Quando il numero non garantisce la concorrenza

Ancora sulla riforma dell'ordine forense

di Raffaele Dobellini , pubblicato il 15 novembre 2010
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In questi giorni gli aspiranti avvocati sono alle prese con i risultati delle prove scritte svolte nel dicembre 2009. E' quantomai singolare il fatto che, dalla prova scritta, debba trascorrere quasi un anno per conoscere i risultati e che questi non siano contestabili in quanto privi di qualsiasi motivazione. Gli aspiranti avvocati si devono accontentare di una valutazione numerica.

Ogni anno si iscrivono all'Albo degli avvocati circa 15.000 professionisti. La sola Milano ha un numero di avvocati pari alla metà di quelli francesi. In Italia abbiamo 230.000 legali, contro i 47.000 francesi ed i 146.000 tedeschi. La Germania, però, conta una popolazione di 82 milioni di abitanti. C'è Italia un avvocato per ogni 36 abitanti.


Si potrebbe pensare che il numero elevato di avvocati garantisca una maggiore libertà nella scelta del proprio legale, un mercato più libero e concorrenziale. Invece non è così. L'elevatissimo numero di operatori del diritto non fa altro che svilire la loro professionalità. Moltissimi avvocati sono pronti a tutto pur di accaparrarsi il cliente.

A ciò va aggiunto che altrettanti praticanti o neo-avvocati sono privi di una qualsiasi tutela. L'elevata concorrenza rende i praticanti di fatto intercambiabili e permette, pertanto, ai dominus di usufruire del lavoro dei giovani senza garantire loro alcuna remunerazione. E' giunto il momento di avviare una seria riforma degli ordini professionali. Da un governo di centro-destra ci si sarebbe aspettati una più marcata volontà di abolire i privilegi della casta.

Raffaele Dobellini, classe 1978, è nato, vive e lavora nella provincia di Napoli. Da oltre due anni è stato abilitato alla professione di avvocato.



tag:  ordine forense   riforma   concorrenza   praticanti   neo-avvocati   ordini professionali  


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#8 da Attilio Tirelli, inviato il 24/11/2010
La pubblica Amministrazione e le aziende hanno un disperato bisogno di figure professionali. Se i giovani avvocati non fossero attratti dalla libera professione e le aziende e la P.A. capissero quanti risparmi otterrebbero affidandosi ad avvocati interni, si otterrebbe il duplice risultato di migliorare in gestione, redditività e forte occupazione.
Attilio Tirelli

#7 da Marco Bianchi, inviato il 21/11/2010
Affascinante! Praticamente tutti i commenti confermano che in Italia ci sono troppi Avvocati (vero) e che bisogna quindi limitare l'accesso alla professione.
Domanda. Di tutti i neolaureati in giurisprudenza che escono ogni anno dalle nostra Università che cosa ne facciamo, che cosa gli raccontiamo. Visto che prevenire è meglio che curare non si potrebbe spiegare alle potenziali matricole di giurisprudenza che forse dovrebbero rivolgere la loro attenzione? E le facoltà ed i docenti di Giurisprudenza non potrebbero spiegare alle potenziali matricole che di avvocati ce ne sono già troppi e che vanno incontro al rischio della disocuupazione / sottooccupazione?

#6 da Enrico Bartolini, inviato il 16/11/2010
Ritenere che sia la libera concorrenza a far diventare bravo un avvocato è, amio giudizio, sbagliato.
E la dimostrazione di ciò stà nel fatto che, a volte, i potenziali clienti affidano l'incarico solo sulla base del "minro costo" a prescindere dalla professionalità

#5 da roberto, inviato il 15/11/2010
parlamentari avvocati ma quando mai...........ma ci rendiamo conto di che cosa stiamo parlando........le leggi sulle caste le troviamo perfino negli angoli piu nascosti di qualsiasi universita dove vieni assunto nn per meriti ma perche figlio o amico di qualche docente figuratevi un ragazzo/a che temta di affacciarsi in questo campo lavorativo che fatica deve fare e poi come ho letto prima nn vi e nessuna possibilita di contradditoiro o modo di controbbattere all'esclusione dell'esame stesso questo andrebbe cambiato visto che si decide il fututro di una persona e nn si sta comprando 1 kg di pane altro che caste

