I numeri del quindicennio perso (1994-2009)
Sull'Espresso i dati di una ricerca di Italia Futura
di
Massimo Riva

E' passato appena qualche anno, ma come sembrano lontani i tempi nei quali dal Quirinale Carlo Azeglio Ciampi respingeva con forza l'idea stessa che si potesse parlare di declino del paese. Oggi, purtroppo, su quel piano inclinato ci siamo davvero e lo riconosce lo stesso ex-Presidente della Repubblica nel suo ultimo libro dove dell'Italia attuale dice amaro e perentorio: "Non è il paese che sognavo".
Mese non passa, infatti,
senza che questa o quella statistica segnali il costante arretramento dell'economia italiana nel contesto internazionale. Da ultimo, lo dicono i dati sulla crescita nel terzo trimestre 2010 che confermano l'esistenza di una sorta di handicap strutturale per cui quando la ripresa accelera l'Italia cresce meno degli altri, mentre più di tutti frena quando l'attività economica rallenta.
Tra luglio e settembre in Europa si è avuto un aumento medio del Pil dello 0,4 per cento, ma l'Italia ha messo a segno uno stentato più 0,2: la metà degli altri. A complicare questa decadenza, già in sé allarmante, si aggiunge la manipolazione politica che distorce la lettura delle rilevazioni statistiche. Soprattutto da parte di chi regge il governo del paese che, fin dai primi segnali della crisi generale, si è attestato su una posizione di negazione radicale della gravità delle cifre andando a cercare, di volta in volta, in Irlanda o in Portogallo un raffronto qualunque che potesse consentire di sostenere l'alibi assolutorio di un'Italia che "sta meglio di altri paesi".
Proprio
per uscire dall'assurdità di questo dibattito negazionista della realtà, Italia Futura ha condotto uno studio intitolato "I numeri del quindicennio perso" nel quale ha raccolto
una serie di dati sulla situazione socio-economica del paese attingendoli dalle più autorevoli ed affidabili fonti interne e internazionali.Quel che ne emerge lascia ben poco spazio agli ottimismi di facciata. Già la serie di dati sull'andamento del Pil è implacabile:
negli ultimi quindici anni l'Italia ha avuto una crescita sempre scarsa e comunque di gran lunga inferiore a quella dei principali partner europei. Perfino segnando nel 2009 una caduta del Pil/pro capite che, magari di poco, è però cresciuto altrove. Quanto al minaccioso versante del debito pubblico, si va addirittura di male in peggio con un appesantimento più pronunciato a partire dal 2008 dopo il ritorno al governo della compagine berlusconiana: dieci punti percentuali in più rispetto al Pil solo nel raffronto 2008/2009. Con un'aggravante - occorre soggiungere - che riguarda la progressione del debito in cifra assoluta. A maggio 2008 - riedizione del governo Berlusconi - il debito era cifrato in 1.648 miliardi di euro, un anno dopo si era già a quota 1.752, mentre al 30 settembre scorso è stato stimato da Bankitalia al record di 1.844: quasi 200 miliardi in più in trenta mesi! Numeri da soli più che sufficienti a mandare in pezzi la favoletta mistificatoria di un Giulio Tremonti custode rigoroso dei conti. Tanto più alla luce della
tabella sugli aiuti dello Stato nel corso della crisi economica dove si registra che, al contrario di altri paesi, l'Italia ha speso quasi nulla rispetto a quanto fatto dagli altri. Se poi si guarda alla politica fiscale anche in questo caso finiscono alle ortiche non poche fantasiose menzogne. Non è vero che la pressione tributaria sia stata ridotta, anzi essa risulta aumentata rispetto a una dozzina d'anni fa.
Mentre il cuneo fiscale, da tanti indicato come la causa principale della scarsa competitività del "made in Italy" rispetto alle maggiori economie europee,
risulta di oltre tre punti inferiore a quello della Germania ovvero proprio del paese che oggi mostra di saper uscire dalla crisi prima e più velocemente degli altri.Note non meno dolenti vengono, infine,
dal mercato del lavoro e, in particolare,
dai dati sul "flusso dei lavoratori qualificati verso l'estero" che segnala una costante fuga dei cervelli migliori (nell'ordine di un quarto di milione l'anno)
in netta controtendenza con quanto accaduto nei principali paesi europei. Una migrazione davvero imponente che si può drammaticamente spiegare con un'altra amara rilevazione: quella che vede
l'Italia fanalino di coda nella classifica della spesa per ricerca e sviluppo. Segnale inequivocabile che il declino in corso proietta le sue ombre anche sull'avvenire. Unica consolazione è che la ricerca di ItaliaFutura conferma l'ottima quotazione internazionale della sanità italiana: seconda al mondo dopo la francese. Sempre che i famigerati tagli lineari alla cieca, dietro cui Tremonti nasconde la sua incapacità di una politica selettiva della spesa pubblica, non stiano già mettendo a rischio anche questa solitaria eccellenza.
Non solo Ciampi, quindi, ma tanti altri italiani oggi possono dire che questo non è il paese del loro sogno.
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