Proseguiamo il ragionamento, iniziato nell’
articolo precedente, in cui sono stati snocciolati alcuni dati, partendo dalle conclusioni che i medesimi hanno permesso (empiricamente) di raggiungere:
l’arte genera milioni di posti di lavoro, e una quota rilevante di impieghi indiretti con un indotto costituito da altre attività connesse al commercio dell’arte.
A fronte di tutto ciò, capace sicuramente di tradursi in punti di PIL (la cui quantificazione è stata però lasciata agli economisti), la situazione del "sistema Italia" è, come spesso accade, alquanto bizzarra.
La legislazione italiana si caratterizza per tutta una serie di storture legislative – che toccano anche, ma non solo, la materia fiscale – che penalizzano, e fortemente, il settore.
A partire, soprattutto, dal mercato dell’arte. E' quasi un "miracolo", questo sì tutto italiano, che quest'ultimo riesca non solo a sopravvivere nel ben più competitivo contesto europeo e mondiale, ma addirittura a divenire, a partire dal 2008,
il terzo maggiore mercato dell’Unione Europea.
Probabilmente ciò è potuto avvenire perché, se le norme penalizzano soprattutto gli scambi con l’estero, esiste, ben solida,
una forte domanda interna di arte. Quella ormai famosa "fame" di arte (e cultura).
Ma vi è di più.
Certe ingenue affermazioni circolate negli ultimi tempi, nascono, è ovvio, dall’ignoranza: che è figlia, a sua volta, di alcune "bizzarie" del sistema Italia.
Chi scrive non è abituato a parlare per sentito dire: motivo per cui si concentrerà sulle realtà che meglio conosce: quella dell’Università e quella della libera professione forense. A fronte dei dati, anche occupazionali forniti, vi è infatti
la totale assenza in Italia di una formazione universitaria ad hoc per il giurista che si occupa o intende occuparsi di arte (gli anglosassoni lo chiamano "art lawyer": e chi conosce il sistema anglo-americano ben sa quanto sia tenuto in considerazione).
Si registra è vero la presenza, ma solo nelle Facoltà di Lettere o in quelle di Scienze matematiche, fisiche e naturali, di qualche Corso di laurea in Scienze dei beni culturali; così come l’esistenza di alcune Facoltà di Conservazione dei beni culturali (a Milano, Viterbo, Venezia e Firenze) dove si insegna però (solo) la legislazione dei beni culturali, lasciando fuori tutte le problematiche che interessano l’arte contemporanea.
A questo punto del discorso, però, qualcuno potrebbe certamente obiettare: cui prodest? Nel senso di: perché tutta questa polemica intorno ad una indubbia lacuna – di certo non la sola - del sistema della formazione universitaria e post-universitaria italiana?
Il motivo è presto detto.
Si tratta innanzitutto di una "lacuna" del sistema universitario italiano di cui pochi hanno contezza: quindi bisognerà pure cominciare a parlarne un po’ di più, approfittando di tutte le sedi compatibili.
A ciò si aggiunga che molti dei problemi che affliggono il settore sono, in un certo senso, "politici", in quanto frutto di leggi sbagliate, di leggi mai varate o mai "ritoccate"; e/o di scelte politiche, in senso ampio, poco illuminate. Si pensi alla questione degli
sgravi fiscali per i privati che investono in arte, il cui incremento è sempre tanto e solo annunciato; all’Iva per le compravendite di oggetti d’arte che in Italia è sempre ferma al 20% - a dispetto di una media europea del 6/7%; al problema del regime della c.d. notifica, anche questo da sempre fermo a scelte fatte ai primi del Novecento; o, ancora, a tutti i problemi che i nuovi linguaggi degli artisti, e le contaminazioni dei linguaggi, pongono al diritto d’autore; etc.
A questo punto, dopo tutto il discorso complessivamente affrontato, può venire legittimamente il dubbio che alla radice di tale situazione vi sia anche la mancanza, a fianco del Ministro di turno, dei consulenti giuridici giusti: proprio perché, come si è visto insieme, di
tali consulenti non se ne "producono" in Italia. E del resto non è un mistero per nessuno che tali figure siano piuttosto influenti: consigliando, suggerendo, sono in grado di veicolare certi messaggi e da qui certe scelte di politica legislativa. Fino a quando tra i consiglieri del moderno "Principe" (il Ministro o il Presidente del Consiglio di turno) non vi saranno anche giuristi primariamente orientati – e, aggiungerei, anche sensibili – verso il settore dell’arte (anche contemporanea) e della cultura, i punti cruciali della legislazione non verranno mai adeguati.
E l’Italia continuerà a non avere un mercato dell’arte attraente; i Musei italiani continueranno a "far paura" a molti collezionisti, disincentivando così i prestiti e gli scambi di opere, e via di questo passo (si potrebbe infatti anche continuare, a cascata, ragionando su tutto l’indotto).
In altre parole, si continueranno a perdere, scelleratamente, punti di prodotti interno lordo.
La domanda sorge quindi spontanea: a fronte di sicure ricadute occupazionali per i giuristi che si occupano di arte, sia a livello di libera professione, sia di consulenza per commissioni ministeriali, istituzioni e quant’altro,
perché l’Università italiana – che di certo non si distingue per voler contenere il numero delle specializzazioni e/o i corsi di laurea (avendone creati di assurdi), continua a rendersi connivente di tale stortura, tutta interna al suo sistema, costringendo i giuristi ad abdicare al loro ruolo in tale importante, strategico, vitale settore, in favore di altre figure, spesso opache, in quanto di non chiara formazione e provenienza?
Perché, e va detto, anche nel migliore dei casi - quelli in cui si ha a che fare con personaggi di indubbia serietà e levatura culturale -
un critico o uno storico dell’arte non potrà mai suggerire al "Principe" la giusta riforma complessiva di tutta quella parte della legislazione italiana che tocca il settore dell’arte e della cultura.
Insomma, Università, se ci sei, batti un colpo!
Silvia Segnalini è un avvocato specializzato nel settore artistico, ha scritto il Dizionario giuridico dell'arte (Skira, 2010).