#4 da Ernesto Grandinetti, inviato il 15/11/2010
Quel che dice Raffaele Dobellini non mi sembra affatto condivisibile. Innanzitutto l'accesso alla professione dovrebbe essere molto, ma molto più selettivo e ciò non per ragioni di casta, ma per ragioni di preparazione e cultura giuridica dei giovani avvocati. la sola considerazione circa il numero di avvocati abilitati per ciascun anno solare, dà l'esatta misura della non selettività dell'esame. in secondo luogo nella gestione delle libere professioni la legge non si deve preoccupare di favorire un anziano o un giovane, ma deve consentire all'utente di scegliere un bravo professionista rispetto ad uno non bravo. o comunque di preferire un professionista di cui ci si fidi. Ben vengano, pertanto, tutte le iniziative dirette a qualificare sempre più i professionisti. Da evitarsi, invece, iniziative quali quelle assunte da Bersani quando era ministro, Nell'ottica, per riconoscere la buona fede, di favorire l'inserimento dei giovani avvocati, ha consentito soltanto, togliendo l'obbligatorietà dei minimi di tariffa, ai potentati economici di imporre ai legali condizioni assai avvilenti, finendo per svilire non solo gli "anziani" professionisti, ma soprattutto i giovani avvocati. Gli anziani si sono visti togliere qualsiasi certezza relativamente ai compensi maturati verso i clienti, pur potendo, grazie all'avviamento già sviluppato, reggere, seppure con difficoltà un urto così importante. I giovani professionisti, invece, e i piccoli studi hanno dovuto soccombere, non essendo possibile sostenere i costi delle strutture, con compensi addirittura al di sotto dei minimi e, il più delle volte, forfettari. Mi sembra quindi che, ove si voglia proficuamente intervenire sulla professione forense, si debba ripensare il sistema di accesso ad essa, per creare una classe di avvocati che consenta al mercato di premiare quelli preparati, giovani o vecchi che siano.

#3 da Rinaldi Gianfranco, inviato il 15/11/2010
Sono avvocato da circa otto anni e personalmente non ritengo "proteggere la casta" il dire che siamo troppi e servirebbe una regolamentazione che limiti il numero degli avvocati per evitare a giovani colleghi di dover svendere a prezzi stracciati la professione. Non è questione di concorrenza, la liberalizzazione danneggia solo i piccoli, i giovani e non i grandi studi. Il rapporto Avvocato cliente non deve essere basato sulla economicità ma sulla fiducia. Si sceglie un medico per la fiducia in quel medico nno perchè costa meno, e così sia per gli avvocati. Avv. Rinaldi Gianfranco

#2 da Francesco D'Agostino, inviato il 15/11/2010
Condivido pienamente il pensiero espresso da Raffaele Dobellini. Praticanti e neo-avvocati, una volta saltato il fosso, difendono essi stessi la casta alla quale finalmente appartengono, opponendosi ad ogni innovazione di pensiero e di sistema che aumenti la concorrenza leale e la meritocrazia. Concordo anche con Mario Placidi: in Parlamento vi è un vero e proprio "partito degli avvocati" che impedisce qualunque tentativo di riforma degli Ordini Professionali. Il deputato-avvocato, inoltre, dispone di potere, informazioni, rapporti e capacità di persuasione che rendono impari il confronto in giudizio con il legale-non deputato della controparte. Eclatante il caso di un deputato che difende un altro deputato, magari con incarico governativo.

#1 da Mario Placidi, inviato il 15/11/2010
Esiste anche un problema di conflitti d'interesse.
Infatti le leggi sono fatte da parlamentari che sono anche, spesso, avvocati e questo comporta una serie di cavilli inseriti ad arte nei codici per prolungare i processi.
Qui s'impone una profonda revisione dei codici e delle procedure che, potrebbero essere tutte a costo zero!!




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