, questo dato nasconde un paradosso della stagnazione economica ed occupazionale italiana, ossia la sproporzione tra i percorsi di formazione scelti dagli studenti e le necessità del sistema produttivo. Dati raccolti ed elaborati dall’Unione delle Camere di Commercio e dal Ministero del Lavoro mostrano un costante squilibrio tra l’offerta e la domanda di laureati.

Dati del 2009 suggeriscono che in Italia c’è scarsità di laureati in ingegneria, in materie economico-statistiche, in medicina e nelle scienze naturali. Si verificano gravi eccessi di offerta, invece, per i laureati in materie politiche-sociali, in materie umanistiche, in biologia e in geologia. In altre parole, la difficoltà di molti giovani laureati a trovare un’occupazione deriva anche da queste incoerenze qualitative tra domanda e offerta. Nel 2009 questo ha comportato un eccesso totale di offerta di circa 44mila persone con titoli di studio non richiesti dal sistema produttivo, mentre allo stesso tempo l’economia italiana non riusciva a trovare 35mila persone laureate in materie ad alta domanda. Nel 2008 questo squilibrio aveva toccato quasi la cifra di 70mila laureati mancanti nelle discipline più adatte al mercato del lavoro italiano.

Questo dato va sommato ad altre statistiche allarmanti. In Italia, i lavoratori in possesso di un titolo di studio universitario continuano a essere molto inferiori rispetto agli altri grandi paesi europei: circa la metà rispetto all’Inghilterra e quasi la metà della Germania. A peggiorare la prospettiva, in Italia oltre il 50% degli iscritti all’università non riesce a raggiungere il titolo di studio: si tratta del peggior dato tra tutti i paesi dell’OCSE. Questo dato, in parte, si capisce facendo riferimento a un altro dato internazionale: l’Italia è il paese dell’OCSE dalla più bassa percentuale di studenti universitari che riceve borse di studio. La povertà di aiuti economici agli studenti universitari ha due effetti deteriori: da un lato riduce fortemente la potenzialità degli studi superiori come veicolo di mobilità sociale, dall’altro priva il paese di migliaia di giovani laureati che abbandonano gli studi, o non vi accedono, per ragioni legate al reddito di partenza.

E’ dunque necessaria una politica che, puntando sulle eccellenze accademiche presenti in Italia e sulla motivazione dei suoi migliori studenti, affronti entrambi i nodi: quello del mismatch tra domanda e offerta di capitale umano e quello sulla scarsità di supporto alla formazione superiore.

Il cuore di questa proposta è quello dunque di aumentare drasticamente il numero di borse di studio, sia per consentire ad un numero maggiore di studenti di completare gli studi universitari che per orientare la scelta degli studi verso discipline maggiormente richieste dal nostro sistema produttivo. Gli studenti più meritevoli dovrebbero poter accedere all’università senza dover pagare le tasse di iscrizione e ricevendo un modesto contributo per vitto e alloggio. Il sostegno finanziario allo studente dovrà essere rigidamente vincolato al superamento in tempo e a pieni voti degli esami universitari. L’idea di fondo è dunque di favorire uno shock formativo e di opportunità per l’Italia che, nel giro di pochi anni, una o due legislature, sia in grado di accrescere drasticamente il capitale umano del paese, mentre viene rimesso in moto l’ascensore sociale.

Sono tre i dettagli qualificanti di questa proposta. Il primo riguarda il modo in cui queste borse devono essere erogate, per rispondere al mismatch tra domanda e offerta. Come già avvenuto in altri paesi europei, dove con cadenza biennale il Ministero del Lavoro individua le aree disciplinari che corrispondono alle necessità produttive del paese, ossia quelle in cui la domanda di lavoro è superiore all’offerta. In maniera corrispondente dovranno essere ripartiti i fondi a disposizione delle borse di studio, ed assegnati alle venti migliori università italiane, secondo la più recente classifica stilata dal Ministero dell’Università. Le borse di studio saranno dunque assegnate agli studenti direttamente dalle università che provvederanno ai bandi legati ai corsi di studio cui sono orientate. La gestione e la responsabilità nella selezione, accoglienza e monitoraggio degli studenti rimarranno appannaggio degli enti di formazione che, gestendo in maniera oculata le risorse, potranno ulteriormente beneficiarne. Questa proposta naturalmente non supera la necessità di una riforma complessiva del sistema universitario e della ricerca, che gli ultimi governi hanno finora mancato di attuare, individua però un elemento fondamentale per riaffermare il valore sociale e collettivo dell’educazione superiore e il supporto che lo Stato deve dare agli studenti meritevoli.

Il secondo dettaglio riguarda i numeri: per essere un vero shock, la dimensione del finanziamento dovrà riguardare circa 100mila studenti universitari l’anno a regime, ossia distribuiti sui diversi anni di corso. Questo numero comporta un costo notevole, da noi stimato in circa 1,2 miliardi di euro l’anno.

Noi proponiamo che questa misura venga finanziata attraverso l’aumento permanente di un anno dell’età di pensionamento per le pensioni di vecchiaia e anzianità, sia per gli uomini che per le donne. Secondo i calcoli della Ragioneria Generale dello Stato riferite alla manovra finanziaria della primavera 2010, l’aumento di un anno dell’età di pensionamento consente un risparmio pari a circa la cifra necessaria a finanziarie lo shock di formazione da noi proposto.

Pensiamo sia significativo legare direttamente un sacrificio chiesto alle coorti più anziane del nostro paese ad una misura che non solo favorisca i giovani ma, aumentando la qualità del capitale umano e dunque in prospettiva la produttività e la competitività del paese, contribuisca anche alla ripresa della nostra economia e dunque alla sostenibilità del sistema pensionistico. Mentre è urgente un riequilibrio delle risorse pubbliche spese a favore delle generazioni più giovani, e la nostra proposta va in questa direzione, è altrettanto importante legare le generazioni da un patto di responsabilità che si rafforza legando tra loro voci di spesa e voci di entrata.

Questa proposta ha anche la caratteristica utile – sia pur indiretta – di favorire la competizione tra università, dato che le migliori venti attrarranno gli studenti più bravi e una quota di finanziamenti pubblici non indifferente. Se gestite in maniera oculata, queste risorse possono beneficiare gli istituti riceventi in maniera più che proporzionale al loro ammontare, con ulteriori effetti positivi sul livello della formazione offerta a tutti gli studenti italiani.

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Stefano Micelli

Insegna Economia e Gestione delle Imprese all'Università Cà Foscari di Venezia e dirige la Venice International University.

Marco Simoni

Insegna economia politica alla London School of Economics, dove è coordinatore del Master in Public Administration in European Public and Economic Policy.

Irene Tinagli

Insegna all'Università Carlos III di Madrid, è esperta di innovazione, creatività e sviluppo economico.


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Mario Angelo Narcisi

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